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Regina del giardino

Ogni giorno passavo per le tue scale, scavalcavo il muretto che divide le nostre case e aprivo il portone. Cercavo sempre di non farmi vedere, né da te né da nessun altro. Era stupido, lo so, ma era come se stessi facendo qualcosa di illegale. Spesso il mio cancello era chiuso e passare per il tuo, sempre aperto, mi era sembrata subito una soluzione. Da soluzione diventò abitudine. Quando ti vedevo là fuori, nel regno del tuo giardino, mi faceva quasi strano passare per il mio cancello o suonare aspettando che qualcuno mi aprisse. Sapevo che tu non avresti avuto alcun problema a riguardo, ma se lo avessi fatto in tua presenza, il mio vizio avrebbe perso la sua ragion d'essere e, forse, sarebbe venuto meno. E io non volevo perderlo.
Le rose del tuo giardino erano le più belle che avessi mai visto. La dedizione con cui te ne curavi ogni giorno era la loro bellezza. Il profumo delle tue rose e quello dell'erba fresca mi annunciavano la primavera. Talvolta anche il mio giardino odorava di erba fresca, ma si trattava di un odore più anonimo, di una falsa gradevolezza. Quando si tagliava l'erba in giardino erano ricorrenti espressioni come " Che caldo!" oppure " Che fatica!" o ancora " Speriamo smetta di piovere!". Le tue rose,il tuo giardino erano fioriti nel silenzio e, non avendo occhi, non potevano conoscere il bianco del tuo sorriso o la luminosità del tuo sguardo. Quelle rose, però, avrebbero saputo riconoscere la delicatezza e la morbidezza delle tue mani tra altre mille.
Le tue rose.... Iniziai con l'osservarle, poi presi a toccarle: le carezzavo e le annusavo, mi riempivo le narici del loro profumo e coccolavo le mie mani passandole sui loro lisci petali. Una fra tutte aveva attirato la mia attenzione: era la rosa al centro del giardino, quella a cui tu volgevi per prima il tuo sguardo ogni volta che uscivi fuori. Una mattina, mentre la stavo annusando e carezzando, ti vidi alla finestra. Il tuo sorriso era così bello che mi dimenticai di farmi paonazzo in viso. Accadde pochi secondi dopo, quando ti ritrovai lì, a un passo da me.
-" Ciao Roberto, che cosa stai facendo? Stai annusando le mie rose?".
-" Ma sei muto? Ogni tanto ti vedo annusare le mie rose, sai? Soprattutto questa, la mia preferita".
Ti avvicinasti ancora a me e, nell'accarezzare la rosa, sfiorasti le mie dita. Un brivido mi percorse lungo tutta la schiena e pregai Dio che questo momento non finisse mai tanto ti volevo.
-"Sai perché questa è la mia rosa preferita? Perché si chiama proprio come me, Alba".
Non riuscii a risponderti, un altro sforzo come quello di parlare e sarei svenuto. Mi sentivo così stupido!. Ovviamente te ne andasti. Questi minuti con te furono i più lunghi di tutta la mia vita. Non passò giorno che non pensai ad Alba, la rosa e la sua curatrice. Cominciai con il dirti " Ciao", riuscii a guardarti in faccia e, alla fine, anche a sorriderti. La primavera successiva sarei stato pronto a parlarti, a conoscerti e, magari, a curare con te il tuo giardino. La primavera arrivò presto, in punta di piedi, senza farsi sentire. Le siepi erano alte e le rose erano spente. Forse tu sapevi che avrei voluto parlarti e non eri disposta ad ascoltarmi, forse avevi altro da fare, forse il tuo giardino non era più l'unico a godere delle tue carezze. Avrei voluto bussarti alla porta mille volte, ma mille e una volta pensai che tu non mi avresti voluto. Eri troppo bella per perdere tempo con uno come me. Presi a fumare. Uscivo tutte le sere, vagabondavo tutte le notti per la città. Quando diedi il mio primo bacio affondando il viso in quei capelli corvini e ribelli, pensavo alla tua bocca. Arrivò l'autunno. Forse te ne eri andata: "Meglio così", mi dissi. Un sabato mattina bussarono alla porta. Ero solo in casa, come sempre. Tua madre mi invitò a venire a trovarti, sarei potuto passare a qualsiasi ora, ogni volta che lo avessi voluto. " Perché tua madre e non tu?"- pensai- "Forse piaccio a tua madre perché sembro un bravo ragazzo, ma non a te?". Mi ripromisi che non avrei mai considerato l'invito. Il mercoledì successivo, in piena notte, mentre stavo leggendo, mi fermai a pensare: ero un ragazzo popolare. Da timido secchione, così etichettato dagli altri per la mia introversione e il mio amore per la lettura, ero diventato un ragazzo simpatico, interessante, ribelle ed egoista quanto bastava per essere popolare, soprattutto fra le ragazze. E forse non volevo venire da te perché non volevo più indossare quei panni da timido secchione. Pensavo questo, con le braccia conserte e la testa abbandonata sul cuscino, quando delle grida mi distolsero da ogni riflessione. Balzai giù dal letto e aprii la finestra. Ora le grida erano forti e chiare: era la voce di tua madre. Udii i passi dei miei genitori. Tua madre gridava e piangeva di un pianto disperato e straziante. Ed eccomi di nuovo nei panni del ragazzo timido e impacciato, muto e paralizzato. Ero ancora fermo alla finestra quando vidi i miei genitori scavalcare il tuo muretto. Quel dolore mi era entrato talmente dentro che mi sembrò di averlo gridato io stesso. Alba si era uccisa quel mercoledì notte gettandosi dalla finestra del bagno. Nel giro di pochi minuti, la sua casa era piena di vicini e curiosi. Arrivarono i soccorsi, i carabinieri ed io ero ancora appoggiato al suo muretto. Quando lo scavalcai, non raggiunsi la folla; restai lì, a carezzare quello che era rimasto della sua rosa. Tremavo e piangevo come un bambino; tremavo e piangevo come uno stupido che si era reso conto di non aver curato la sua rosa solo perché amava di più se stesso. In quel momento ero solo questo, uno stupido che avevo perso tante occasioni per essere felice, niente più. La felicità dura il tempo di un brivido, come quello che solo il tocco delle tue dita era riuscito a darmi.
I primi mesi andai a trovarti nella tua nuova casa. Venni poi a conoscenza della tua malattia: la sindrome di Morris. Il tuo corredo cromosomico era XY, ma il tuo fiocco tra i capelli era rosa. Lo avevi scoperto appena un anno e mezzo prima di decidere che tutto questo era troppo da sopportare. Bastarono un' ecografia e delle analisi del sangue. Eri una ragazza alta, davvero molto alta e snella, dal bacino stretto e dall'ombra amorfa. I tuoi lunghi capelli biondi, lisci e lucenti, avevano lo stesso profumo della tua rosa e i tuoi occhi, grigio- verde,mi ricordavano le sue foglie. La tua pelle bianca e le tue guance rosee sembravano essere state dipinte dalla stessa mano che aveva dato forma ai suoi petali. Le rose Alba non sono una specie, sono degli ibridi spontanei; sono belle ed eleganti, delicate e forti, proprio come lo eri tu. La leggenda narra che le rose Alba siano nate con la dea Venere dalla spuma del mare. Ora io ti cerco sempre là, tra le onde del mare, belle ed eleganti come te, regina del mio giardino.



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Racconto scritto il 17/06/2016 - 03:41
Da Lucia Trucca
Letta n.162 volte.
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su 1 votanti


Commenti


Davvero bello il tuo racconto!

patrizia brogi 17/06/2016 - 08:56

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