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PALESTRE di VITA (prima parte)

A Riccardo W.P. -
Odiava la mensa. Pete un tempo pensava che la mensa avrebbe fatto per lui – e si sbagliò di grosso! Una sua cliente anziana gli disse che una volta era tutto diverso, c'erano meno ragazzi da servire – che poi si fermavano pure a parlare, e ad ogni festività gli inservienti venivano ricompensati dagli stessi ragazzini coi doni relativi alle ricorrenze. Altri tempi – “Ma va che bel figurino che ti ritrovi lavorando in cucina!”. Sì, sul filo dell'anoressia – peggio di un tumore! Ribatté, borbottando sottovoce mentre ritornava dentro, il povero Pietro. Non doveva fare la scuola alberghiera “Pete”, come lo chiamavano i suoi vecchi amici – che Amici non erano più! Viveva nel suo mondo incantato, sì quello invisibile, di cui le Anime più candide difficilmente si separano col passaggio dell'età... adultera! “Traditori infami, la pagherete tutti!” Vendicò Pete, riferendosi a tutti quelli che un tempo gli erano vicini, ed ora scomparsi come fantasmi – pessimi illusionisti!
Un giorno Pietro si fermò a fare la sua solita pausa dopo le consegne in ditta, alle 11 e un quarto, da parte ad un campo da calcio apparentemente abbandonato, alla periferia di Gallarate, non lontano dalle residenze di Franco e Alberto, per consumare la sua macedonia non zuccherata e con tanto di limone – per tenersi in linea. Non sempre, ma molto spesso in quel campo vedeva giocare a calcio un gruppo di colore, con le biciclette a terra piazzate ai bordi delle porte senza le reti. Quella volta però, l'attenzione si soffermò sull'unico essere in campo – un ragazzo, non tanto diverso da Franco (ancora?!), castano chiaro e di media altezza, viso impostato – proprio da incazzato: “Ma 'sti giovani son tutti uguali?!” Ad occhio e croce, avrà avuto sui 20-22 anni. La nuova generazione ne dimostra via-via sempre di meno però. Aveva una moto appoggiata alla recinzione mezza distrutta del campo. Consumò la sua macedonia appoggiato al furgoncino delle consegne, la sua Ferrari bianca – il Fiorino – parcheggiato sull'altro lato della strada. Per Pietro era una specie di consolazione vedere un altro ragazzo solo – non era l'unico! Solitamente ci si muove a due o tre, o in “branco”. Manco gli UFO nel cielo viaggiano completamente soli, durante i giri di perlustrazione – Pete era completamente solo, disperso nell'universo. E si consolava con chi gli passava intorno, guardandolo semplicemente.
Il ragazzo era vestito da vero calciatore, muovendosi con quelle tecniche che vengono insegnate dall'allenatore e come vedeva spesso fare un tempo dai suoi vecchi amici durante gli allenamenti. Fece un sorriso, probabilmente nostalgico, e quando fece per andarsene, rientrando nel furgone, si girò e “SBANG!” – colpito affondato! E 2! Pietro era a terra, confuso e col naso sanguinante. “Aiuto!” si limitò a dire. Quel lancio era stato troppo forte e alto perchè entrasse nella porta o rimbalzasse contro la recinzione alta solamente un paio di metri. Arrivò dritto sulla faccia di Pietro, tanto che gli balenò l'idea che l'avesse fatto apposta, perchè si era messo a fissarlo, scambiandolo per un maniaco. “Oddio, t'ho rotto il naso!” Lo raggiunse il ragazzo, spaventato. “Tranquillo, mi è già successo... un'altra settoplastica, Dio!” - “Ti chiamo qualcuno?!” - “No, no devo ritornare al lavoro, è tardi!” - “Ma è un bagno di sangue qui! Ma prima di andare lascia che ti dia il mio numero ok? Così quando ti sarai dimesso mi chiami – e chiamami – così troveremo insieme un modo per ricompensarti, hai capito?” Nell'emorragia in corso, memorizzò il numero, senza manco sapere il nome e ritornò alla base, scusandosi di essere caduto sbattendo il muso sopra il contenitore di cibo che teneva in mano. Non gli bastò una sola settoplastica per andare a posto con la respirazione – venne rioperato nel giro di due settimane e finalmente riprese senza ulteriori complicazioni... stamponaggio a parte!
Il ragazzo del campo da calcio non lo richiamò più, ma destino volle che lo incrociò una notte del mese successivo, ai primi d'ottobre, mentre tornava a casa da Varese. Dopo una giornata passata a passeggiare su al Campo dei Fiori, uscendo a Gallarate per proseguire sul Sempione, ecco che lo rivide, a piedi, a braccetto con la propria ragazza. Decise di lasciare la macchina e continuare a piedi – da vero stalker. Giusto un paio di isolati e lo vide salutare la ragazza lasciandola davanti casa, per poi proseguire solo. Pietro allora decise che fosse giunto il momento di -richiamarlo- e così fece, con un “Ehi!” e il ragazzo dagli occhi di ghiaccio si girò con un istintivo “Ué!”. Pietro allora si fermò di colpo, e lo raggiunse timidamente col passo rallentato. “Ti ricordi di me? Sono quello della pallonata in faccia... ero in macchina e t'ho visto così... niente... non è che ti andrebbe una birra? Avevi chiesto un qualcosa per ricompensarmi... è che io la sera non so dove andare...” Così, tra una esitazione e l'altra, giocò quella fatidica domanda che in prima elementare gli costò ben 10 anni di Amicizia: “Vuoi diventare mio Amico?” per poi aggiungere dopo quei 2 infiniti secondi di silenzio tombale: “Potresti ripagarmi così – in fondo che hai da perdere?” cercando di sollevare non tanto il suo animo, quanto il proprio, ormai sprofondato nella vergogna più totale. Lui sorrise, come avrebbero fatto tutti del resto. “Sai, sei un tipo strano-” e già Pietro stava inchinando il capo come sempre rassegnato, ma la sorpresa arrivò in quel secondo di vuoto o meglio, di inspiro da parte del ragazzo che ancora non aveva finito l'improbabile risposta: “-però mi piaci!”. Sollevò subito lo sguardo, fissandolo incredulo. Non ci poteva credere, mai si sarebbe sognato di sentire da un giovane ragazzo un qualcosa del genere, in una notte di fine estate inoltrata. Le cose belle tante volte arrivano così, dal Cielo, quando meno te lo aspetti. E buffo pensare che con un misero coraggio che aveva ancora a disposizione e che nessuno solitamente te lo assegna – quello del “farsi avanti”, o il giocarsi il “tutto per tutto” – avrebbe avuto così tanto: un Amico. “Piacere, Rick!” - “Rick per Riccardo?” - “Rick per rincoglionito, va bene?” - “Ah, se va bene per te... io sono Pete, che non sta per Pietro ma – per pirla, ok?” e si avviarono verso la birreria che faceva d'angolo, con Riccardo che lo teneva abbracciato, come se fossero Amici da sempre. “Come va col naso, Pete?” - “Completamente sturato, anche se è rimasto storto...” - “Fortunato te – io per respirare bene ho bisogno della neve... bianca – vergine – e pura... come te?” - “Bah, è solo questione di turbinati.”
Ed ecco che in questo preciso istante sarebbe potuta partire benissimo una canzone come “Raindrops Keep Fallin' On my Head” o qualsiasi altro evergreen che, come molti di quelli d'un tempo, pare sia stato scritto direttamente dal Cielo. Da lì in poi, una valanga di -scene- conseguenziali che riempirono il cuore di Pietro, facendogli recuperare ben 10 anni del suo tempo speso in solitudine e inutili ricerche. Con “Rick”, Pietro riacquisì tutte le forze per andare avanti vivendo di nuova luce, facendogli riscoprire il piacere non solo dell'Amicizia, ma della vita stessa, insomma tutto quello che tanto aveva sperato – e cercato – in tutto quel tempo che infinito non era più, dopo l'infanzia. E Riccardo, seppur cosciente delle evidenti “mancanze” di Pietro, fece tutto questo con grande spontaneità, offrendogli tanto – tantissimo – con niente. Pietro aveva già 26 anni, Riccardo 18. Eppure sembravano inversi gli anni della loro età: Riccardo era fisicamente sviluppato, a differenza dei ragazzi della sua generazione. Era atletico, pieno di amici e, col padre medico, un futuro assicurato. Pietro, al contrario, era completamente smilzo, per niente atletico, timidissimo, senza Amici, con un lavoro umile, sottopagato e un futuro incerto. Ma, nonostante i grandi giri – gratuiti – e fin troppo regalati solo per il bell'aspetto, Riccardo si dedicò a “tempo pieno” alla vita di Pietro, facendolo emergere dalla sua apparente “fine”, carico di anni. Già da una settimana dal fatidico incontro, avendo saputo dove abitava, gli suonò il campanello di casa – dritto in buca! “Sì?” Rispose la madre di Pietro. “Sono Riccardo, cercavo Pietro, sono un suo Amico.” - “Ma Pietro non ha amici!” - “Be', da oggi sì – signora!” Così scese dalla villetta dove abitava e lo raggiunse al cancelletto. “Perdonami, Pete – ho chiesto in giro dove abiti ed eccomi qua! Andiamo!” - “Eh?!” - “Andiamo a fare un giro, dai!” - “Ma io non sono mai salito su una moto!” - “Mi stai dietro e ti stringi a me, semplicemente. Ok?” - “Ma non ho il casco!” - “Ce l'ho io in mano, non vedi?!” - “E va bene, ma promettimi di andare piano, d'accordo?” E non fece in tempo a salire che, girandosi, vide il “Sergente di ferro” – la mamma – dal vialetto del giardino venirgli incontro con la scopa in mano – perchè sapeva benissimo che gli era proibito, per tradizione di famiglia, salire sulle due ruote – allora salì di fretta e, recitando la disperazione, sorridendo, chiese di partire “a tutta birra”, il più veloce che poteva – e ancora la sua vita prese il ritmo ad un'altra velocità. Dopo essere stati in giro a zonzo per Legnano, fermandosi pure in centro per un aperitivo, Riccardo gli mostrò la propria casa: molto classica -anni 70- coi divanetti della Gruppo Busnelli, la moquette, la vetrina con soprammobili e bomboniere del salotto, che faceva anche da sala da pranzo, con l'acciaieria tipica dei regali di nozze in bella vista. Ma preferirono restare in cantina, passando – come in tutte le case di una volta – per il cucinotto, uscendo poi dal garage che dava ad un ampio giardino ben tenuto. Pietro si sentiva perfettamente a suo agio, come se si fosse – nuovamente – rituffato nel passato, perchè questa Amicizia sapeva di un tempo felice e pieno d'allegria: una casa come quella di Francesco, l'amicizia apparentemente identica a quella di Angelo – quella che gli costò 10 anni dell'infanzia col suo “Vuoi diventare mio Amico?” Come per la madre che non potrà mai conoscere perchè scomparsa tanti anni fa, il padre medico – severo – e lo zio, il cognato di suo padre, buono e affettuoso che abita al piano di sotto, la baby-sitter mattacchiona che ogni tanto, racconta, ritorna. Tutto torna – tutto riporta a tutto! Ancora non ci credi alle coincidenze? Così, rimanendo su questo tema, un giorno di metà ottobre, finito di lavorare, Pietro ricevete la telefonata da parte di Riccardo – stava male. Allora, ricordandosi di un “episodio” con Angelo che da lì a poco – sentiva – si sarebbe ripetuto, piombò subito a casa sua, facendosi aprire dalla domestica e conoscendo il giardiniere Jean-Pierre che raccoglieva le prime foglie. Ecco che – come volevasi dimostrare – lo ritrovò completamente stravaccato sul divano, col catino a portata di mano, pantofole sulla moquette e una marea di medicinali sul tavolino – kleenex compresi. “Eh, 'sti giovani!” disse, poco prima di andarsene, la domestica, lasciandoli soli. Così gli fece compagnia fin oltre il tramontar del sole, poco prima dell'arrivo del padre Antonio. Pietro se ne stava seduto sulla moquette, contro il divano; Riccardo sopra coi piedi – calze bianche – sul tavolino. “Grazie per essere venuto, mi sa che ti beccherai anche tu l'influenza!” Evidenziò Riccardo. “Be', così qualcosa di tuo avrò!” Ribatté Pietro, in modo simpatico. E finirono per ritrovarsi entrambi sullo stesso divano – ammalati – passando più tempo insieme, sempre a casa di Riccardo, così vuota – ma piena di Loro.
L'influenza di quella stagione sempre più fredda non li fermò neanche alla sera di Halloween: temendo in un primo momento di passarlo – rassegnato – solo, Pietro ricevette la chiamata da parte di Riccardo alle 23. Così si incontrarono da soli alle giostre di Legnano. Abbandonando il gruppo di amici e la propria ragazza, con la quale stava insieme dalla seconda superiore, gli dedicò tutto il tempo del divertimento solamente a lui. Fecero il giro di tutta la fiera già presente sul Toselli per l'indomani, la festa dei Santi, per poi salire sulle giostre, dal labirinto degli specchi – tenendosi stretti per non perdersi fra doppioni – alla esilarante casa stregata, per poi passare alla casa dei trabocchetti, piena di scherzetti. Finirono alle 2 col mangiare la golosissima frittella, buona si sa – per l'olio troppo vecchio. Pietro fin dall'inizio si domandava il perchè di tutta questa Libertà, ma non volle sciupare affatto quella che gli pareva essere una cosa che tanto aveva cercato di ottenere –invano – da circa un decennio: l'Amicizia. Ecco così che ogni suo malessere sparì, come per incanto, sciogliendo qualsiasi tipo di maledizione cui era afflitto. Le giornate incominciarono volare leggere, ad alta quota, e qualsiasi sforzo non era più sforzo per Pietro, che risolveva qualsiasi problema con quei sorrisi che tanto aveva ricercato nei suoi coetanei e che lui pareva non avesse mai avuto. A Riccardo non importava niente delle sue particolari passioni – in primis la musica d'Autore, quei gusti apparentemente ambigui e l'odio per il calcio che aveva fin dai tempi dell'asilo – che gli confessò fin da subito. Stava bene con lui, si rispettavano a vicenda – Pietro lo andava anche a vedere – tante volte di nascosto – dalla tribuna durante le “odiose” partite! Sapevano entrambi di aver toccato il Sacro per questo rapporto niente affatto convenzionale. E degli amici di Riccardo? E della sua ragazza? Ne parlarono finalmente un sabato pomeriggio, quando era ormai buio, prima del ritorno a casa per cena del padre medico, Antonio. Riccardo si stava facendo la doccia, Pietro invece stava seduto sull'asse del cesso ad aspettare che finisse. Faceva lo stesso anche con Angelo quand'erano ancora ingenui – e liberi – ai tempi delle medie. Pietro con un po' di coraggio gli chiese Quei perchè – perchè proprio lui, perchè così tanta gentilezza e Presenza nei suoi confronti, per un povero e solo ragazzo che non veniva considerato da nessuno, essendo poi così diversi fra loro: Pietro un ragazzo solo e un po' troppo invecchiato e fin troppo strano, senza nascondere la sua infinita malinconia – Riccardo al contrario un ragazzo alla moda, strapieno di amici e già con un amore, giovane dentro e fin troppo fuori. Chiuse l'acqua e uscì legandosi il classico asciugamano bianco in vita. “Pete, e dove lo trovo uno come te?! Li hai visti i miei amici? -So che li hai visti e che mi hai seguito spesso, ti vedevo sai! Ma credi mi stiano simpatici? Sto con loro per divertirmi, per “sballarmi” ecco. Tutto qui, con te invece posso parlare, posso passare piacevoli momenti di “intimità”, se vogliamo dirla così. Capisci? Tu sei speciale per me, e sai perchè? Perchè sei una persona vera. Come fanno a mentire quei tuoi grandi occhi blu del Mediterraneo – sai cosa si dice delle persone vere?” Pietro fece per rispondere ma Riccardo proseguì lo stesso: “Che sono sole.” - “Ah, ecco!” Rispose Pietro, facendo finta di essere sorpreso – come se già non lo sapesse, chiedendogli: “E la tua ragazza? Alice!” - “Sai cosa si dice delle donne?” Pietro lo fermò: “Sì, penso proprio di sì!” - “Ecco.” Poi prima dell'arrivo del padre, Pietro si congedò per ritornare su sui passi. Quella sera Riccardo sarebbe uscito con gli altri, e Pietro in giro da solo ma rassicurato: solitaria è la notte – non più lui.


-FINE PRIMA PARTE-




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Racconto scritto il 14/11/2017 - 22:51
Da Andrea Buggin
Letta n.118 volte.
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