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IL RITRATTO(Prima Parte)

Il motore gracchiava, mentre l'auto affrontava faticosamente la salita. Era una giornata grigia e senza sole, ma faceva un gran caldo e non si respirava quasi, anche se a tratti, spirava un vento leggero. Il navigatore l'aveva abbandonata già da un po'. Si sporse nella, vana, speranza di scorgere qualche indicazione stradale, ma nulla. Quel posto sembrava essere dimenticato. Che avesse sbagliato strada? Cercò nel cruscotto le indicazioni che le aveva lasciato l'avvocato. No, aveva preso la strada giusta. Sbuffò cercando un modo per cavarsela in quell'impresa.
Era cominciato tutto un paio di settimane prima, quando le era giunta la notifica di sfratto, seguita dalla notizia, ancora più clamorosa, che una vecchia zia piuttosto eccentrica, le aveva lasciato in eredità i suoi beni. Tra cui due appartamenti e una casa antica. Aveva preso il primo volo per Londra, carica di tante aspettative e con un progetto in mente: liquidare l'immobile antico e uno degli appartamenti e tenere per sé quello che più rispecchiava le sue esigenze.
Al suo arrivo trovò ad aspettarla il legale di sua zia, nonché suo esecutore testamentario. Si recarono nel suo studio e lei gli comunicò le sue intenzioni, spiegandogli la sua situazione.
«Mi spiace signorina» Cominciò l'avvocato.«Ma temo ci sia un problema.»L'avvocato la guardò apertamente. E a lei venne di pensare che era davvero un bell'uomo, distinto e molto elegante, sebbene più vecchio di lei.
«Che tipo di problema?» Chiese con tono apprensivo, forse non era lei, l'unica erede?
«La proprietà di campagna è inalienabile.»Fu come una doccia fredda,
«Come, scusi?»
«Non è vendibile, è espressamente indicato nel testamento.» Chiarì.
«E se l'affittassi?» Si arrischiò a chiedere, ma l'avvocato scosse la testa. Bene, ora sì che era nei guai. Forse avrebbe potuto vendere i due appartamenti londinesi e comprarne uno alla sua portata o addirittura abitare la casa di campagna.


Fermò l'auto finalmente era arrivata in cima. Si guardò attorno. Vedeva solo alberi e nessun segnale o indicazione. Rilesse le indicazioni dell'avvocato e tornò a guardarsi attorno, con più attenzione, fino a quando non vide un lungo viale. Rimise in moto percorrendolo. Poco a poco cominciò a scorgere la casa in lontananza. Era un edificio solido, di epoca Elisabettiana, dalla tipica forma ad E, ancora in ottime condizioni. Più si avvicinava e più ne poteva ammirare la magnificente imponenza. Parcheggiò e scese dall'auto. L'aria intorno alla casa era...strana, ma in fondo, si disse, come avrebbe potuto essere diversamente? Sebbene molto curato, si vedeva bene che l'edifico era disabitato da molto tempo e poi le case antiche non le erano mai piaciute. Prese le chiavi dalla borsa e si avvicinò al portone.
decisamente eccessivo per viverci, tanto più che preferiva gli ambienti moderni, ma in via provvisoria, forse poteva andare. Entrò. Se l'esterno le era parso imponente, l'interno lo era ancora di più. L'ampia scalinata in legno, le volte alte, i pavimenti in marmo. Le sembrava di essere sul set di un film in costume. Sui mobili era steso il solito panno bianco e si sentiva odore di chiuso. Sollevò il telo. I mobili erano sena dubbio tutto originali, chi poteva mai scegliere un simile mausoleo? Si chiese. Certo sua zia, doveva essere davvero uno strano tipo.
Girovagò un po' per le stanze, non era certo la sua casa dei sogni, però avrebbe potuto sistemarsi lì, fino a che non vendeva i due appartamenti, e ne comprava uno nuovo. Cosa ne avrebbe dovuto fare di quella casa non lo sapeva ancora. Tirò un sospiro.


Era quasi sera. Aveva deciso di aprire solo pochi ambienti: un salottino, la cucina, e una camera da letto. Aveva passato gran parte della mattina e del pomeriggio ad arieggiare le stanze e a togliere i teli. Fortunatamente l'impianto d'illuminazione era stato rifatto in tempi recenti, ma il riscaldamento era affidato ancora ai caminetti. Preparò una cena veloce, con le poche provviste che si era portata dietro.
Dopo cena si mise a girovagare un po' per le stanze. Stabilirsi lì, sebbene per un breve periodo non l'allettava molto, ma sapeva che lasciare vuoti gli altri appartamenti, voleva dire aumentare le possibilità di venderli in poco tempo, e poi non le andava di stare in albergo.
Il suo cellulare squillò. Rispose.
«Signorina? Sono l'avvocato Morrison. Mi scuso ancora per non averla potuta accompagnare. Tutto bene?»
«Si. Tutto bene, non si preoccupi.» Gli rispose, piacevolmente sorpresa da tanta premura.
La conversazione, un cortese scambio di battute, durò pochi minuti e si chiuse con un click. Il vento aveva preso a soffiare e in quella casa si gelava. Andò al piano di sopra e prese una coperta. Era ancora troppo presto per mettersi a dormire, e chiaramente in quel posto assurdo non c'era la televisione. Che fare allora?
Alla fine decise di mettersi a leggere le carte che le aveva dato l'avvocato. Si rannicchiò in una delle poltrone del salottino, ma non s'immerse subito nella lettura. Lasciò vagare lo sguardo per la stanza, concedendosi qualche istante per studiare l'ambiente. Non era molto grande, ma i mobili erano disposi in modo da farlo sembrare molto arioso. Al centro stava un grande camino, sopra il quale stava appeso un grande quadro, che attrasse subito la sua attenzione. Era un ritratto a figura intera, molto elaborato ed incastonato in una ricca cornice dorata. Lo sfondo, di colori scuri, sembrava quasi...liquido, mentre la figura era così ben delineata, da sembrare viva. Ma chi diavolo era quell'uomo dagli occhi severi? Per un attimo, ci si perse, erano così... espressivi. Distolse lo sguardo, portandolo sui documenti. Aveva la stana sensazione di essere osservata. Era una sensazione sgradevole, quanto sciocca. Si mise a leggere le carte, che aveva con sé, con rinnovata concentrazione. Le studiò per un'oretta circa, poi decise di andare a letto.


Dormiva profondamente, quando alcuni bizzarri rumori la riscossero dal sonno. Si mise a sedere sul letto, non ancora dl tutto sveglia, e si mise a cercare il suo cellulare. Mezza notte...l'ora dei fantasmi, pensò dandosi sella stupida. Tornò a sdraiarsi con uno sbadiglio. Doveva essere stato il vento a svegliarla e non doveva lasciarsi suggestionare, si disse mentre ripensava al dipinto. Era talmente stanca che si riaddormentò subito, ignara che qualcuno, appoggiato allo stipite della porta la stava osservando, prendendo nota dei suoi capelli sparsi sul cuscino, e del suo volto angelico, con un sopracciglio inarcato, a metà tra il divertito e l'interrogativo.


La mattina dopo, quando si sveglio, di buon ora, la casa era del tutto tranquilla e anche lei. Il vento si era placato e sole timido, cominciava a fare capolino, filtrando appena dalle persiane. Psi preannunciava una bella giornata, e in fondo quella casa, non era poi così tremenda. Si diede una rinfrescata, si rivestì e scese in cucina per la colazione. La cucina era sul retro della casa, un po' scomodo ma in fondo era per poco.
Dopo colazione portò le valigie in camera. Due bauli ed un cassettone. Non c'era un armadio, ma in fondo non ne aveva bisogno. Chissà come facevano una volta, con tutti quei voluminosi vestiti. Quando ebbe finito di mettere via le sue cose, ridiscese ben decisa ad uscire. Doveva comprare qualche altra provvista. Fortunatamente alla cucina era stato aggiunto un frigorifero, piccolo, ma che serviva allo scopo.


Scese dalla macchina, recuperò le buste e si avviò verso casa. Era tardi. In città aveva incontrato un'amica, che non vedeva dai tempi del college, si erano messe a chiacchierare, erano andate a pranzo insieme e lei aveva perso la cognizione del tempo. Entrò in casa, pensando di trovarla gelida, come la sera precedente eppure non fu così. Posò le buste nell'ampio ingresso e poi si diresse verso il salottino. Il corridoio era buio, rischiarato solo dal fuoco del caminetto, ne sentiva il crepitio. Ma chi diavolo lo aveva acceso? E soprattutto chi c'era in casa?
Si bloccò di colpo. Chiuse gli occhi. Gli riaprì.. gli richiuse. Non era possibile.
«Dormito bene, nel mio letto?» La voce bassa e profonda, la riscosse dal suo torpore. Guardò l'uomo comodamente seduto in poltrona, una gamba a cavallo e un bicchiere di Whisky in mano. Svenne.
«Dannazione!» le sembrò di udire, mentre due forti braccia la sollevavano di peso. Poi il buio.


Quando rinvenne era sdraiata sul letto. Il camino, nella stanza era acceso. Si mise a sedere contro i cuscini. Cosa stava accadendo? Confusa si guardò attorno. Trasalì nel vedere l'ombra di una figura appoggiata alla porta. La figura si mosse, con passo sicuro, fino ad avvicinarsi al letto. Si rannicchiò contro i cuscini, osservandolo. Non era possibile, ma era lì. Chiuse gli occhi e li riaprì. Sul volto dell'uomo era dipinto un sorriso beffardo, assai irritante.
«Vi siete svegliata, finalmente.» Le disse guardandola con curiosità ed interesse.
Louise puntò i suoi occhi grandi in quelli dell'uomo. Ma non rispose. Egli si appoggiò ad una delle colonne del letto, con fare indolente.
«Forse il gatto vi ha mangiato la lingua?» Louise sbuffò.
«Non parlo coi pagliacci. Non siamo ad una festa in maschera.»
«Prego?»Inarcò un sopracciglio.
«Hai capito. Fuori da casa mia.» Edward girò intorno al letto, e le si avvicinò pericolosamente, una strana luce negli occhi.
Mise le mani, ai lati del suo corpo, intrappolandola contro i cuscini.
«Vostra? Ogni cosa qui è mia, anche questo letto.» Louise lo guardò furiosa.
«sciocchezze. È uno stupido scherzo.» Disse.
«Uno scherzo, dite? Io non sto affatto scherzando.» Lei lo guardò con aria di sfida.
«E chi saresti?» Edward sorrise. Non era un sorriso amichevole.
«Lord Rochester.» Louise sbatté le ciglia.
«Dovrei essere impressionata?» Chiese.«Questa casa è mia e non tollero tali scherzi!» Edward si scostò.
«Mia affascinante signora, scoprirete presto quando vi sbagliate.» Fece un inchino beffardo, prima di uscire dalla stanza.
Louise corse a chiudere la porta a chiave. Era assurdo.


La mattina dopo, la casa era deserta, a parte lei. Quello strano tipo, chiunque fosse doveva essersene andato. Razionalmente sapeva che doveva essere stato solo uno scherzo di pessimo gusto o qualcosa di simile, eppure ne era turbata. Scese in cucina per fare colazione. Poi decise di andare a correre per schiarirsi le idee.


Quando rientrò, stanca ed accaldata, il suo cellulare stava squillando.
«Buongiorno, Signorina. Sta bene?» Chiese l'avvocato Morrison.
«Si, certo.» Mentì. Non poteva dirgli altro.
«Ne sono lieto. Dunque si è ambientata?» “Per nulla” pensò.
«Sì, sì, perfettamente.»Disse invece. Mentre parlava aveva raggiunto il salottino per sedersi.
«Molto bene. Volevo parlarle degli immobili che vuole vendere.» Louise sbiancò in volto, guardando il quadro sul caminetto.
«Chi è Lord Rochester?»
«Il duca di Rochester? Non pensavo che le interessasse la storia, sa che la casa era parte delle sue proprietà?»
«Davvero?» Chiese, non sapendo bene come interpretare l'informazione.
«Certo. Se vuole possiamo approfondire l'argomento a cena, la va?»
«Sì...grazie dell'invito.» rispose.
«Molto bene. Passo a prenderla alle otto.» Louise gli disse che andava bene, e la conversazione si chiuse con un click.
Era contenta dell'invito e sicura che una cena con l'avvocato l'avrebbe distratta e aiutata a mettere le cose nella loro giusta ottica.


-Fine prima parte.-




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Racconto scritto il 13/09/2016 - 12:46
Da Marirosa Tomaselli
Letta n.280 volte.
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