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Un mito

Ho saputo della morte di Iacovone una mattina di febbraio. Aspettavo lo scuolabus dietro i vetri del portone di casa, perché faceva freddo. Ero insieme a mia nonna che ogni mattina si lamentava, perché il pulmino della scuola si fermava sul lato di fronte per far salire prima un’altra alunna, mentre noi dovevamo attraversare la strada per raggiungerlo e giù litigi con l’autista e il padre di quella ragazzina. Il fatto era che l’autista viaggiava sulla corsia di destra e casa mia era su quella di sinistra.
Mia nonna veniva la mattina da casa sua solo per farmi salire sullo scuolabus, perché i miei genitori andavano a lavoro presto. Ma quel giorno inaspettatamente mio padre tornò indietro, aveva il giornale in mano e disse: “E’ morto Iacovone!”.
Iacovone lo conoscevamo tutti, era l’idolo della città, era l’attaccante della nostra squadra di calcio che stava volando verso la serie A, lui era il capocannoniere del torneo, aveva segnato più di tutti. Purtroppo non lo avevo mai visto giocare allo stadio, perché dicevano che ero ancora piccolo, ma ci sarei andato presto. Qualcuno un giorno aveva scritto sul muro di una palazzina vicino allo stadio “ 9 IACOVONE”, senza sapere che quella scritta si sarebbe perpetuata nel tempo come un nostalgico epitaffio. Sul mio album dei calciatori mancava la sua figurina. Quante bustine avevo scartato sperando di trovarlo! Avevo quasi completato la pagina della mia squadra. Tante maglie rossoblù e uno spazio vuoto quello di Iacovone e di Gori, poiché i giocatori di serie B erano stampati in coppia. Quando noi ragazzini ci scambiavamo le figurine per aggirare il destino cinico e baro che ci riempiva le tasche di doppioni sapevamo che la sua figurina non aveva prezzo o, meglio, se di solito lo scudetto di una squadra valeva dieci figurine normali, quella di Iacovone aveva un valore a discrezione del proprietario che poteva chiederne anche cento in cambio. Per averla dovevo chiedere un mutuo di figurine.
C’era stato un incidente nella notte, un’auto rubata correva a fari spenti e lo aveva travolto mentre usciva con la sua da un incrocio.
Noi ragazzini ingigantivano e deformavamo quanto sentivamo dagli adulti : l’intera città già di notte si era riversata all’ospedale per avere notizie, i compagni di squadra cercavano il malvivente per fare giustizia e così via. Ma noi amavamo semplicemente la squadra della nostra città e amavamo il suo campione, punto e basta, non esistevano la Juventus o l’Inter. Vivevamo, forse di riflesso, la passione per un calcio genuino, soprattutto sognavamo la serie A, che non era stata mai così vicina, ma non l’avremmo mai vista.
Quella mattina mia nonna mi accompagnò, attraversando la strada, al pulmino, mentre cominciava a piovere e non litigò con l’autista e nemmeno con il papà dell’altra bambina.



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Racconto scritto il 10/08/2016 - 17:48
Da . Marca Budavari
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Commenti


Confesso che non so chi sia Jacovone ma la breve composizione è convincente, e poi ricordo anch'io quelle figurine Panini. Un saluto

Luciano B. 11/08/2016 - 01:04

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