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IL COSTRUTTORE DI AQUILONI

IL COSTRUTTORE DI AQUILONI


Un ambulante che vende oggetti di vario tipo per strada e si diletta a costruire aquiloni, assiste ad un orrendo delitto. La terribile scena risveglia nell’uomo una serie di ricordi dolorosi che la sua mente aveva cercato di occultare. Ricorda anni di maltrattamenti subìti e quella notte terribile in cui suo padre, dopo aver ucciso sua madre e suo fratello, dà fuoco alla casa e infine si uccide. Giovanni è l’unico superstite, ma la sua mente rimuove l’accaduto. Fugge via, diventando un vagabondo ei un venditore ambulante. Recuperata finalmente la memoria, decide di andare dalle forze dell’ordine per raccontare ciò che aveva visto la sera dell’omicidio e infine torna nel suo paese in Sicilia per iniziare una nuova vita aperta a nuove speranze.


Il freddo pungente in quella buia sera di ottobre lo spinse a ripararsi all’interno di un grande portone di legno lasciato quasi sempre aperto. Il carrettino dove stavano i vari oggetti che vendeva e il sacco dove conservava gli aquiloni che si dilettava a costruire, stavano fuori e lui di tanto in tanto sporgeva la testa per controllare se tutto era a posto, ma fuori la strada era deserta e il vento di maestrale che giungeva dal nord Europa sollevava polvere, foglie e cartacce formando mulinelli aggrovigliati negli angoli dei marciapiedi. Giovanni vestiva poveramente, con gli abiti che ogni tanto la parrocchia o il ricovero dei poveri gli regalava e il suo aspetto era trasandato, ma guardandolo in viso si capiva che era giovane e colpivano i grandi occhi chiari, un po’ sognanti e distratti. In realtà in quel momento i suoi straordinari occhi scrutavano l’oscurità, interrotta dalla luce gialla dei lampioni che oscillavano mossi dal vento. Uno strano silenzio avvolgeva la strada e gli sembrava di intravedere nel marciapiede opposto strane lunghe ombre che si muovevano cautamente. Giungeva intanto un signore vestito elegantemente e che camminava con passi ritmici e lenti. Sembrava tranquillo e portava strettamente con una mano la borsa di lavoro. D’un tratto le ombre si materializzarono fermando l’uomo.
- Avvocato Nardi!- gridò una delle due ombre
L’uomo ebbe il tempo di gridare: - Chi siete , cosa volete?-
- Vi ricordate la causa contro mio fratello che mi avete fatto perdere?-
- Calmatevi, possiamo andare in appello e..-
ma non ebbe tempo di finire che gli uomini armati di coltelli, iniziarono a colpire, lasciandolo a terra morto, in una pozza di sangue.
Qualcuno si era affacciato, altri giungevano a vedere creando un cerchio di gente attorno al povero avvocato, morto per una causa perduta. Giungeva anche l’ambulanza e la polizia. C’era gran confusione e adesso la strada era piena di gente e di rumori.
Giovanni era sconvolto, prese le subito le sue povere cose e scappò via. Correva nella fredda sera. Aveva iniziato a piovere e i suoi passi risuonavano nel silenzio delle stradine bagnate che solitamente percorreva per giungere al ricovero per poveri dove trovava rifugio per la notte. Finalmente giunse e bussò con energia al portone. Il velo che occultava i ricordi dolorosi del suo passato si era squarciato e come dei flash, gli tornavano in mente delle immagini, delle visioni che gli facevano provare orrore. Le avrebbe voluto scacciare ma non riusciva a farlo e si sentiva soffocare in una agitazione crescente.
Entrò nella vecchia palazzina tremante, mentre il volontario di turno lo soccorreva preoccupato:
- Giovanni! Ma che ti è successo, tremi tutto, vieni siediti bevi un po’ d’acqua.-
Giovanni era sconvolto, il suo sguardo era smarrito e lunghe lacrime iniziarono a scorrergli perdendosi poi tra il viso e la barba incolta. Poi finalmente iniziò ad articolare qualche parola:
- Ricordo, adesso ricordo tutto! – gridò infine
Mario, il volontario, capì che la situazione era più grave e complicata di come appariva e decise di chiamare il medico che era anche psicologo.
Fu necessario tranquillizzarlo poiché nella sua testa era avvenuto uno sconvolgimento che maturava da anni. La sua mente aveva rifiutato di ricordare perché il dolore era troppo grande e per questo aveva vissuto tutti questi anni come un vagabondo, girando per le città e i paesi, sempre a piedi e con qualunque clima. Aveva scelto di non vivere, quasi occultandosi, nascondendosi, come se si vergognasse, ignorando la sua identità e la sua vita. L’unica sua gioia era costruire gli aquiloni. Impiegava tempo e passione per farli ed erano bellissimi e colorati. La sua fantasia si sbizzarriva nei colori e nelle forme che riusciva a dare alla carta leggera e a farli volare in cielo ed era felice di regalarli ai bambini che a volte incuriositi si avvicinavano a lui quando cantava filastrocche suonando una piccola fisarmonica. Raccontava storie che la sua mente creativa suggeriva. Storie di re e di regine, storie di poveri che grazie ad una magia o ad una fata buona diventavano ricchi. Cavalieri coraggiosi che salvavano città intere dai nemici. Ma ora il velo dei ricordi si era squarciato e aveva davanti agli occhi un unico grande orco cattivo: aveva il volto e l’anima oscura di suo padre. Un padre sempre ubriaco che picchiava tutti in famiglia: la moglie che si ammazzava di fatica e i due figli. Serpeggiava sempre la paura tra le mura di una casa che un tempo era stata felice. La campagna attorno, a cui prima si dedicava, ormai era in abbandono e lui era sempre con la bottiglia in mano. Per fare sopravvivere la famiglia sua madre lavorava presso una famiglia come domestica. Ma appena riceveva il compenso del suo lavoro, il marito si prendeva tutto e li spendeva per comprare vino nell’osteria del paese.
Mentre Giovanni svelava i suoi ricordi, ebbe una crisi di tremore e il medico gli diede un bicchiere d’acqua e gli disse:
- Sta calmo, Giovanni è tutto passato. Fai un bel respiro e appena puoi, continui il racconto.-
- No, no, continuo.- disse con gli occhi azzurri offuscati dal dolore e dalle lacrime. Poi continuò con voce fioca:
- Quella sera io ero nella stanza accanto alla cucina e guardavo due figurine di giocatori che aveva trovato a terra, per strada. Poi sentii i passi pesanti di mio padre fuori, mentre si avvicinava a casa e istintivamente mi nascosi per paura in un magazzino che comunicava con l’esterno con una portafinestra.
- Entrò urlando e iniziò a litigare con mia madre. Poi inizio a picchiarla e quando giunse mio fratello Paolo, si accanì pure contro di lui, più piccolo di me, di solo otto anni .-
Fece una pausa, respirando malamente, poi continuò:
- Stavo per intervenire. Ma lui era un demonio, un energumeno che voleva solo fare del male. Forse era anche drogato. Incurante delle urla e delle suppliche accoltellò prima mia madre e poi anche Paolo. Cercava anche me, ma io ero fuggito in cerca di aiuto e vedendo che lui si avvicinava, mi arrampicai rapidamente su un albero, sperando nella complicità dell’oscurità. Così lui non mi trovò e barcollando tornò indietro e diede fuoco alla casa. Davanti al rogo che distruggeva l’abitazione, con lo stesso coltello, sporco del sangue innocente delle sue vittime, si ammazzò concludendo quel delirio di odio e di violenza.
- Io ero sconvolto e caddi svenuto dall’albero, poi cominciai a correre senza fermarmi. Sostai, sfinito vicino al fiume e mi addormentai di colpo, come un sasso, sprofondando in un buio profondo, dove nascosi l’orrore a cui avevo assistito impotente. Quel buio continuò anche quando mi svegliai, perché non ricordavo più niente e da quel momento iniziai a vagabondare, ascoltando solo i bisogni essenziali del mio corpo, andando in giro per le città. Ricordo solo che mi soffermai davanti una edicola e lessi su un giornale di cronaca cittadina che era messo in evidenza, la notizia scritta a grossi caratteri della tragedia che si era consumata e riportava che nessuno era sopravvissuto..-
Giovanni concluse il racconto, ma il suo pianto liberatorio continuava. Il medico rimase con lui a parlagli e a consigliarlo.
Aveva bisogno di riposare, domani si sarebbe deciso tutto. Così sedato da una puntura, finalmente il povero giovane si addormentò.
Il giorno dopo Giovanni si svegliò più calmo, chiese al volontario di poter fare una doccia e di avere qualche abito pulito. Si ripulì, tolse la barba e indossò abiti nuovi e adatti a lui. Aveva dei jeans, un golf a dolce vita scuro e un giubbotto. Adesso i suoi occhi azzurri sembravano più grandi nel viso senza barba e finalmente dimostrava i suoi trent’anni.
Accompagnato dal volontario che aveva preso a cuore la sua storia, si recò dalla polizia, per riferire quanto aveva visto la sera precedente e che avrebbe potuto riconoscere uno dei due assassini. Raccontò anche la sua vicenda quasi a giustificare la sua fuga dopo quel brutto omicidio. L’ispettore gli promise di mettersi in contatto con qualcuno del suo paese per trovare qualche suo parente.
Grazie alla sua testimonianza i due assassini furono trovati abbastanza velocemente e messi in galera.
Dopo qualche giorno, l’ispettore lo convocò per comunicargli di aver trovato una zia, sorella di sua madre in vita, felice di saperlo vivo e di aver parlato con i suoi colleghi del posto per riaprire il caso ormai archiviato.
- Se vuoi puoi tornare in Sicilia a trovare questa zia, ma con te verrà la funzionaria dei servizi sociali-
- Posso farlo da solo!- protestò Giovanni
- Ma no, hai ancora bisogno di qualcuno che ti aiuti a ritrovare completamente te stesso e ricominciare una vita dignitosa. Adesso te la presento.
Così conobbe Elena, che gli strinse la mano e gli sorrise con atteggiamento fraterno.
Era carina, alta con una figura snella e i capelli ricci raccolti in una coda.
Avevano scelto di viaggiare con la nave che da Genova arrivava direttamente al porto di Palermo e da lì avrebbero proseguito in pullman.
Giovanni era emozionato. Non tornava nell’isola da quando era fuggito via all’età di quattordici anni e adesso doveva ritrovare la sua terra e la sua identità, riallacciare il legame spezzato della sua esistenza.
La grande nave lasciò il porto di Genova, con la sua antica lanterna posta in cima alla torre, monumento e simbolo cittadino, in un pomeriggio ventoso, ma già qua e la si scorgevano i primi segnali della stagione primaverile che arrivava. Avrebbero viaggiato tutta la notte, costeggiando la penisola in lunghezza verso sud e sarebbero giunti all’alba del giorno successivo.
La compagnia di Elena lo imbarazzava poiché era abituato a vivere da solo e poi quella ragazza gli piaceva molto. I capelli ricci e castani che teneva legati in alto, mettevano in evidenza i lineamenti delicati e dolci del viso. Sorrideva con facilità e quel sorriso la illuminava tutta. Era snella e di corporatura minuta, ma si intuiva che aveva un carattere determinato e coraggioso. Lo invogliava a parlare e fu curiosa di vedere gli ultimi aquiloni che Giovanni aveva costruito. Si proponevano di farne qualcosa una volta arrivati sul posto.
Una nebbia azzurrina avvolgeva il porto di Palermo, concavo, accogliente e circondato dal Monte Pellegrino da un lato, da Capo Zafferano dall’altro, ben delineati nelle loro sagome, costituivano quasi uno scenario sullo sfondo, mentre il cielo era privo di nubi.
Attraversarono l’isola immergendosi in un microcosmo di paesaggi illuminati da un sole accecante che quasi Giovanni non ricordava più, abituato alla nebbia che avvolgeva spesso Milano. Guardava tutto con occhi diversi come se vedesse quei luoghi per la prima volta. Montagne che si alternavano a vallate e a colline. Paesi arroccati su alte rocce, altri costruiti con grandi terrazze sul mare. File di ulivi, di viti e di grano e poi ovunque la macchia mediterranea che, caratteristica e selvaggia, ricopriva angoli e ampi spazi inabitati e poi il mare, imponente e azzurro, increspato da un leggero vento. Millenni di storia tracciati dovunque, templi e cattedrali, città ricche d’arte e di cultura, bastioni e torri di guardia pronti a segnalare l’arrivo di nuovi popoli e invasori. Mescolanze di stili, di colori, di profumi in un tutt’uno eccezionale ed unico.
Anche Elena si guardava attorno meravigliata e sentì che quell’incarico affidatogli non era male. Le dispiaceva solo aver lasciato suo figlio di dodici anni da sua madre. Ma lei sarebbe rientrata presto. Giunsero finalmente a Castelvetrano, un grosso paese, quasi una città del trapanese e si recarono dalla zia.
Giustina, l’unica sua zia, sorella della madre barbaramente uccisa. Non la ricordava e quasi non la riconosceva davanti il grande portone di casa.
Donna anziana, con capelli grigi corti e occhi tristi. Indossava un semplice abito a fantasia e sandali bassi. Abbracciò il nipote, che ormai, ripulito e ben vestito, faceva una gran bella figura. Lo abbracciò e una grande emozione scosse tutti.
- Giovanni, nipote mio! Piangevamo morto anche te
Giunse anche Luca, il figlio che era anche cugino suo. Era carabiniere a Bari e momentaneamente in licenza. Si abbracciarono dopo qualche convenevole
parlarono a lungo e Giovanni raccontò di come aveva vissuto quegli anni, quasi un barbone, perché il suo cervello non voleva ricordare quello a cui aveva assistito.
Poi dopo il pranzo la zia gli disse:
- Puoi restare con noi, tutto il tempo che ti necessita, ma ragazzo mio tu hai una bella proprietà che so bene cosa vi è successo, ma lì c’è anche lo spirito di tua madre che vi è vissuta tanti anni. Su quella tragedia potrai ricostruire una gioia, la tua nuova vita e anche tua madre e tuo fratello saranno contenti di questo.
- Sarà difficile per me tornare lì-
- Lo so e lo farai appena ti sentirai.-
- Tua zia ha ragione – disse Elena –Intanto qui sei in famiglia. Io mi fermo qualche giorno e poi vado via.-
- Anche lei è mia ospite Elena – disse la zia che provava grande simpatia per quella ragazza.
- Siete gentile e accetto volentieri. Qui è tutto bellissimo, ma ho premura di rientrare perché mio figlio mi aspetta.-
- Rientrate presto, Elena, non perché voglio che andate via, ma per il ragazzo.
Così in una atmosfera tranquilla trascorse qualche giorno, poi Elena ripartì promettendo di tornare in vacanza, con il figlio.
Giovanni aprì il cancello arrugginito che dava accesso alla proprietà ed entrò con il cuore stretto dall’emozione, rivedendo le scene di quell’orrore che aveva commesso suo padre. Tutto era in abbandono con l’erba alta e piena di rovi. Gli alberi di arance e limoni sembravano secchi e così gli olivi. Tutto sembrava essere morto insieme ai proprietari. Vide l’albero dove si era rifugiato per sfuggire alla furia omicida del padre e poi la casa, con quel poco che rimaneva, era tutta distrutta dal rogo.
Era voluto andare da solo e ora una grande tristezza insieme ad una grande rabbia l’afferrava, quasi lo portava a pensare di fuggire via. Come avrebbe rifatto a ricostruire tutto, con quale animo? Forse avrebbe avuto sempre negli occhi quelle orribili visioni.. Come potevano pensare tutti che avrebbe ricostruito la sua esistenza iniziando dai luoghi dell’orrore?
Un vento tepido soffiò all’improvviso e un raggio di sole fece capolino dalla nuvola passeggera, illuminando un gruppo di rose cresciute davanti la finestra della casa, proprio quella da cui si era messo in salvo. Erano color rosa e alcune invece erano rosse. Quelle rose così belle, cresciute lì spontaneamente, lo commossero e gli sembrarono un segno, una presenza d’amore che lo invitava a rimanere.
- Ok,- disse a voce alta - ricomincerò da qui, Mamma, ma tutto sarà diverso te lo prometto. Se allora vi trionfò l’odio e la follia, in futuro vi trionferà l’amore e la pace .-
Dopo qualche tempo si recò anche al cimitero a deporre dei fiori per sua mamma e il fratello. Parlò con loro nel linguaggio emozionale che a volte tutti proviamo a fare con chi amiamo e non c’è più. Ormai viveva nella casa che stava ricostruendo e aveva deciso di farne un’ agriturismo. La campagna era ripulita e le piante si sarebbero rimesse presto in attività. Qua e là comparivano i primi fiori che aveva voluto nei colori più vivaci. Davanti l’ingresso aveva messo una insegna in legno dipinta da lui e attaccato ad esso un grande aquilone, costruito da lui, svolazzava seguendo i capricci del vento.
Così aveva chiamato quel luogo: L’Aquilone. Presto sarebbe arrivata Elena che adesso era la sua compagna, insieme al figlio che lui adorava, come quel piccolo fratello che non c’era più. La vita ripartiva con amore dal luogo dove il male vi aveva messo fine. Una farfalla dai bellissimi colori si poggiò, dopo il suo volo, sull’insegna di legno dipinta e si riposò un poco, poi attratta da nuovi profumi e dal vento caldo dell’estate, tornò a volare felice nell’aria.




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Racconto scritto il 14/03/2018 - 17:03
Da Patrizia Lo Bue
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