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Lo specchio

Mi fu commissionato un lavoro di restauro, in una antica casa seicentesca, che era situata, in luogo completamente isolato. Era di venerdì diciassette e quella sera pioveva a dirotto e c’era persino una fitta nebbia che m’impediva la visuale del sentiero, che mi avrebbe portato alla mia agognata meta. Dopo tanto girovagare alla cieca, non so come mi ritrovai con la mia vecchia cinquecento davanti alla casa che cercavo. Scesi dall’auto e mi bagnai tutto, quella sera non la voleva proprio smettere di piovere! E se non bastasse, i terrificanti boati dei tuoni, che seguivano ai fulmini in una sarabanda paurosamente assordante, contribuivano a rendere l’atmosfera più spettrale. La prima cosa che notai, una volta davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu che il batacchio era troppo piccolo per quel portone, ma, nonostante ciò, il rumore che produsse non appena lo spinsi contro il legno non mancò di impressionarmi. Era un rumore profondo, ancestrale. Bastò un solo colpo, e subito sentii rimbombare dei passi nell’atrio della vecchia casa. Il maggiordomo mi aprì senza dire una parola e, con un leggero inchino, mi fece segno di entrare. Appena entrato gli chiesi del conte Giulio Giusto e per tutta risposta ricevetti, un cenno che mi indicò di consegnargli il mio cappotto fradicio e questi, rimanendo ancora in silenzio, lo piegò con cura e lo infilò in un armadio vicino al portone. Conclusa questa operazione con flemmatica calma, mi disse: “ il signor conte la riceverà domani mattina alle nove nel suo studio” e mi condusse per una di quelle infinite scale. Rimasi affascinato dalla struttura interna della casa. C’era una enorme quantità di scale, e molte di esse si perdevano in un’oscurità labirintica. Camminava come un fantasma, non riuscivo a vedere i suoi piedi toccare terra. Attribuii questa impressione unicamente alla mia stanchezza. Non desideravo altro che dormire.
Arrivammo, infine, davanti ad una porticina sulla destra del corridoio. L’uomo tirò fuori un grosso mazzo di chiavi e, senza esitare nemmeno un istante, ne prese una dorata e aprì la porta. Entrai nella camera. Era una vecchia stanza per gli ospiti, con i soffitti molto alti, che incuteva non poco timore. L’unica luce proveniva da alcune candele collocate ai lati del letto. Ovviamente fuori non c’era luce, ma dubito che ne sarebbe entrato un solo raggio di sole anche in pieno giorno, dato che le finestre erano coperte da pesanti e scure tende rosso sangue. Devo essere rimasto molto tempo in contemplazione della stanza, come rapito da essa, perché non appena mi girai per ringraziare scoprii che la porta era chiusa alle mie spalle e il maggiordomo sparito. Posai la mia piccola valigia a terra, accanto ad un comò ormai distrutto dal peso degli anni, e mi sedetti sul letto. Fu allora che sentii dei passi provenire dal basso e all’improvviso un fulmine illuminò tutta la stanza, seguito da un fragoroso tuono che rimbombò per tutta la casa, che non fece altro che accrescere tensione e timore.
Proprio di fronte a me, dall’altra parte della stanza, lo giuro su quanto mi è più caro al mondo, vidi un ombra; non riuscivo a distinguerne la forma per via del buio, ma di certo doveva essere molto grosso, e completamente nero. Era quanto di più viscido e disgustoso i miei occhi avessero mai visto o almeno lo immaginavo così. A momenti, degli strani tentacoli si muovevano rapidamente e si torcevano agili dietro la sua testa. Almeno, credo che fossero tentacoli. L’unica cosa che si riusciva a distinguere davvero bene erano due grossi punti rossi, che dovevano essere gli occhi e si incrociavano con i miei, ovunque io guardassi, senza darmi un attimo di respiro. Rimasi immobile, senza muovere un muscolo, e lo stesso fece quella creatura mostruosa. Non riuscivo a immaginare cosa potessi fare, per difendermi in caso di attacco!
“Chi o cosa sei?”, riuscii a malapena in qualche modo a balbettare. Ma tutto quello che ottenni in risposta fu l’eco della mia voce che, rimbalzando tra le pareti, assunse un tono così minaccioso da spaventarmi ulteriormente. Non sapendo cosa fare, mi misi in un cantuccio, sperando che non si muovesse da quell’angolo e rimanesse immobile per tutta la notte. Quella creatura abominevole, se ne stava imperturbabile al suo posto e adesso mi sembrava di vedere anche un terzo occhio, posto al di sotto degli altri due, che continuava a fissarmi. Oggi, a distanza di anni, non riesco a quantificare il tempo in cui, nel buio cupo di quella stanza, io e quella immonda creatura rimanemmo a fissarci. Credo che siano stati solo pochi minuti, ma a me sembrarono lunghi anni. Trovai alla fine il coraggio di alzarmi in piedi e, con mio immenso terrore, anche quella mostruosa creatura cominciò a muoversi. Iniziai a urlare a squarciagola correndo verso la porta, pregando iddio che il maggiordomo l’avesse lasciata aperta, ma il mio urlo fu completamente coperto dal verso agghiacciante che emise il mostro. Raggiunsi infine la porta, misi la mano sul pomello, e il pomello, naturalmente, girò, ma a me sembrò quasi una magia. Ancora oggi mi stupisco di non essere franato per la scalinata che conduceva all’androne centrale, considerata la velocità con cui ne discesi.
Ritrovatomi dunque nell’ingresso, mi guardai alle spalle, e fui stupito di non vedere nessun mostro che mi inseguisse. Stavo ancora affannando e sbuffando come una locomotiva, quando da una porta laterale sbucò invece fuori il maggiordomo che, con aria apprensiva, mi chiese:
“qualcosa non va, signore? potrei forse esserle d’aiuto?”
“Ho visto una creatura infernale”, balbettai.
“di quale creatura parla, signore?” rispose con ironia
“il mostro! il mostro!”, gridai in preda alla follia.
“e dove sarebbe questo mostro, signore?”, mi chiese il maggiordomo con aria di sfida.
“ma si! il mostro! era lì, in camera, proprio di fronte al letto!”, dissi, con una razionalità che mi stupii.
“mi dispiace confessarle che non c’è alcun mostro nella camera degli ospiti.”
“ma si che c’è! l’ho visto con questi occhi!”
“Non c’è nessun mostro di fronte al letto. C’è soltanto un vecchio specchio, signore, solo un vecchio, stupido specchio”, mi disse il maggiordomo guardandomi dritto negli occhi. A quel punto presi la valigia dalla stanza e dissi al vecchio domestico: “potete riferire al signor conte, che rifiuto l’incarico, per ragioni soprannaturali.” Il maggiordomo prese il cappotto ripiegato dall’armadio e me lo diede, mi accompagnò alla porta e con un inchino mi salutò; gli risposi: buona notte e uscii frettolosamente. Appena fuori, mi ripresi completamente dallo spavento e nemmeno il tempo di accendere il motore della mia cinquecento, smise di piovere, la nebbia scomparve e il cielo s’illuminò di stelle. Pensai l’incubo è terminato, siamo a sabato diciotto! Ma il vecchio specchio, continuava ad occupare la mia mente, oramai era divenuto il mio pensiero fisso!



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Racconto scritto il 06/09/2016 - 11:36
Da Savino Spina
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Commenti


Il buio rende gli spettri interiori terrificanti, perché non più relegabili nella irrealtà ed è lo spazio del "tutto possibile". Nel buio abbiamo uno sconfinamento della nostra interiorità, che non trova argini nella visibilità e la paura del buio è tanta più forte, quanta la nostra interiorità è abitata dai mostri.

Savino Spina 06/09/2016 - 14:09

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