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Inno all'amore.

Ti ho guardata
stavi sulla soglia della porta che mi divide dal mondo
ci siamo guardate
ti ho vista vivere e
dentro i tuoi occhi
in sè stessa la vita
E d'improvviso i luoghi
le strade le case
il giardino che tanto ho amato
l'albero che mi abbracciava ogni giorno
e ch'io abbracciavo ogni notte
il segreto d'una terra
che per una vita ho cercato di scoprire
e tu che m'hai scoperta
l'attimo.
Cos'è un attimo?
Tra la tua mano tesa e quella che non osai tenderti
l'amore
ch'io non ebbi mai il coraggio di provare.
Il sole che non osai guardare a lungo
l'acqua che mai m'accolse
la paura d'annegare
la sabbia che scotta ed io che corro
che poi dove vado?
L'istante m'ha separato per una vita
dalla vita stessa.
Ti guardo.
Il silenzio e tu
tu inerte
che t'assolvi e
dell'istante che ti separa da me
fai poesia.
Odo le laudi
d'un Dio che invano ho cercato
e che adesso cerca me.
Odo il rumore dell'ultima onda
che trafitta dallo scoglio non può più.
Odo il pianto d'un bambino
la cui madre ha rinnegato
ch'ora non è più figlio di donna
ma figlio di terra.
e la solitudine e poi ancora
tu.
T'incontrai nel mezzo della selva
che della mia vita ha fatto labirinto impenetrabile
quante strade sentieri quante radure
quanti luoghi ho scoperto e quanti
ho avuto paura ad attraversare.
La paura mi divide da te, o amata.
E l'istante ch'io chiamo tale
non è se non l'infinito spazio ideale
che m'ha separato tutta una vita
dalla mia vita.
S'io mi fermo e ti guardo
e mi seggo nell'ombra
il buio o la morte
le lagrime e la sorte
io non odo ch'un rumore
l'urlo d'infante,quel pianto maggiore
l'ultima lagrima ch'io sento scorrere
assetata
mi lecco le labbra,assaporo la vita.
S'accende una luce,s'ode una voce
un ombra lontana che scruta
io muta.
S'impone come quercia
e l'anima mia silente
com'una pezza rotta
lercia
Stupita d'innanzi al gesto
Sarà ombra,riposa
mi tranquillizza e poi
sboccia una rosa.
Quell'ultimo fiore sul terreno ch'io ho attorno
non lo strappai ma mi ci sedetti
e d'intorno un giardino
e quella voce più vicino
Fu la voce tua,ch'io riuscii ad udire.
Finalmente sei arrivata
quanto t'ho aspettata
Il tocco d'una mano
urlo invano
prendimi con te,raccogli l'ultimo pezzo d'uno straccio
che per una vita s'è detta animo
che per me è stata intralcio.
Ho vissuto invano
tra le pelli d'un divano
Tra mille libri e nessuna intelligenza
tutti uguali,seduti allo squallido tavolo d'una mensa
c'han servito e riverito
usato e mascherato
non c'ha dato la vita questa ridicola
vi-ta.
ma l'illusione d'un mondo
che sia sferico o tondo
ove la tua voce vien soppressa
la tua anima repressa
e poi la morte
ma prima tu.
Io che non t'attendevo più
salvezza d'animo
mai più il panico
d'un istante mai vissuto
se quel grido d'aiuto
che giacea tutta una vita
all'ascolto tuo
ha trovato l'arma tanto ardita.
Ti chiamo arciere fante o cavaliere
mia amata trafiggi queste vesti
e portami con te su quei paesaggi dispersi
che se nessuno ha attraversato
io mi sento pronto a farlo
se amato.



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Racconto scritto il 18/06/2017 - 15:38
Da Ludovica Gabbiani
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