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L’uomo del faro.

Per raggiungere la fine del faro c’era da percorrere tutta una lunga scala a chiocciole, talmente vecchia che alcuni gradoni non esistono più, sostituiti dal nulla, che potevi osservare i gradoni sottostanti.
E poi c'era la fine del faro, con il guardiano dentro.
Il guardiano del faro era rimasto in trappola:


"non riesco più ad uscire da qui. E’ una situazione straziante, non ho più legna secca per accendere un fuoco la notte, come farò a cucinare i pesci che di giorno catturo con una lenza dalla sommità di questo posto? Usavo molliche di pane come esca, ma è finito anche quello. L’ultima mollica era diventata talmente dura che ho spaccato il dente ad un sarago. Devo uscire di qui, ma non ci riesco.
Nella sala di controllo ho forzato l’armadietto ed ho trovato qualche bottiglia d’acqua e alcune scatolette di tonno, posso sopravvivere ancora.
Mi manca il fuoco, che tutto scalda, che scalda il cuore ed allontana le tenebre del passato, dei miei ricordi, che le pillole della terapia sommergono nel profondo della montagna dei pensieri. Ma le pillole sono finite, e quando anche le ultime concentrazioni mg/L finiranno di circolare nel sangue, non so cosa succederà.
Quando provo a scendere i primi scalini, il muro si comprime ed io faccio fatica a continuare. Vi giuro che è quello che succede, ogni giorno.
Provo a scendere dal faro ma poi il trauma prevale e torno su.
In alcune giornate lo spazio sembra più ampio ed io corro e riesco a fare qualche scalino in più, ma poi si restringe di nuovo tutto, inesorabile; spero di vederla almeno la luce dell’uscita, invece solo scalini, sempre scalini.
Così come muta la mia pelle, c’è sempre meno pelle, il mio involucro si sta aprendo.
Nella sala di controllo c’è un quadro impolverato, l’ho pulito per bene quel vetro che si prende cura del dipinto, rappresenta un mare in tempesta, ed una nave che ci muore dentro. Ma io lo uso come specchio, io che ho un debole per il mare, mi specchio dove una nave ci muore dentro.
E’ una metafora che calza, ed io che le vedo attraverso le onde dipinte, il riflesso di alcune parti del mio viso in cui non c’è più viso ma ingranaggi meccanici di orologi ancora in funzione.


La verità è che bisogna morire un po’ per imparare a vivere.


Non sono attento alle cose che il mondo reputa degne di attenzione, ma solo a quelle che mi interessano; può sembrare un ordine questo, ma il mondo ha un ordine subdolo e sul luogo del misfatto io sarei una prova inconcludente: c’è molto più di quel che appare negli inferi degli esseri umani."


-Perché tu guardi la serratura cercandovi una risposta, ma la risposta è la chiave- Disse il mare che non sta mai zitto all'uomo del faro ed infine sussurrò:


“non si può trovare un’alternativa per l’onestà!”


-Ma è per il bene di tutti loro!- disse L'uomo del faro


-Egoista!- Urlò il mare e onde alte si alzavano e tutti piangevano.


L'uomo del faro rispose:


-Mare, c'è tutto un mondo che piange in silenzio:
mentre fa la spesa,
mentre lava i piatti,
mentre fa il pieno all'auto,
mentre fa l'amore,
mentre balla immerso nel vino,
in tutti questi e in tanti altri momenti, tra mille sorrisi, c'è un mondo che piange in silenzio.-


Poi, di nuovo, il silenzio.


Sarà che succedono sempre cose, e uno perde di vista la cura.


Solo il mare ascoltava l'uomo del faro, perché il mare non sta mai zitto.
E’ un po’ come la paura il mare, non riesci mai a domarla del tutto. Non puoi nascondere la verità al mare.


Un giorno,
Il guardiano del faro udì dei passi, qualcuno che saliva le scale a chiocciola con i denti mancanti.
Era il mare.
E così apparve:
il suo aspetto ricordava quello di un marinaio ma anche di un barbone, con la sua maglia a righe nere orizzontali e sopra una giacca marrone con toppe color grigio. Un cappello di paglia raccoglieva parte dei suoi capelli ormai di un biondo che evolveva in platino, la sua barba lunga e poco curata, sapeva di mare. Il pantalone, consumato anch'esso, terminava prima della caviglia ed evidenziava come i sandali si unissero ai suoi piedi in una forte stretta. Ma una cosa lo smascherava, i suoi denti erano bianchi e curati.
Il mare era un finto marinaio.
Il mare è un comandante umile.
-Vieni con me- Il mare prese per mano il vecchio guardiano del faro e lo accompagnò verso la scala a chiocciola e dolcemente scalino dopo scalino uscirono da quella prigione di cemento. Poi salirono su di una barchetta e si avviarono verso il temporale; il mutare delle condizioni climatiche, il mare che diventa aggressivo, il guardiano del faro che cerca saldi appigli, tutto era veloce.
Ma per la prima volta nella sua vita il guardiano si era liberato del faro.
-Che succede guardiano, perché tremi, cosa vedi?- chiese il mare
Ed il guardiano del faro iniziò a parlare:
-O mare se tu potessi ascoltare il mio cuore piangere in questo momento. Laggiù, c’è una piccola zattera che debolmente mantiene a galla il bambino che fui. Sono in mezzo alla tempesta e stringo forte a me il mio orsacchiotto, la mia innocenza. Mare, tu l’hai sempre saputo, come sono andate le cose, ed hai lasciato soffrire quel bambino nella tempesta per tutto questo tempo. Una piccola zattera non può salvarlo,
Tu che sei mare potresti portarlo a riva e salvarlo.
Perché l’ho fatto?
Perché quel giorno ho invocato il tuo nome sapendo che non mi avresti comunque salvato?
Ma adesso che siamo qui, non credi che dovremmo salvarlo quel bambino?-
-Ma tu sei già qui con me- ed il mare mi pone l’orsacchiotto tra le braccia.
-Stringila, stringi la tua innocenza rubata-
-Cosa avrei dovuto fare? Ero solo un bambino, mare, e tu non mi hai ascoltato. Vivere la vita, l’intera vita con queste immagini nella testa-
- Ma non credi sia tempo di lasciare la tempesta a quel bambino e guardare avanti- disse il mare
- Che intendi?- chiesi al mare
-Impara a nuotare- rispose e poi svanì.
Svanì il suo suono.
E mi ritrovai su una piccola zattera con un orsacchiotto tra le mani al centro di una tempesta, e il mare che giocava con il mio precario equilibrio.


La vita, è una serie di onde che, per fortuna, non trovano mai pace.




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Racconto scritto il 19/01/2018 - 22:15
Da Bruno Gais
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