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La diversa percezione del tempo (parte 2 di 2)

Ogni giorno attendevo impaziente, accanto al focolare, che mia madre mi consegnasse il fagotto con il pranzo da portare in canonica; per rivedere e risentire almeno un: “Ciao.”, dalla voce che mi aveva rapito l’anima.
“Resta a pranzo con noi, ti va?”, quando don Oliviero me lo propose, avrei voluto urlare un: sì, che risuonasse per l’intera valle… avrei voluto, ma mi limitai a rispondere con un timido: “Se non disturbo.”.
“Ma quale disturbo, sarà un piacere.”, fece don Oliviero scostando la sedia: “Accomodati dai, tu e Rudolf siete giovani ne avrete d’argomenti da spartire.”.
“Ne son certo!”, esclamò Rudolf togliendomi dall’imbarazzo.
E da quel giorno pranzammo sempre assieme: io, Rudolf e don Oliviero che restava ad ascoltarci, intervenendo ogniqualvolta ci fosse da immettere sulla giusta via l’argomento di conversazione.
Quando si parlava d’arte, di poesia e di architettura, argomenti in cui Rudolf era ferratissimo, lo stavo ad ascoltare rapita, senza quasi mai interloquire; così come faceva lui ascoltando con interesse dalla mia bocca lo svolgersi della vita del borgo.
Il nostro quasi monologo, quando don Oliviero, per testare la nostra visione degli accadimenti che ci avevano fatti incontrare in quel tragico contesto, ci chiedeva cosa ci avesse tolto, oltre all’innocenza, la guerra e cosa ci aspettassimo per il dopo; mutava in dialogo serrato, a volte anche poco pacato, dovuto a una non sempre coincidente visione sul futuro.
Ci si scornava come ragazzini su minuzie, particolari di ben poco conto che denotavano la sua giovanile esuberanza e la mia immatura voglia di non cedere di un millimetro all’arroganza del più forte.
A volte, il confronto si faceva così acceso che don Oliviero si vedeva costretto a far da moderatore assestando, come si suole dire, un colpo al cerchio e un altro alla botte per riportare il sereno attorno al tavolo e far sì che alla fine del pranzo ci salutassimo abbracciandoci, dandoci appuntamento per trascorrere un’altra breve ora insieme.


Il fisico giovane e forte permise a Rudolf di riprendersi dal principio di polmonite, beccato vagando debilitato tra i boschi, in un mese appena; così, per sdebitarsi, si diede da fare per aiutare le famiglie del borgo: andando a far legna per gli anziani ai quali il gelo dell’inverno sconsigliava d’avventurarsi sui declivi scivolosi del sottobosco, piuttosto che spalando la neve davanti alle loro case, o ancora aggiustando sedie e altre suppellettili a chiunque glielo chiedesse.
E la gente del borgo ricompensò il suo prodigarsi trattandolo come un amico a cui poter chiedere, ma anche offrire, aiuto nel momento del bisogno.


Ora ch’era in grado di uscire e muoversi liberamente potevamo stare insieme ben più che la sola ora del pranzo in canonica; lo accompagnavo nei boschi quando andava a far legna, mi divertivo a tirargli palle di neve mentre lui la spalava, lo osservavo divertita mentre sacramentava aggiustando una porta o una finestra… ed era già sera.
Giorni vissuti intensamente accanto al bel Rudolf, in attesa di un bacio che tardava ad arrivare; eppure ero certa che anche lui provasse lo stesso mio sentimento… lo urlava il suo modo di porsi, lo certificava la passione che traspariva dal suo sguardo.
E intanto io mi struggevo cercando di comprendere se fosse una forma di rispetto nei miei confronti, ritenendomi troppo giovane per diventare donna; oppure la consapevolezza del fatto che le nostre strade si sarebbero comunque divise, a spingerlo a non illudermi oltre il lecito, coinvolgendomi in un rapporto carnale.
Ci pensò la nuova primavera a confermare le mie certezze e a cancellare in un attimo lo struggimento dovuto alle sue difficoltà nell’approcciarsi al mio illibato amore.


Stesa supina sul prato mi lasciavo coccolare dal sole mentre, ad occhi chiusi, immaginavo d’esser scaldata da ben altro calore.
“Buon compleanno, Clara!”, sussurrò Rudolf, sorprendendomi, posando un delicato bacio sulle mie labbra: ci eravamo dati appuntamento il giorno prima e lui mi raggiunse accostandosi, silente, con passo felpato.
“Ti amo, Rudolf.”, ebbi finalmente il coraggio di dire.
Era il primo giorno di una nuova primavera di guerra, non l’ultima, purtroppo; ma fu la mia prima da donna.
Dolore e piacere rammento del mio primo atto d’amare, e poi, pianto a dirotto consolata da Rudolf; se devo esser sincera fino in fondo, ricordo che no, non fu un granché la mia prima volta; ma tanto bastò ad accendere la fiamma della passione.
Giorni d’immensa felicità ci attendevano… una felicità fragile che si sarebbe sciolta velocemente assieme al manto bianco che, più su delle abetaie, ancora copriva il pendio dei monti.

Correvano di pari passo tempo e felicità, consapevole in cuor mio che non avrebbe raggiunto l’estate decisi di non farlo pesare all’amato, ma di goderne a piene mani fintanto ci fosse concesso di condividerla.


Dopo l’atto ci eravamo distesi supini su un declivio prativo, riscaldato dal tiepido sole del primo meriggio; e lì, notando lo sguardo imbrunito perdersi tra le cime, gli chiesi: “A cosa stai pensando?”.
“Alla neve.”, rispose sospirando, poi, indicandolo proseguì: “Tra pochi giorni il passo sarà sgombro.”.
“Sì, e allora?”.
“Non fingere di non capire, lo sai cosa voglio dire.”.
“Non puoi andartene ora che sono stata tua, non è giusto… non è giusto…”, dissi singhiozzando.
“Cerca di capire Clara…”, fece lui stringendomi a se: “da quella strada potrebbe arrivare chiunque; soldati tedeschi o miliziani fascisti… in ogni caso, per me sarebbe comunque la fine.”.
“Don Oliviero sarebbe disposto a nasconderti.”, provai a dire.
Rudolf sorrise: “Glielo hai chiesto?”, domandò alzandomi il mento per fissarmi negli occhi.
“No.”, risposi abbassandoli.
“Don Oliviero è un sant’uomo, ma non può permettersi di mettere in pericolo tutti voi per coprire un disertore.”, proseguì scostando lo sguardo sui monti a nord: “La Svizzera è a un giorno, forse due di cammino...”.
“Portami con te!”, esclamai interrompendolo.
“Clara… Clara…”, fece lui sospirando: “Non posso mettere in pericolo la donna che amo.”.
Essere apostrofata come: donna che amo, mi fece correre un brivido lungo la schiena: “Se come affermi, sono la tua donna, mi devi portare con te!”, insistetti con tono implorante.
“No!”, fu la lapidaria risposta che mi ammutolì.
Offesa nel profondo mi alzai e, piangendo, iniziai a scendere il declivio
“Vieni qui! E stammi a sentire!”, mi sgridò afferrandomi per un braccio.
“Non ti voglio ascoltare.”, dissi piangendo.
“E invece ascolterai quello che ho da dirti!”, mi urlò in faccia, spaventandomi: “Scusami… scusami Clara. Cerca di capirmi, sono momenti difficili anche per me.”, aggiunse baciandomi; e tanto bastò a ricomporre la piccola frattura.
“Quando la guerra finirà, tornerò da te.”, disse commuovendosi, stringendomi forte al suo possente petto.
“E io sarò qui ad aspettarti.”.
“Ti porterò lontano… Firenze… Roma… Parigi, ti mostrerò quello che finora ti ho fatto solo immaginare con le mie parole, e nessun’altra guerra potrà più dividerci, te lo prometto.”, mi diceva con il tono franco e sincero che solo chi ama può comprendere.
“Ti aspetterò ogni giorno, per il resto dei miei giorni se sarà necessario… te lo prometto.”, replicai serrando le braccia attorno al suo torace.
“Non sarà necessario… tornerò molto prima d’allora, stanne certa!”, chiosò, mentre ci avviammo abbracciati in direzione del paese.


****************************


Tornarono in paese, con la pace, i superstiti della mattanza; ma Rudolf non tornò.
Forse il suo corpo giaceva in mezzo ai monti, o forse ci mise poco a scordare la ragazza accompagnata per l’attimo bastante a farla sentire donna… o forse stava riorganizzando la sua vita, prima di tornare a farmi sognare.


Negli anni a seguire il paese andò lentamente svuotandosi, molte famiglie se ne andarono lontano in cerca di un lavoro e un salario che garantisse loro un futuro certo e una vita meno dura.
Non io! Io rimasi pervicacemente appesa ad una promessa, aleatoria come lo possono essere frasi sparse al vento in tempo di guerra, attendendo fremente che ogni nuova primavera sciogliendo la neve liberasse il passo: si’ da permettere al cavaliere senza macchia di calare in paese e spezzare le catene che tenevano la principessa ancorata come un macigno alle quattro case del borgo ormai in disarmo.
Ed ora eccomi qua sempre più sola e disincantata, ultima anima di un borgo abbandonato forse anche da Dio, ad attendere non più il bel Rudolf, ma la nera signora che mi liberi da questa esausta vita, pregna di un breve attimo d’amore e di una lunga estenuante attesa.


E rammentando scrivo per lasciare un segno tangibile della diversa percezione del tempo… del mio felice tempo che avrei desiderato scorrer placido, e invece precipitò come torrente impetuoso dentro una sola breve primavera.


Ora sono stanca, non mi resta che chiudere il quaderno e riporlo dentro il cassetto dove resterà, se qualche viandante curioso non lo scoverà, ad ammuffire sgretolandosi con le case e i ricordi del borgo che fu un Eden in mezzo all’inferno; prima di giacere dimentico assediato dalla sterpaglia.


FINE




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Racconto scritto il 16/06/2016 - 17:06
Da vecchio scarpone
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