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Un pomeriggio di maggio.

Quant’ è difficile la vita quando inizia, le dissi.
Mi guardo esterrefatta.
Con un velo d’ironia mi guardò e disse : “ Hai vent’ anni , dovresti saperlo da un bel po’ quant’ è difficile la vita ! “
Si alzò e mi lasciò sola con i miei pensieri.
Lo spazio immenso tra me e quello ch'udivo.
Il tempo si dilatava in me e sentivo scorrere in minuti così lenti che potrebbe dirsi essere passata una vita , ed io ero lì.
Ferma immobile e la terra immota , sospesa su una vita ch’ a me pareva ancora così difficile.
Decisi di rispondere all’ affermazione di mia madre senza tutta via risponderle mai.
E’ difficile la vita quando inizia.
Per me la vita ebbe inizio quel pomeriggio di maggio , quando guardai mia madre e riuscii senza timore ,
a sbatterle in faccia la mia esistenza.
Io esisto;
le dissi quella sera di maggio.
Esiste il mio amore per le donne come gli alberi che s’affacciano sul mondo da un seme che lento,
cresce.
Esisti tu che come l’ombra che segue la sagoma senza raggiungerla mai , le sta di fianco , la osserva , la segue.
Ma non l’acchiappa mai.
Esisto io come esiste l’ambra che se a contatto con la lana attrae a sé e poi lascia andare.
Non le volevo chiedere di lasciarmi andare , non l’avrebbe fatto , non l’avrei voluto
Volevo gridare al mondo ch’ esistevo e scelsi lei , che m’ha dato gli occhi per vederlo quel mondo.
Tra colpe lacrime sudore e qualche goccia di dolore me n’andai tra gli angoli riposti d’una casa che improvvisamente sembrava così grande e quegli angoli così piccoli , così miei.
Niente più m’apparteneva , quegli occhi che mia madre vent’anni fa mi aveva generosamente donato , non esistevano più,
per lei.
Mi disse cieca , mi sentii viva.
Nel buio che m’era calato attorno mi sentii d’improvviso ovattata.
M’inseguiva il buio e non la paura.
Sentii la fine e non la morte.
Non guardavo più ad un domani e d’improvviso vidi oltre.
Capii che i contrasti non servono a far sorgere le differenze , che se il sole è giallo non dev’ essere per forza una giornata luminosa fuori e
Dentro.
Capii che la notte non doveva essere per me tormento e buio , che le stelle ci insegnano a guardare oltre quel buio , ad immaginare un là , oltre questo coercitivo qua.
Quelle cose le seppi eppure non le seppi dire mai.
Dopo la nostra breve conversazione continuai a guardarla negli occhi e lei continuò a dire di me come di donna cieca.
Non cambiò nulla , né amo dire che si ruppe qualcosa , quel pomeriggio di maggio.
Amo ricordare quel momento pensando d’aver fatto sbocciare un fiore dentro di me e d’aver piantato un seme dentro di lei.
Non ebbe il coraggio di veder sbocciare quel fiore che timidamente crebbe , continuò a vedere quel giardino ch’io un pomeriggio di maggio azzardai ad incendiare.
Ardeva in lei quella fiamma come la pioggia in Gennaio che sente di possedere il diritto di poter scendere così forte , così prepotente.
Fu temporale che non spense il fuoco , fu un fiore che non vide la luce.
Non ebbi modo di dirle quanto per me fosse stato bello mostrarle quel sole che accecante aveva in me illuminato un anima così buia.
Non seppi dirle la gioia e le parole mi mancarono mentre altre s’allontanavano da me.
Così come un bambino che alla tenera età che si ritrova non riesce ad esprimere i suoi desideri , bisogni , a parole , l’abbracciai con un silenzio che sapeva d’amore e di malinconia.
Non mi guardò più come sua figlia , come quella ch’aveva cresciuto.
Non la guardai più come una madre, mia madre.
Non ricordavo quando m’aveva insegnato a camminare , cambiato il pannolino , stretto la mano , portato in bici.
Ci vedemmo , due esseri umani l’uno davanti all’altro.
Lei vide me, io vidi me stessa; e nell’attimo l’infinito nulla.
Quel nulla ch’aspettava d’esser tutto e che per una vita è stato costretto
costretto a restare lì.
Lì e tra i miei pensieri dove costruii intorno a quell’immenso infiniti incontri ed innumerevoli giri in bici.
Quel pomeriggio di Maggio urlai a mia madre l’esistenza di quella che se ora chiudo gli occhi vedo e abbraccio , che non odio più.
Amore , m’amai.
Non bene seppi quanto lei m’amo.
Quel pomeriggio di Maggio accusai la vita d’essere difficile e buia.
Poi piano le corsi incontro e l’abbracciai , accanto alla difficoltà c’era la gioia, dentro al buio la luce.
Iniziai quel pomeriggio la mia vita ,
a te madre che m’ascolti.
Tu sei la mia nascita e gli occhi attraverso cui ho conosciuto il mondo.
Tu sei la rosa che m’ha accolto e insieme abbiamo visto
Di quanti giardini boschi e radure è fatta la vita.
Tu sei la fonte che di me fa questo fiume.
Straripante da te m’allontano ma tu vedi
Non dimenticare che da quella fonte io sono nata, che di quell’ acqua ti sei dolcemente bagnata, che l’alta marea non può essere domata e che il confine non esiste.
Straripare non vuol dire distruggere quell’ ordine immoto , esplorare , esplorare vuol dire.
Perdonami se sono andata oltre , ti perdono se di quell’ oltre tu dici disonore.
Tra i tanti pensieri di cui ho colorato il nulla al centro ci sei tu ed hai un bellissimo vestito a fiori.
Quel seme dentro di te, è diventato finalmente un giardino
In me.



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Racconto scritto il 30/06/2017 - 20:56
Da Ludovica Gabbiani
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