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Samir

L’aria del mattino porta il sole con sé, e lo fa rifrangere sul pezzo di plastica che costituisce il vetro della roulotte e sveglia Samir. Sono le sette del mattino. Samir guarda la stanza in cui vive con la madre e le due sorelle, guarda i loro corpi, inerti come fossero morti; l’unica che sembra in vita è sua madre, perché mentre dorme russa.
Ora il cielo è terso e limpido e sprizza raggi come se fosse un gomitolo pieno di spilli. Samir guarda il viso di donna infelice della madre, con due rughe profonde come tagli sulla fronte, e le guance scavate con la pelle attaccata alle ossa.
Le sue due sorelle dormono appoggiate al ventre, entrambe. Su Vera c'era una coperta che ora le è scivolata ai piedi, mentre Miriam tiene la coperta con le mani piccole, come a non farla scappare.
Samir guarda la roulotte; è come le altre del campo, il campo che è stato aperto dal Comune un po’ di tempo fa. E’ un campo autorizzato, c’è la corrente e l’acqua ma spesso la corrente se ne va.
E poi c’è questa loro “casa”: due locali di cui uno è praticamente il bagno, e l’altro in cui dormono ammassati in quattro, un tavolino a scomparsa, il lavandino con un piccolo posto per far asciugare le stoviglie, quattro sedie sgangherate, dei fiori finti in mazzi sgualciti appesi alle pareti, un orologio, e poi tanti panni e stracci ovunque.
Samir pensa e sorride: Samir ha un lavoro, le sue due sorelle fanno la questua in mezzo alla strada, lui tira su muri con la calce: è bravo a tirar su muri. Bravi sì, e lo trattano bene, perché lui lavora e non è un rom scansafatiche, non è brutto, sporco e cattivo. Sorride perché sta mettendo da parte dei soldi e pensa che un giorno la costruirà lui una casa alla sua famiglia.
Una casa di mattoni, una casa vera insomma, e non quel tugurio dove abitano. Poi guarda l’orologio, si alza, fa scaldare un po’ di caffè in un tegamino, si lava la faccia e se ne esce. Il cantiere è lontano e deve prendere due bus per arrivarci, ma questo sacrificio è niente, per lui.
Il padre di Samir è rimasto in Romania e di lui si sono perse le tracce. Quella mattina l’aria è gelida, ma basterà un po’ di lavoro per scaldarsi. “Samir!”, il suo nome echeggia lontano. E’ il capo cantiere che lo chiama. “Vieni qua, Samir”, gli dice.
Lui va. “Ciao, Samir: dobbiamo tirar su un muro qua e un altro in questo punto”, gli dice indicandogli una planimetria.
“Bisognerà fare un bel po’ di cemento”, dice Samir. “Sì, lo sto già facendo preparare, non ti preoccupare”, e gli tira una pacca sulla spalla, e gli sorride. Samir ringrazia. Quel giorno lavora di buona lena e completa il primo muro già in mattinata.
Va a mangiare con i suoi colleghi in una stanza fredda con un tavolo e quattro sedie. “Samir, sei bravo a tirar su i muri”, gli dice uno che si chiama Giovanni. “In Romania lo facevo di mestiere”, dice. “Sei un bell’esempio”, continua Giovanni.
“No, se intendi che sono un bell’esempio per la mia gente, non credo. Ognuno fa quello che vuole della propria vita”, chiosa Samir.
Giovanni tace, e poi dice: “Intendevo dire che i rom non godono di buona pubblicità in questo periodo”. Samir sta zitto, lo sa che molti suoi conterranei vivono di espedienti, ma lui lavora, e questo è importante per loro e per tutti. A fine serata il capocantiere lo chiama di nuovo: “Samir”, dice. E gli porge una busta. Sono i soldi della paga del mese. Samir non può lamentarsi, guadagna dieci volte tanto di quello che guadagnava in Romania, ma lavora senza libretti, in nero.
Si volge verso il capocantiere e gli dice: “E’ da tanto che lavoro qua: non potreste mettermi in regola?”.
“Non è possibile, Samir e poi non dipende da me”.
“Non può fare proprio niente?”, dice Samir.
“Non credo”, e acquattandosi nell’aria fredda e buia il capocantiere se ne va.
Samir aspetta alla pensilina del tram, la grossa tuta gli penzola dai lati e le scarpe da lavoro sono scomode e pesanti. Sul tram una donna, a cui si è seduto vicino, si sposta. Samir non ci fa caso, non fa più caso a questi piccoli atti di razzismo, anche se lo feriscono.
Anche se non lavorasse, non dovrebbe avere lo stesso rispetto di cui godono gli altri? Che ne sa quella donna di ciò che fa, da dove viene? Lo sa quella donna che Samir ha sogni e desideri come tutti gli altri?
Ha visto il posto in cui abita? C’è mai stata? Ha mai toccato il tavolo su cui mangia? Ha mai visto le sue due sorelle, con i loro vestiti larghi e sgargianti, mendicare ai semafori?
“No, non credo abbia visto tutto questo”, dice fra sé Samir. Samir scende all’ultima fermata. Si chiude il giubbotto ben bene, si passa le mani fra i capelli crespi, poi si inoltra in uno sterrato in mezzo a un prato; la baraccopoli da lontano sembra un accampamento indiano: oltre alle roulotte ci sono molte tende. Quando torna, sbatte gli scarponi per terra per liberargli dal fango e entra. La madre sta cucinando qualcosa. “Samir”, gli dice e gli occhi le sprizzano di gioia e di felicità, per quel figlio così laborioso. Le sue due sorelle stanno giocando a carte, in un angolo. “Dovresti passare del nastro adesivo intorno alla plastica sul tuo letto”, gli dice Vera, “entra un sacco di aria fredda”.
Samir guarda il suo giaciglio e la plastica sovrastante: la plastica sta per staccarsi e quell’ugello porta dentro freddo e fumo. Prende del nastro adesivo e lo passa sui bordi, lo passa una prima volta e poi una seconda, controlla che la plastica sia più solida di prima e, riluttante, gli passa un’altra volta quell’adesivo scuro. Poi la madre dice: “E’ pronto”, mentre riempie i quattro piatti smangiati di minestrone. Le verdure salgono a galla come sospinte dal basso e il piatto manda un buon odore.
Nel campo, silenzioso, la notte si sta facendo padrona assoluta spandendo il suo colore scuro ovunque.
Samir è fuori dalla casetta e guarda la città un poco lontana, coi lampioni che l’avvolgono di una luce innaturale, guarda la terra fangosa su sta poggiando i piedi, il prato che non cura mai nessuno, lo sterrato che porta alla strada principale.
“Samir” mentre sente il suo nome la sagoma di Victor si staglia davanti a lui, e nell’oscurità si vede solo una densa e spessa nuvola di fumo che gli esce dalla bocca.
“Mi manca il mio paese”, gli dice l’uomo.
“Manca a tutti, è una cosa naturale, sarebbe strano il contrario”, dice Samir.
“Fa freddo, stasera”, gli dice l’uomo.
“Freddo? Sì”, annuisce Samir, dopo un po’, come se ci avesse dovuto pensare su.
“E’ difficile tirare su muri”, dice Victor.
“Una volta che hai imparato, no”.
“Tu credi ci sia posto anche per me dove lavori tu?”.
Samir conosce bene Victor e sa che è uno che alza il gomito facilmente, un tipi irascibile e, come a preservarsi, gli dice: “No, siamo al completo”.
“Peccato”, dice l’uomo.
“Io rientro”, dice Samir e sale i due gradini di legno, apre la porta della baracca e se la chiude alle spalle.
E’ rimasta la stufetta accesa, che consuma le sue ultime braci, mentre sua madre e le sorelle dormono. Samir le spegne, poi si corica. Inciampa in un mucchio di stoviglie che probabilmente la madre non ha fatto in tempo a riporre. Vera mugugna e si gira.
Il mattino dopo Samir si alza di buon’ora e va in cantiere. Lo avvicina il capocantiere, con quel cipiglio scuro che ha sempre e gli dice: “Samir, c’è da tirar su un muro, seguimi”. Samir lo segue e vanno in un grosso caseggiato vuoto. Il cemento gira nella betoniera come se fossero i panni di una lavatrice.
“Proprio qui in mezzo e fino al soffitto”. Poi gli indica il trabattello che gli servirà per i piani più alti. “Prima finisci e meglio è”, gli dice.
Samir incomincia, si porta del cemento vicino, e comincia dal basso a impilare i mattoni, che come in una scacchiera andranno a formare il muro. In un paio d’ore ha tirato su mezzo muro. E’ stanco, Samir, sbuffa.
“Dài, Samir”, gli dice di sotto Giovanni. Dopo un’ora è arrivato all’ultimo piano, sulle travi più alte del .
trabattello.
“Vai con calma, e stai attento: se caschi di lì ti fai male”, dice Giovanni.
L’ha quasi finito il muro, Samir, e come quando si sa di aver fatto bene una cosa è contento.
Camminando sulle travi posticce, e senza imbragatura, mette male un piede, il trabattello ondeggia.
“Samir”, urla Giovanni.
Samir cade e sbatte la testa per terra, quasi in mezzo al cemento.
Il sole brilla ancora, mentre Giovanni gli tiene la testa, ma Samir sta affogando nel suo sangue.



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Racconto scritto il 25/09/2017 - 12:05
Da Giulio Soro
Letta n.198 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Bellissimo racconto, vero ed umano, piaciuto oltre che per la vicenda, sebbene tanto triste, per i pregi della scrittura, scorrevole, elegante, sobria. 5* Aurelia

Aurelia Strada 26/09/2017 - 12:55

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"Quando si lavora sodo non c'è soldi da buttare /Non puoi metter troppa cura per far su l'impalcatura" mi sono venuti a mente questi versi di una canzone che cantava Anna Identici...

Glauco Ballantini 26/09/2017 - 10:22

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Un bel racconto, dai toni nitidi e forti. Lascia una certa amarezza.. che pure risulta necessaria. Molto apprezzato

Francesco Gentile 25/09/2017 - 18:18

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Una storia dei nostri giorni che lascia nel cuore una profonda tristezza,addolora la superficialità di cui in alcuni cantieri non vige nessun rispetto ne per le norme vigenti e per la persona... scusami Giulio se ho percepito più questo lato del tuo racconto ma essendo anche formatore alla sicurezza, non potevo esimermi! Grazie per la tua sensibilità....

ANNA BAGLIONI 25/09/2017 - 14:59

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Un bel racconto, scritto in modo pregevole, una storia che squarcia il cuore, fa riflettere e commuovere, perché il razzismo, la miseria e i pregiudizi sono duri a morire..
Davvero bravo...

PAOLA SALZANO 25/09/2017 - 14:10

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Mi è piaciuto leggerlo,
scorre e "scuote",mi succede anche quando leggo le tue poesie.

Grazia Giuliani 25/09/2017 - 13:48

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Da questo bel racconto traspare chiaramente il tuo talento per la scrittura. Molto apprezzato.

Vincent Corbo 25/09/2017 - 12:48

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