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ALCHIMIA

C’era Mark, c’era John, c’era Luke. Così si facevano chiamare dagli amici, Marco, Giovanni e Luca, quand’erano adolescenti. E mancava giusto un Matteo per formare gli apostoli dei 4 vangeli canonici. Ma loro erano tutto tranne che dei santi. Nonostante le loro diverse personalità, e i guai che combinavano a scuola e in giro per il paese, erano ragazzini molto fedeli tra loro; c’era un misterioso legame, un’alchimia, che li rendeva veramente speciali quand’erano insieme, e nessuna causa-effetto li poteva separare. Erano un tutt’uno. Quella grande fortuna che solo il tempo dagli inizi ti sa regalare, l’Amicizia. Fino ai 19 anni, quando il destino li separò per sempre, anche loro credevano che l’amicizia, così come la vita stessa, fosse eterna.
Marco, alto come un campanile e robusto, di educazione ferrea e rigorosa. Non prendeva alcuna bizzarra decisione, ma la seguiva come sfogo all’imponenza del padre medico. John, il ragazzo nostalgico dagli occhi di ghiaccio ma non per questo pieni d’amore e infine Luke, il classico ragazzo “rockettaro”, sciolto come un cono gelato messo al sole: parolacce e ripicche a go-go! Tre personalità molto differenti per una sola e immensa esistenza.
Amici dalla prima asilo, ora si sono ritrovati all’ultimo giorno d’estate, quella dei 19 anni, maggiorenni e diplomati. Sarebbe stata l’ultima volta insieme, e già sentivano dalla fine degli esami che quella sarebbe stata l’ultima estate, con gli ultimi divertimenti, le ultime uscite serali, gli ultimi incontri, e che qualcosa poi li avrebbe divisi per sempre. Mark di sarebbe trasferito a Roma, per studiare medicina nella stessa università dove aveva studiato il padre. Luke a Bologna, per studiare il cinema, mentre John sarebbe rimasto qua, nel loro paese natale, tra il milanese e il varesotto, dove hanno trascorso e vissuto i momenti più belli e spensierati della propria esistenza, l’apparente eterna infanzia, tra i ciliegi in fiore della primavera, le balle di fieno in piena estate, le foglie d’autunno e il bianco dei rigori dell’inverno nordico. Qui, dove stavano consumano e finendo la propria adolescenza, e forse la stessa vita.
Per concludere la convivenza, prima della partenza definitiva di Mark e Luke, nonché il loro fraterno legame, decisero di trascorrere l’ultima serata al cimitero. Sì, proprio al cimitero! E di notte fonda pure al laboratorio di patologie nell’ospedale della zona. Un’idea folle, ma pur sempre vera, di quel pazzo di Luke. “Quello vive dentro un film!” Diceva Mark in merito alle sue macabre trovare. Già nelle ultime 2 uscite erano depressi per via del destino che da li a poco li avrebbe separati. Allora, per ricordarsi che non erano affatto eterni, che sarebbe stato inutile e una perdita di tempo rimpiangere quei momenti e rimuginare le bellezze del passato, John sparò la brillante idea di passare l’ultima sera, l’ultima nottata prima della partenza, nel posto dove riposano i morti, al cimitero, per poi passare a notte fonda nel laboratorio di patologie nell’ospedale dove lavorava il padre di Mark, per vedere di persona che faccia avesse chi invece stava in uno stato di eternità. “Solo la morte è eterna, cari miei. Qualsiasi cosa viva sulla faccia della terra, è destinato a trasformarsi, evolversi e a cambiare, oltre che a morire!” specificò John, con voce impostata.
Mark e John dal principio non erano affatto d’accordo. Avrebbero preferito trascorrerla mangiano pizza ai bordi di una stradina di periferia, oppure mangiano in qualche fast-food per poi mangiare gelato nei giardinetti e salutarsi definitivamente guardando le stelle nel cielo, come facevano spesso poco prima di lasciarsi ad ogni uscita. “Non ti preoccupare John, che neanche il cielo è eterno!” Rimproverò Luke. Mark lo corresse: “Be’, ma la Natura allatta gli alberi a vita!”. “Tranquillo che muoiono anche gli alberi, Mark!” Rassicurò John e proseguì: “Niente è eterno, tanto meno noi! Non possiamo star qui a rimproverarci. Se vogliamo tenerci stretti e vivere l’ultima serata in eterno, stiamo con chi già è eterno, coi nostri cari defunti! E ci passerà subito la voglia di essere eterni, certo, chi vuol mai sentirsi eterno ancora prima del tempo?! Il paradiso può attendere!”
Mark, quella mattina, fu incaricato di manomettere un’uscita di sicurezza per poter accedere più facilmente al laboratorio di patologie presso l’ospedale dove lavorava il padre, a un paio di chilometri dal paese. John ebbe l’emicrania per tutto il giorno, probabilmente in pensiero per la partenza dei suoi cari Amici. Luke proprio non ricordava della loro ultima serata e di quello che lui stesso aveva pensato e organizzato! Non a caso, fu anche questa volta l’ultimo ad arrivare. Il ritrovo era previsto all’intento del cimitero, all’orario di chiusura, le 19 in punto, lungo il corridoio centrale semiaperto dei defunti cremati.
Luke arrivò proprio mentre si chiudeva il cancello automatico, facendo il “pelo” alle 2 ante che si ricongiungevano. “Scusate il ritardo, amici!”. John aveva portato le pizze e da bere. Si misero seduti appoggiati ai loculi e consumarono quella che per loro sarebbe stata “l’ultima cena”, insieme. Luke non perse occasione di dare sfogo alla sua “esuberanza americana”, brindando sull’immagine di un morto e chiedendo se ne volesse un pezzo. “Un po’ di rispetto, Luke!” Rimproverò Mark. John invece rise a crepapelle. Finita la singolare pizzata, scesero sull’erba, tra lapidi e i vialetti del cimitero, fino ad arrivare alla murata, per scavalcarla e uscire. Si aiutarono con una serie di mattoni, probabilmente lì per la costruzione di una tomba. Sopra il muretto, si incantarono tutte e 3 nel vedere lo stupendo panorama che avevano di fronte: un’enorme distesa di fuoco. Il sole si ritirava dietro le Alpi, e improvvisamente un rosso sangue del cielo e del campo davanti a loro. Presero le loro biciclette e, tra campi e stradine sterrate, si avviarono verso la città, verso l’ospedale.
Erano le 22 quando entrarono da un’uscita di emergenza del piano terra. Il laboratorio di patologia stava nel sotterraneo, alla fine di un lungo un corridoio dove vi erano situati i magazzini, la lavanderia e gli spogliatoi dei tecnici e degli inservienti. Presero le scale e scesero giù nel buio. Era tutto spento, e soltanto qualche filo di luce dei lampioni filtrava dalle bocche di lupo.
Arrivarono davanti alla porta del laboratorio e Mark prese la chiave che aveva fatto duplicare la mattina stessa. Luke commentò: “Prima la serratura scocciata dell’uscita di emergenza, adesso la copia della chiave del laboratorio! Dio mio, ma potresti fare Mac Gyver piuttosto che il dottore!” – “E’ il sagomatore curtis, mio zio che è meccanico lo tiene per duplicare le chiavi delle macchine dei clienti, in caso di mancato pagamento. Così mi sono portato qua l’aggeggio e l’ho copiata al volo! Semplice!”
Entrarono lentamente, e videro in mezzo alla stanza il famoso tavolo per le autopsie, e sul lato sinistro i famosi cassetti dove vi erano contenuti, probabilmente, i cadaveri. “Io sto per sentirmi male.” Disse John, completamente sbiancato. Luke euforico rispose: “Non perdiamoci d’animo! Avanti, apriamo le celle e vediamo… la uno, la due o la tre?!” – “Poche battute, Luke. Apriamo e vediamo se c’è qualcosa o meglio, qualcuno!” Sbrigò Mark, abbastanza nervoso. “A te, Mark, l’onore!” Ironizzò John. Toccò infatti proprio al futuro medico ad aprire i cassetti del laboratorio. Il primo era vuoto, e John tirò un sospiro di sollievo, ma già la seconda cella era occupata! Tirarono fuori il corpo, quello di una donna. Mark andò dall’altra parte a prendere la cartella clinica col numero di riferimento, il 2-0-9-5-3. “Diana Rossi, classe 1982, trauma cerebrale per incidente stradale, giusto ieri”. “Ancora fresco il nostro cadavere!” Ironizzò nuovamente Luke. John invece sbiancò alla vista del corpo ormai diventato bluastro, e si domandò: “Chissà veramente chi fosse, cosa faceva nella vita e cosa avrebbe potuto fare proprio adesso, in questo momento, se non fosse qua con noi!” Mark tentò una risposta: “Probabilmente a casa a guardare un film col marito, o un compagno, o a casa di un’amica, oppure a letto a dormire. Noi questo non lo sapremo mai, l’unica cosa certa è che il tempo ha voluto che fosse qua, morta, tra noi. Così, in questo stato, per l’eternità.” John allora si arrese: “Basta eternità! E basta coi morti per oggi – andiamocene via di qua, vi prego!” Aveva la nausea. Uscirono assicurandosi di aver messo tutto a posto e di aver chiuso bene a chiave la porta. Ma, proprio mentre Mark dava l’ultima “mandata”, sentirono qualcuno che dal fondo del corridoio scese le scale, con tanto di torcia in mano: era il sorvegliante notturno! Rientrarono disperatamente chiudendosi dentro e per assicurarsi di non essere visti, si chiusero ciascuno in una cella dei cadaveri. A John andò bene, fin troppo! Mark e Luke però, ebbero la peggio: furono in compagnia di un morto! Il sorvegliante però non entrò, ma restò sulla vetrata semitrasparente del laboratorio puntando la luce della torcia dentro la stanza. Dopo qualche secondo si allontanò. Ma i guai non finirono qui. Improvvisamente partì la suoneria di John: “Ma la notte la festa è finita, evviva la vita…”. “Cristo santo!” Imprecò Mark, chiedendo scusa al vicino di cella. “Spegni quel telefonino, imbecille!” Rimproverò Luke, irritato, mentre cercava di farsi spazio dal cadavere. Ma per fortuna il sorvegliante non udì niente e prosegui col suo giro.
I 3 uscirono e Luke salutò con gentilezza il “compagno” scusandosi per il disturbo. “Ma chi diavolo ti chiama a quest’ora?!” Domandò sconcertato Mark. “Sarà mia mamma! Se non rientro per le mezzanotte chiamerà di certo la polizia, è fatta così!”. Luke allora ironizzò rassicurando: “Oh, tranquillo che qua non verrà Mai a cercarti!” Uscirono allora di soppiatto dalla clinica e si fermarono ai giardinetti del loro paesino, non prima di aver consumato l’ultimo gelato della stagione.
Era da poco passata la mezzanotte. Era autunno ormai. Era la fine. Presto il vento avrebbe spogliato gli alberi, e poi un altro inverno, e un’altra primavera – si spera. Ma qualcosa sarebbe cambiato per sempre nelle vite di questi 3 ragazzi. Il tempo crea e il tempo distrugge. Lega e separa. Si dice anche sia eterno, ma pare che non esista nemmeno, come l’amicizia di Mark, John e Luke dopo quella notte, che si persero di vista per il resto della loro vita.



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Racconto scritto il 12/03/2017 - 20:18
Da Andrea Buggin
Letta n.251 volte.
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