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IL MARE TRA DI NOI

Mancava poco all’una: finalmente avevo finito di scrivere la memoria conclusionale a cui lavoravo da tempo. La mattinata di lavoro volgeva al termine, ma quella sarebbe stata la giornata più lunga della mia vita.
“Che Dio me la mandi buona…”, pensavo, riferendomi alla delicata causa di separazione nella quale rappresentavo una donna con un matrimonio disastroso alle spalle, che aveva deciso finalmente di troncare, allontanando per sempre un marito egoista e violento. Dopo aver salvato il file, spensi il pc e stirai le gambe in avanti sotto la scrivania, stanca ma allo stesso tempo soddisfatta, ritenendo di avere buone prospettive che le richieste nei confronti della controparte venissero accolte.
Mi alzai dalla sedia per sistemare il codice di procedura civile su una delle scaffalature della libreria e per un attimo guardai fuori dalla finestra dell’ampio studio. A quell’ora via S. Lucia riluceva più che mai; il sole era alto e diffondeva un calore intenso e piacevole, mentre il mare del Golfo di Napoli, come una tavolozza di colori caldi e luccicanti, mostrava le sue sfumature più intense, facendo risaltare gli eleganti palazzi residenziali e gli ospitali alberghi che dominano lo scenario della baia.
Quei pensieri furono interrotti dal bip dell’orologio digitale, appoggiato su un tavolinetto in vetro, che segnava le tredici. “Oddio è tardissimo!”, esclamai tornando alla realtà. Così afferrai la borsa, chiusi la porta alle mie spalle e mi precipitai nella stanzetta accanto, dove batteva ancora i tasti sul computer la mia insostituibile segretaria.
“Vado a prendere mia figlia a scuola, a dopo!”, esclamai frettolosamente, mentre mi affacciavo sull’uscio della saletta.
“Arrivederci Marisa, ci vediamo oggi pomeriggio!”, rispose la segretaria, tenendo gli occhi sempre fissi sulla tastiera e abbozzando un cenno di saluto con la mano sinistra.
“Verso le quattro ho appuntamento con la signora Santoro, per la pratica di risarcimento danni”, soggiunsi.
“Ah…per l’intervento di rinoplastica?”
“Sì, per piacere fammi trovare il fascicolo sulla scrivania e se dovessi far tardi, dille di spettare…”. Così le diedi istruzioni, mentre aprivo la porta blindata per uscire. Scesi l’unica rampa di scale e atterrai di corsa sull’elegante atrio del palazzo, a quell’ora deserto per la pausa pranzo.
“Attento avvocato, vada piano!”, esclamò dalla gabbiola il portiere dello stabile, alzando gli occhi dal giornale.
“Grazie Pasquale, lei è sempre così premuroso…buona giornata!”
“E’ sempe na’ bellà iurnata, quando vedo quel sorriso, avvocàt!”, replicò Pasquale ed io pensai divertita a come i maschi napoletani, di qualsiasi estrazione sociale, sapessero essere così naturalmente galanti.
In strada prelevai l’auto dal parcheggio e imboccai la via principale, oltrepassando poco dopo sulla destra Castel dell’Ovo, adagiato sull’acqua. Raggiunsi il centro e arrivai nei pressi della scuola primaria frequentata da mia figlia Chiara. Le giornate volavano tutte allo stesso modo, incastrate minuziosamente tra lavoro e famiglia e probabilmente Pasquale aveva ragione, prima o poi avrei fatto un bel ruzzolone nel tentativo di incastrare i miei impegni con quelli delle bambine.
Già… Ilaria e Chiara, gli amori della mia vita: ho sempre cercato di essere per loro una madre presente, spesso sobbarcandomi di un peso enorme, soprattutto perché il mio compagno è stato tutto tranne che un sostegno morale e amorevole. Dopo aver cercato più volte di ricucire le nostre profonde ferite, mi ero accorta che era solo un tentativo unilaterale, non riuscivo più a comunicare con lui, ero praticamente sola.
Mi ero sposata con Luciano una volta conclusi gli studi di giurisprudenza; lo avevo conosciuto durante gli anni dell’università e dopo il matrimonio iniziai a lavorare facendo tirocinio in uno studio legale. Ben presto però rimasi incinta di Ilaria, un’immensa gioia per me, ma da lì iniziarono le prime difficoltà, infatti mio marito cominciò a delegare volentieri a sua moglie tutte le incombenze familiari, sia sul piano pratico che psicologico.
Tre anni dopo seppi di aspettare la seconda bimba, lieta di dare una compagnia ad Ilaria, ma, dopo la nascita di Chiara e le emozioni del suo primo anno di vita, le responsabilità di genitore cominciarono a opprimermi: Luciano non aiutava e rincarava pure la dose affermando che per tutte le donne è normale avere un po’ di stanchezza, facendomi sentire quasi un’incapace.
Arrivai a scuola giusto in tempo per il suono della campanella; posteggiai l’auto nei pressi del portone d’ingresso e dopo qualche secondo vidi Chiara, con il grembiule stropicciato e le treccine bionde, scendere di corsa la breve scalinata e venirmi incontro a braccia aperte, con un adorabile sorriso stampato sul viso.
“Ciao mamma!, trillò, gettandomi le braccia al collo.
“Buongiorno, piccola mia!”, esclamai con gioia, fissando il suo sguardo cristallino. “Presto, corriamo a prendere Ilaria, ci starà aspettando! Chissà la nonna cosa avrà preparato oggi da mangiare…”.
Solitamente io e le mie figlie pranzavamo da mia madre, così, mano nella mano, ci avviammo verso l’auto, mentre la piccola mi raccontava le novità della sua mattinata scolastica. Mi sono sempre sentita fiera di Chiara. Quando frequentava la prima elementare, scoprimmo che era affetta da un lieve deficit intellettivo: ciò le causava disturbi di apprendimento e quindi disagi nello studio di alcune materie, ma lei è sempre stata caparbia e ce l’ha messa tutta per non restare indietro rispetto ai suoi coetanei. Purtroppo anche in quella battaglia ero rimasta da sola.
Dopo pranzo, a casa di mia mamma, ci accoccolammo sul divano a chiacchierare e a ridere di gusto, soprattutto quando Ilaria, mia figlia di tredici anni, ci raccontava gli ultimi pettegolezzi della classe.
“L’ho capito, sai mamma, che a Federica piace una cifra Luigi e si vede che anche lui è cotto, ma rimane lì impalato a guardarla come un pesce lesso, mai che prendesse un’iniziativa…uomini!", sbuffò Ilaria con un lampo di malizia nei suoi occhi vivaci, da donna in erba.
“Cara mia, ti ci dovrai abituare a questi uomini!”, sentenziai divertita.
“Lo so, la madre della mia compagna di banco lo dice sempre: gli uomini vivono su un pianeta e le donne su un altro, e non si incontreranno mai!”, ribatté Ilaria.
“Chissà che invece questi due pianeti, così distanti, non possano incontrarsi in una combinazione astrale unica…”, riflettei in silenzio sulle parole di mia figlia.
D’improvviso Chiara irruppe nel discorso: “Mamma cos’hai fatto ieri? Sei tornata tardi!”. La piccola era sempre curiosa di sapere cosa facevo quando mi assentavo da casa, mal celando la sua gelosia nei miei confronti. Si riferiva infatti al corso di pittura che frequentavo, da alcuni mesi, una volta a settimana dopo il lavoro.
“Sì, è vero, amore mio, mi sono trattenuta un po’ di più”, le risposi, cercando di nascondere un leggero tremore nella voce. In realtà quel ritardo era il motivo per cui, la sera stessa, avrei dovuto parlare mio marito. Così, approfittando del fatto che era ora di rientrare in studio per gli appuntamenti con i clienti, ne parlai frettolosamente alle bimbe.
“Ascoltatemi bene, ragazze. Stasera la mamma deve parlare con il papà della nostra famiglia e del fatto che è da un po’ che le cose in casa non vanno bene…”, esordii. A quel punto Ilaria, mia figlia maggiore, si rabbuiò, essendo al corrente della situazione tra me e Luciano; mi rendevo conto che purtroppo anche lei stava soffrendo, più di Chiara, essendo maggiormente consapevole.
“Mamma, dimmi la verità, tu e papà non vi volete più bene, vero?”, chiese sommessamente Chiara.
“Piccola, qualunque cosa decideremo io ed il tuo papà, ti assicuro che non cambierà il fatto che vi ameremo sempre”, le risposi avvicinandola a me, mentre sentivo le lacrime salire prepotentemente.
Ilaria e Chiara mi salutarono stringendomi forte, più del solito: diedi loro un bacio sulla guancia, mentre mia madre, con gli occhi lucidi, mi guardava senza dire niente.
Chiusi la porta d’ingresso e scesi le scale a piedi. Entrai in macchina e ripresi la strada per tornare a lavoro. Guidando, non potei fare a meno di osservare dal finestrino l’acqua leggermente increspata dalla piacevole brezza del pomeriggio: cercavo di godere appieno di quella fresca carezza, mentre il penetrante sentore salmastro mi riportò inevitabilmente alle bellissime sensazioni vissute la sera prima.
la sera precedente infatti ero arrivata sotto casa del maestro, che ospitava pochi allievi sulle colline di Posillipo, ed avevo parcheggiato nei pressi del portone. Dopo essermi guardata attorno, ero scesa dall'auto ed avevo attraversato la strada: lui era lì, ad aspettarmi in macchina.
Mi ero preparata con cura a quell’incontro, non mi sentivo così femminile da tempo: avevo indossato un tubino aderente, abbinandolo ad un trucco più sofisticato del solito. Entrai nella sua auto e d’impulso gli gettai le braccia al collo, felice ed emozionata come un’adolescente. Lui ricambiò il mio abbraccio affondando il viso tra i miei capelli.
Stefano frequentava il mio stesso corso di pittura; sin da subito mi aveva colpito di lui lo sguardo, timido e indagatore al tempo stesso, il sorriso aperto e sincero ed il tono di voce pacato e rassicurante. Era un professore di lettere, di un paio d’anni più grande, che insegnava in un liceo di Napoli.
Nelle settimane a venire cominciammo a conoscerci meglio e mi confidò di essere separato dalla moglie; con molta naturalezza io gli raccontai dei miei problemi con Luciano, trovando in lui un interlocutore attento e discreto.
Ben presto mi resi conto di pensare più volte, nell’arco delle mie giornate, a quel sorriso, a quegli occhi, a quella voce… Durante le lezioni i nostri sguardi spesso si incrociavano; quando ero vicina a lui, mi sentivo bene, rilassata e viva, mi sentivo a casa. Abbracciati in auto, le nostre labbra suggellarono un bacio a lungo desiderato e, in un tramonto senza nuvole, lievi pennellate di oro e arancio tratteggiavano la cornice ideale di quell’intesa perfetta.
Ci muovemmo di lì per non dare troppo nell’occhio e percorremmo in salita i tornanti che si susseguono lungo il quartiere collinare di Posillipo. Rallentando dopo un chilometro, Stefano accostò sulla destra della carreggiata, nel punto in cui, dal promontorio che domina il mare, appare adagiata sull’acqua l’isoletta di Nisida.
Scendemmo dall’auto e Stefano mi cinse delicatamente la vita. “Sai Marisa, esiste una leggenda su questo posto…”, esordì con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte.
“Ah sì?", risposi con un’espressione volutamente infantile.
“Sì…la leggenda racconta di Posillipo, un ragazzo follemente innamorato di una giovane donna, Nisida, tanto bella quanto insensibile, che, dapprima lo ammaliò e poi non ne volle più sapere. Invano il giovane tentò di conquistarla, niente però scalfì il suo cuore di pietra, così Posillipo decise di farla finita e un giorno si gettò in mare. Ma il fato decise che, lungo la sua caduta, Posillipo venisse trasformato in un promontorio, mentre a Nisida toccò la sorte di divenire uno scoglio, posto proprio di fronte a lui, da cui il giovane avrebbe potuto osservarla per l’eternità”.
“E’ la storia di un amore impossibile…”, osservai.
“La storia di due realtà vicine, molto vicine, destinate a non incontrarsi mai. Proprio come noi”, concluse lui amaramente. “Sento qualcosa di forte e profondo che ci unisce, ma non so se potrai mai essere mia. Se torno alla realtà, vedo il mare tra di noi…”
Stefano mi prese il viso e mi baciò. Sentivo il suo desiderio crescere, mentre le sue mani scivolavano lungo i fianchi, accendendo il mio corpo. Capii che ormai lo amavo e che dovevo assolutamente parlare con Luciano, anche per le mie figlie.
Quella mattina lo telefonai, chiedendogli se potevamo vederci: lui di malavoglia accettò. Arrivò all’appuntamento scuro in volto. Accennando un laconico saluto, mi accolse in macchina e si incamminò verso Mergellina, salendo poi lungo i tornanti. Dopo poco accostò per parcheggiare. Oltre la ringhiera panoramica, quella sera il mare era una tavola immobile. In lontananza il Castel dell’Ovo si stagliava contro il Vesuvio, sporcato da una leggera foschia: infatti, contrariamente alla serata precedente, c’era un’afa opprimente ed io mi sentivo soffocare.
Luciano si voltò verso di me. “E allora posso sapere il motivo di quest’incontro? Cos'è che devi dirmi di tanto urgente?”, mi chiese seccato. “Ah, ho capito”, aggiunse, “Vuoi sbarazzarti di me… vero?”
A quelle parole rimasi spiazzata, perché diceva così?
“Ti ho visto sotto il portone con quello lì…”. Il suo tono di voce era freddo, ma gli occhi cominciavano ad arrossarsi. Probabilmente Luciano mi aveva visto qualche volta, quando capitava che Stefano mi scortasse dopo il corso.
“Dì la verità, ci sei stata a letto!”. Luciano cominciava ad alzare il tono della voce, mentre il suo corpo si irrigidiva.
“Non è come pensi tu!”. Ero sul punto di scoppiare a piangere. “Quante volte ho cercato di capirti…quante? E tu…cos’hai fatto per capire me?!”
“Smettila con questa sceneggiata! Che razza di donna ho sposato?”, cominciò ad urlare. “Sai che ti dico? Tienitelo pure quello lì, se ci tieni tanto…non me ne frega più un accidente!”
Luciano mise in moto e ripartì sgommando. Io non riuscivo a trattenere le lacrime e nel frattempo gli chiedevo di calmarsi e ragionare, supplicandolo di rallentare, ma lui continuava ad accelerare. Fuori era ormai buio ed io cominciavo a sentirmi terrorizzata, mentre sulla destra la terrazza panoramica scorreva sempre più velocemente.
In una frazione di secondo due luci abbaglianti, provenienti dal lato opposto, inondarono prepotentemente la carreggiata. Misi le mani davanti agli occhi per proteggermi, l’impatto fu violentissimo. Vetri in frantumi, stridio di lamiere, dolori lancinanti al viso, al petto, alle gambe... Poi il nulla.


**********


E’ trascorso più di un anno da quel maledetto incidente. Luciano perse la vita, io invece mi sono salvata per miracolo, anche se oggi porto sul corpo i segni di quel terribile impatto.
Le cicatrici forse un giorno spariranno, ma i segni dell’anima, quelli no, non spariranno mai. Mio marito non tentò di frenare. Tante, troppe volte ho cercato un perché. Fortunatamente oggi accanto a me c’è Stefano, il mio uomo, che non mi ha lasciato sola neanche un secondo. Le mie figlie sanno che il papà è morto nell’incidente e in futuro non so se riuscirò a spiegare loro quello che è successo veramente.
Di una cosa però sono certa: sono stata fortunata, la vita mi ha regalato un’altra possibilità. In fondo desideravo solamente poter continuare a vivere, desideravo solamente ricominciare ad amare.


Paola Salzano




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Racconto scritto il 21/10/2017 - 18:11
Da PAOLA SALZANO
Letta n.373 volte.
Voto:
su 7 votanti


Commenti


Paola, potevo perdermi questo racconto se non avessi visto il tuo ringraziamento,
solo perchè non ho molto tempo in questi giorni...
è bellissimo, coraggioso e di grande emozione...
un abbraccio
Sinceri complimenti

Grazia Giuliani 24/10/2017 - 13:14

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Voglio ringraziare anche Laisa e Teresa per i loro generosi commenti...
In generale tutti quelli ricevuti per me sono stati preziosi...
Grazie ancora!

PAOLA SALZANO 24/10/2017 - 10:44

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Un racconto vero,da cui traspare il tormento ed il coraggio. Emozionante...molto.

Teresa Peluso 22/10/2017 - 23:16

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Paola
è talmente bello, talmente profondo da nn riuscire a proferire parola
al di là della tua bravura
non riesco davvero a dirti altro che "meraviglioso, profondamente meraviglioso"

laisa azzurra 22/10/2017 - 19:27

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Che belle parole Francesco G., Margherita e Angela, sentite e commoventi...
Margherita, il tuo commento per me è particolarmente lusinghiero...eh..eh
Grazie di cuore

PAOLA SALZANO 22/10/2017 - 16:35

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Bello, molto toccante

Angela Randisi 22/10/2017 - 13:50

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Sono stata fortunata, sono rimasta parecchi minuti in silenzio dopo aver letto il tuo racconto!!!
Ho detto tutto Paola...Emozionante!

margherita pisano 22/10/2017 - 10:41

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Un racconto davvero toccante. Ogni commento mi sembra inadatto per descrivere l'emozione che mi suscita..

Francesco Gentile 22/10/2017 - 10:14

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