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Una storia assurda

Sabato 14 ottobre 2000, l’ingegnere Filippo Marrocco e la moglie Beatrice Rocca, con il loro piccoletto Gianpaolo partono per una mini-crociera in Sardegna. Si mettono in viaggio di mattina presto e ritornano lunedì 16 all’ora di cena. Tutto va bene: bei posti, buoni ristoranti, la pace delle spiagge fuori stagione. Ma al ritorno, l’ingegnere e la moglie trovano la loro casa sottosopra: piatti sporchi, bicchieri in frantumi, soprammobili ammaccati. Sono anche scomparsi alcuni oggetti di valore. Ed è stato rovinato un prezioso tappeto cinese, comprato da poco tempo. A casa era rimasta solo Marika, la figlia di 16 anni: «Ho fatto una festa con i miei amici», dice e non c’è bisogno che aggiunga altro, perché i genitori capiscano: da un po’ i suoi amici sono i quindici o venti ragazzi, italiani e albanesi, che gironzolano sempre intorno alla stazione e che a Cassino chiamano «quelli del Corso»: un branco di bulli di provincia già noti ai carabinieri per risse, atti vandalici, giri di ecstasy e spinelli. Fra i capi del branco c’è Ivan, coetaneo di Marika, suo innamorato. «Non ci piace», hanno ripetuto tante e più volte i genitori alla figlia. Ma la loro è sempre stata un’opposizione blanda: perché vogliono bene a Marika e non vogliono ferirla, perché l’ingegnere, tutti lo sapevano nella cittadina, che era un papà affettuoso che non ha mai alzato la voce e non ha mai dato uno schiaffo, perché la mamma cerca di mantenere un legame di amicizia e confidenza con Marika nonostante il carattere della ragazza, deciso e a volte duro, e i conflitti dell’adolescenza. Quasi sempre, sono riusciti ad evitare lo scontro. Ma ecco, in 48 ore, la fiducia data è stata tradita. «Adesso basta», dicono padre e madre. Senza urla, senza scenate, si fissa una regola: niente più sorprese del genere; e visto che Marika sembra tenere tanto a Ivan, «tu puoi anche vederlo, incontrarlo: ma lui non può venire qui a casa quando a casa non ci siamo noi». Nonostante il divieto, alla fine dell’inverno, la madre, tornando con il figlioletto, una sera trova Erika e Ivan soli in casa, e li rimprovera dando così origine a una reazione feroce e folle. Per questo muore, per questo viene martirizzato il piccolo Gianpaolo. Nessuno ancora conosce la verità, come si sono svolti i fatti e il quadro completo. C’è invece un altro quadro che sta emergendo dal passato e che sembra smentire l’immagine dei Marocco ritratti come una famiglia senza problemi, quasi da oleografia. La loro era sì una famigliola all’antica, perbene, quasi perfetta nei singoli componenti: un padre gran lavoratore, uomo mite e onesto stimato da tutti; una madre altrettanto seria, attiva, e molto religiosa; un figlio che stravede per la sorella («Diceva: quando sono grande voglio avere la testa di Marika, diventare in gamba come lei», ricorda oggi un amico); e una figlia, con una personalità molto marcata ma che non ha mai dato troppi problemi. Questa era dunque la «foto» tradizionale di famiglia e proprio in questo frangente, Filippo scrive e riscrive; riempiendo interi fogli con i suoi ricordi, i pensieri, i discorsi di allora, nel tentativo quasi affannoso di ricostruire tutto, di capire il perché dell’orrore. Come ripete a chi gli sta intorno: «Ditemelo, ditemelo, in che cosa ho sbagliato?». Alcuni gli rispondono con un abbraccio, un bacio, una stretta silenziosa. Altri gli dicono che, come altri padri di tutti i tempi travolti dalla tragedia, lui non ha forse sbagliato in nulla. Probabilmente è così. E del resto, tutto ciò che emerge dal passato, al di là dei quadretti oleografici, è la realtà di una famiglia sempre più travagliata dal rapporto con una figlia indecifrabile, quasi misteriosa. Problemi adolescenziali, ma forse anche qualcosa di più.
«Prima, Marika era una bambina quasi ideale; è il racconto che fa oggi chi la conobbe meglio, educata, compita. Anche troppo, a volte. Problemi con la mamma? No, tant’è vero che la stessa mamma la aiutava a risolvere i primi problemi dell’adolescenza. Poi,gli anni successivi, qualche difficoltà a scuola, Marika cambia infatti istituto, lascia il liceo scientifico per un istituto di geometri e l’incontro fatale con Ivan e i suoi amici: «È allora, che lei cambia. Lascia gli amici di prima, ragazzi tranquilli, per stare solo con quelli del Corso. Non sembrano infastidirla le loro bravate, anzi. Lei e Ivan giocano a fare i "Bonnie and Clyde": capita anche che Ivan bastoni qualcuno per avere inopinatamente guardato la ragazza o solo semplicemente sgradito alla stessa e che lui adduceva "una mancanza di rispetto alla sua Marika". E nel gruppo, l’ecstasy gira». Intanto con il padre, come tutte le figlie femmine, lei ha un forte legame affettivo. Con la madre, «una donna che non arretrava di fronte alle difficoltà», cominciano i contrasti. Piccole cose, ma anche segnali: se la madre le fissa un’ora per il rientro, Marika rientra mezz’ora dopo, quasi in segno di sfida. Ma non è certo prigioniera, «mai le è stato proibito di partecipare a una festa». Spesso va a dormire dalla zia Carla, la sorella del padre con cui ha un buon rapporto, come se lì si sentisse più libera. Non c’è nulla di particolarmente drammatico, in famiglia, ma una serie di messaggi, di segni di disagio, che solo ora sembra di poter interpretare. A scuola, Marika non va male: «In questi mesi, era la seconda della classe». Non sembra avere grandi interessi, ma questo è un dato comune a molti altri ragazzi di oggi. I genitori, i nonni, gli zii, non le rifiutano nulla: «Se voleva una nuova maglietta firmata, o 100 mila lire, le otteneva subito». Ma lei sembra lo stesso scontenta, insofferente. E la madre se ne accorge: «Un giorno ridusse le ore di lavoro, ricorda una sua collega, dicendo che aveva bisogno di più tempo per seguire la figlia». Quella madre è anche una donna sensibile, fragile: anni prima, ha avuto una crisi esistenziale che l’ha portata a rivedere i suoi atteggiamenti, le scelte e nuove congetture. Poi, dopo 5 mesi e molte consultazioni in famiglia, la crisi è passata: «anche per merito del marito, che seppe aspettarla mentre lei tentava quella nuova strada, che aveva scelto di provare». Da quell’autunno, le difficoltà aumentano e Marika sempre più distante; la madre sempre più preoccupata. Il padre condivide quelle preoccupazioni, però è anche un uomo travolto dal gran lavoro. E sullo sfondo, sempre la sagoma di Ivan e dei suoi amici. Tutta la famiglia è messa alla prova. E nessuno di loro sa, o può intuire, quale ombra stia pian piano crescendo nella loro casa: l’ombra che alle 19,30 di giovedì 22 febbraio 2001 li inghiottirà tutti.



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Racconto scritto il 15/05/2017 - 12:56
Da Savino Spina
Letta n.6378 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Una assurdità che incontriamo immancabilmente nella nostra quotidianità.
Un giornalista ti definirei della Cronaca Vera.
Profondo servizio letterario.
Lieta giornata.
*****

Rocco Michele LETTINI 16/05/2017 - 08:55

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Hai ragione Erika e Omar di Novi Ligure, ma anche i casi: Paolo Pasimeni durante una lite con il papà, il professor Luigi Pasimeni, 60 anni, ordinario di Chimica all’Università di Padova lo colpisce con un pugno e poi continua a picchiarlo fracassandogli il cranio (2001). Carlo Nicolini è a tavola nella casa di famiglia a Sestri Levante in provincia di Genova con i suoi genitori, il padre Mario, 72 anni medico in pensione, e la madre Letizia, 61 anni. All’improvviso una discussione scatena qualcosa nel ragazzo che prende il fucile, uccide i genitori e infierisce sui loro corpi con una mannaia (1995). Il 18enne Antonio Tagliata uccide a colpi di pistola Roberta Pierini e manda in coma irreversibile Fabio Giacconi, i genitori della fidanzata Martina, dopo essersi introdotto nella casa delle vittime ad Ancona (2015). Giovanni Rozzi uccide i genitori per “essere libero di gestire il patrimonio“ (1992). Questi sono alcuni casi ed io con il mio racconto volevo far riflettere sul perché?

Savino Spina 15/05/2017 - 19:34

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Erika ed Omar
così come Marika ed Ivan
agghiacciante

laisa azzurra 15/05/2017 - 14:35

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E' effettivamente una storia assurda, e tu la hai raccontata egregiamente.

Paolo Ciraolo 15/05/2017 - 14:22

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