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Il ventaglio di Siviglia

IL VENTAGLIO DI SIVIGLIA
“ Si amavano. Pativano la luce, labbra azzurre nell'alba, labbra che escono dalla notte dura... “
Cinzia si era appoggiata alla parete, color albicocca , come sua madre l'aveva fatta pitturare, un mese prima, prima di morire, improvvisamente, come se un colpo di cimosa l'avesse cancellata dalla lavagna di grafite lasciando una leggera nuvola di polvere di gesso che sarebbe ricaduta a pioggia su chi la amava, acqua che nelle successive settimane si era per tutti trasformata in una fredda e spigolosa grandine.
Cinzia era stata avvertita da un'amica di famiglia; Giada una domenica mattina le aveva telefonato, poche parole pronunciate lentamente, una lasciava presagire l'altra, il tono sempre più basso e grave, un silenzio lungo prima della chiusura della telefonata e … non solo. Erano passati due mesi da quel giorno, Cinzia dormiva, in quel periodo non era mai riuscita a trovare degno riposo nel suo sonno e, quando il telefono aveva squillato, sapendo che era domenica, le sue gambe si erano irrigidite di colpo, un crampo al polpaccio sinistro le aveva strappato un'imprecazione urlata con risentimento e cattiveria, la lingua era rimasta chiusa tra i suoi denti, come se una parte di lei avesse cercato di trattenere la rabbia; il sangue si era fatto sentire in bocca, una sentinella che dava l'allarme del dolore che aveva dentro.
“ Giada quale altro buongiorno devi darmi stavolta? “ l'amarezza aveva trovato un varco e iniziava ad uscire.
“ Ti prego Cinzia, non è facile nemmeno per me, ma la porta dell'appartamento di tua madre è manomessa, dovresti venire a controllare “
Due ore erano trascorse da quella telefonata, entrando in casa Cinzia aveva messo a confronto le due scene: due mesi prima aveva trovato un appartamento caldo, le luci dell'albero di Natale scivolavano verso il tronco per poi risalire, occhieggianti muovevano l'aria circostante, difficile immaginare il freddo racchiuso nella camera più grande; questa volta l'appartamento offriva il suo peggior spettacolo già dall'ingresso, il pavimento era cosparso da foto, indumenti, quadri gettati per terra, quello che, della vita di sua madre era rimasto, era lì sul parquet.
I ladri avevano portato alla luce ciò che non si vede, così fa il sole entrando dalla finestra, illumina la polvere, le scie lasciate dalla scarpe sporche. Cinzia spostava le cose sul pavimento, le disuniva senza un preciso intento, per cercare il capo per riavvolgere quel nastro sfatto, tra tutte carta da lettere, bianca, ingrigita, raccolta da uno spago grezzo, bloccato da un piombino. Appoggiata alla parete, le gambe cedono lentamente, la accompagnano con delicatezza al pavimento, dove i listoni di parquet incontrano il muro; legge uno di quei fogli a caso, una scrittura un tono uno stile a lei sconosciuti......” Mara ogni giorno intorno a me scorrono come su un nastro le parole della nostra poesia, Vicente Aleixandre sono sicuro che l'abbia scritta per noi, prima che ci incontrassimo, lui aveva immaginato il nostro amore e ce lo ha depositato nelle pagine di un libro, dimenticato nel cassetto ammuffito, ricordi? Tu lo hai sfilato dalla sua sede per metterlo sulla terrazza, l'odore di muffa che usciva da esso era penetrante ti faceva starnutire, ci chiamava per attirarci nel labirinto dei suoi versi, perchè il nostro amore doveva esser celebrato.
La prima volta ti ho vista sotto uno dei molti alberi di arancio in fiore, a testa in su odoravi il suo nuziale profumo, un rullo di tamburi ti ha scosso, un attimo e ti sei ripresa, con le gambe magre e le ginocchia ossute che spuntavano da un leggero abito, ti sei inginocchiata sulle pietre sconnesse in attesa della processione. E' stato il gesto più bello che avessi visto, mi sono a te avvicinato, occhi scuri su un viso pallido, ti ho preso sotto al braccio sussurrandoti “ E' un po' presto per inginocchiarsi, la processione della Semana Santa ci sarà domani, il tamburo inizia a suonare il giorno prima cosicchè i Nazarenos i fedeli penitenti incappucciati e scalzi, inizino a pentirsi dei loro peccati “. La tua risposta Mara mi ha agganciato come un cavo di acciaio “ Tu sei un Nazareno? “
“ No, ma dovrei credo....”.
A Siviglia eri arrivata per fuggire a un dolore che non mi hai mai detto o per curare le ferite che io non ti ho mai detto?! Non ho la risposta, ma come un ventaglio, l'Abanico, come diciamo qui, hai mosso l'aria intorno a me. In camera, hai sfilato il cassetto, cacciandolo fuori, hai tenuto il libro e iniziato a leggere la poesia, solo i primi versi, gli altri li abbiamo scritti insieme,le mie mani contro le tue, le dita che si incastrano per stringersi, le mie ginocchia serrano le tue gambe per tenerti a me, perchè ad ogni virgola voglio a tua bocca, ad ogni verso voglio la tua saliva, ad ogni strofa voglioogni tua umida goccia e alla fine della poesia, come sempre, tu hai me ed io ho te.
Ti invio il nostro libro, tienilo e presto, molto presto, verrò a riprendermelo insieme a te.
Hai mosso l'aria intorno a me, non riesco più a respirare nel'immobilità.
Carlo “
E' buio, Cinzia ha letto riletto quella lettera, la morte le aveva tolto sua madre, i ladri le restituivano una donna, diversa da quella rassegnata che aveva conosciuto, quello scritto le riaccendeva il motore, lentamente sentiva la vita girare dentro, sentiva che l'aria intorno a lei si muoveva, un ventaglio sivigliano rinfrescava il suo sudore, scacciava i fantasmi, sua madre aveva amato ed era stata amata... poco importa se quel libro di poesie, era ancora lì, di fronte a lei, nella libreria di noce scuro, dove era sempre stato.



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Racconto scritto il 02/03/2017 - 22:13
Da Grazia Giuliani
Letta n.197 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Un gran bel racconto, non manca la giusta suspense, denso e serrato, ma scivola via sul cuore come un foulard di seta

Maria Carla Pellegrini 07/03/2017 - 14:26

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Bello ed emozionante questo racconto! Scoprire come sono realmente le persone che credevamo di conoscere è sorprendente. Scoprire che hanno trovato il loro amore è poesia e conforto! Una storia delicata che ho letto con piacere.

Patrizia Bortolini 04/03/2017 - 17:58

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Drammatico scoprire la propria casa violata da estranei, come se qualcuno avesse distrutto il proprio santuario.
Scena che non si dimenticherà mai.
Ma raccogliendo tutte le cose buttate qua e là capita di ritrovare qualcosa di cui non si ricordava l'esistenza.
Quell'attimo, quegli oggetti ritrovati, quegli scritti per un attimo fanno dimenticare tutto e riscoprire una pagina, mai letta o forse dimenticata.
Racconto molto bello, scorrevole, intenso.

ALFONSO BORDONARO 03/03/2017 - 09:38

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