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Attesa

L’attesa, sono anni che ho imparato ad attendere, pazientemente con diligenza, mostrando il suo impegno soprattutto nello stare fermo fisicamente, ma con leggerezza, con la disinvoltura di chi sa il proprio lavoro, e vi adempie non solo, ma avendo vicino altri, anche loro chi più chi meno attende. Pensavo fra me alle fermate del tram e degli autobus per frequentare l’università, “odio attendere”, è l’unica cosa che non mi piaceva, qualunque cosa avessi dovuto fare anche pulire il mio rozzo simpatico cane che non c’è più, l’avrei puntualmente accuratamente e con il giusto rispetto fatto, senza nemmeno biasimare un barlume di pensiero –perchè proprio a me. E così l’aspettare, aspettare un traffico che si mobilita affinchè in comunione i lavori conseguano alle stesse ore, non mi caparbiava assolutamente l’idea che dovesse toccarmi, ora che quel conducente ha rispettato più o meno semafori, che quei dieci minuti prima le macchine statisticamente si sono affollate su corsie cittadine diverse, ora il mio orario diveniva buono ora diveniva tardo. Non mi riguardava questa dinamica se a studiare ero soltanto io per percorrere quel tram quegli autobus. In tal modo ho plasmato appunto la dimensione che tutto ciò di aspettare non faceva per me, per cui adempivo a quell’attesa come un momento sociale comune con tutti, purtroppo necessario ma con leggerezza, reciproco di rispetto essendo un servizio sociale, con impegno anche nella postura, se troppo rigida dopo svariati minuti per non ricordare anche quasi ore, ci si stancava veramente in piedi. E in tal modo il mio modo divenne esattamente per ogni cosa in tale modo, anche in questa circostanza di fine estate, sto attendendo, attendo sempre, anche i miei sogni stanno attendendo che loro stessi si svegliano consultino gli oracoli e si avverino, sogni normalissimi, “Perchè sono stato innamorato solo tre volte?” , “forse perchè sono le mie ragazze che mi hanno lasciato ?”, “ forse dovrei incontrare esclusivamente gli archetipi dellla loro onomologia femminile?”, “la prima occhi verdi, la seconda rossa, la terza bielorussa?”. All’esame di fisica I accidentalmente mio padre non mi lasciò i suoi soldi nel mio portafogli, partendo in stazione mi accorgo che avevo quattro euro di meno, di mattina presto nessun conoscente alla stazione, riesco a raccimolare appena un euro e qualche centesimo, così faccio il biglietto per almeno cinque sei fermate prima. Salgo e sfortunatamente il copotreno arriva proprio una fermata prima della fermata sul biglietto. Speravo che non se ne accorgesse, mentre controlla il mio biglietto dopo tanti altri con il treno affollato, legge l’arrivo si volta durante che il treno rallentava alla fermata della stazione e mi dice “ma signore questa è la sua fermata”, io confondo le acque mostrando il disappunto che la mia destinazione fosse più avanti, lui replica, io replico, gli altri si voltano, io mi volto, lui esclama “se vuole continuare la percorrenza signore, sono altri cinque euro, signore!”. Ma io non ne avevo, ne potevo chiedere cortesemente una cordiale colletta, mi accingo a confondere i miei ideali supposti e fingo di non aver letto bene il cartellone della stazione, che guarda che strana situazione era invece proprio quella, scendo dal treno. L’esame orale mi attendeva, speravo che fossimo in molti in tal modo con due ore di ritardo, l’avrei sostenuto alla fine anche se il professore all’appello mi avrebbe messo assenza. Corro verso la fermata del bus, attendo, attendo con i miei muscoli inferociti, i miei piedi fermi piantati pronti a saltare sul gradino del primo autobus, emettevano scintille di uranio, la mia mente calcolatore dei tragitti meno lunghi dei meno ostacoli, delle traiettorie più veloci, della faccia che avrebbe fatto il professore se non mi avesse visto arrivare, e buttare il 26/30 dello scritto. Riesco a prendere quattro mezzi compresi la metro, e dopo tre ore a partire dalle nove arrivo all’università correndo per i corridoi della facoltà di fisica, quasi tutti vuoti, busso alla porta di legno e rimaneva solo con gli scritti in mano che stava per mettere da parte, accingendosi ad andare via il professore con gli occhiali. “Buongiorno, lei è...? “Salve professore, Di Paolo, ho avuto un grosso equivoco, ho confuso la data dell’esame, studiavo a casa, guardo l’orologio, ripenso che oggi è proprio lunedì e improvvisamente ricordo dell’esame, mi scusi tanto” , “dai non si preoccupi facciamo in fretta, mi esponga le teorie di questi suoi errori sullo scritto.....” . Il cordialissimo professore mi domanda i calcoli più difficili del mondo vicini ad Einstein, ma la grande stanchezza che avevo mi permise solo di scrivere i concetti fondamantali senza sviluppi, così il professore non mi confermò il 26/30, abbassandomi il voto dicendomi “Di Paolo ha studiato, ma quanto tempo per enunciare un concetto di tutti questi argomenti”, ed io gli risponde ugualmente “grazie comunque professore è sempre un piacere, però proprio in queste domande, se solo avessi avuto un quarto d’ora di ripasso sull’autobus, le avrei sapute tutte immediatamente, arrivederci”. Attendeva anche lui il mio arrivo, ma proprio non ce la feci a concentrarmi, le mie gambe attendevano, che lui finalmente si accontentasse di uno sprovveduto come me, e mi lasciasse andare con quel voto. In tal modo l’attesa divenne una costante importantissima di ogni mia azione ogni mia scelta, l’attesa non dipendeva dalla scelta, la scelta dipendeva dalla quntità d’attesa. Poco dopo infatti la mia terza ed ultima ragazza, mi sussurra su un orecchio, immagginavo volesse andare al cinema, “Vado a casa, non sembra che
funzioni così, voglio un periodo per riflettere, voglio un periodo d’attesa”. “No,No, Nooooooooooooooo,Nooooooooooo”. Sono rimasto seduto su quelle vecchie panche basse di marmo, a vedere come il vento facesse cadere i petali dei fiori e portarli in giro svolazzandoli qua e la. Ed ancora sono lì sorvolando con la mente da quattro anni, ma lei sembra non voler più tornare da me.



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Racconto scritto il 11/09/2016 - 17:18
Da Luca Di Paolo
Letta n.279 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


A pochi minuti di distanza ho pubblicato mia poesia stesso titolo!! Le attese sono meno lunghe se condivise

Claudia At 11/09/2016 - 18:35

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