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Amore senza paura

Quando mi fermai davanti a quella porta chiusa mi tremarono un po’ le gambe. Strano, pensai. Nonostante la mia giovane, per non dire fanciullesca, età e grazie ad un fisico prestante, già da allora, che andava pari passo con un carattere irruente, a volte irriverente, niente sembrava potesse farmi paura. D’altra parte non stiamo parlando della porta del Paradiso né di quella di un grosso personaggio della finanza che avrebbe dovuto propormi un posto di lavoro. Era solo la porta della mia futura classe, il I° Liceo classico, ubicato in un centro diverso da quello che mi aveva dato i natali e presso cui avevo studiato sinora. Il disagio che mi aveva preso era radicato nel fatto che affrontavo questa nuova situazione di malavoglia, in un ambiente giudicato pregiudizialmente ostile e, non ultimo, da solo. Mio padre, forse, aveva troppa fiducia nel mio senso di adattamento come anche nelle mie capacità di cavarmela in tutte le situazioni. Mi faceva piacere della sua stima, anzi ne ero orgoglioso, ma pur sempre 16 anni avevo ! Eppure, scossi il mio testone, e feci letteralmente irruzione nella nuova classe, dove, i miei futuri compagni erano già sistemati. Il clamore della porta aperta con forza li convinse a guardare verso di essa e, di conseguenza, verso di me. Per un attimo rimanemmo a soppesarci entrambi.
Classe mista. Ce n’era di tutti i colori. Qualcuno già provava a guardarmi in modo sarcastico, c’era da capirlo, ero l’invasore e sarei stato presentato solo tra poco dai prof. Quello che mi colpì di più e che sarebbe restato più che un ricordo, nella mia vita, furono gli occhi di Katia. Nessuna sorpresa in essi, nessuna emozione. Molta malinconia e un’aria da donna adulta. In istituto si diceva che fosse tra le più belle, ma io ancora non lo sapevo. Ne presi atto da subito. Perciò mi meravigliai che tale bellezza non fosse supportata da abiti di forgia moderna. Vestiva un grembiule nero che mostrava i segni del tempo. La ricordo sempre così e, più in là, trovai una spiegazione. Era da poco diventata orfana di madre e la donna che il padre aveva risposato non le dava o non voleva darle la cura e l’attenzione che si deve ad una figlia. Quando lo seppi mi piacque di più ! Pian piano si avvicinarono tutti per sapere qualcosa di me, tranne il solito gruppetto, presente in ogni classe, di coloro che ritenevano che questa fosse cosa loro, un luogo dove poter comandare e fare ciò che credevano. Tuttavia non era una vera e propria gang di bulli. Per il mio carattere levantino sembravano più la banda del Sacro Cuore di Gesù che il terrore dei mari ! Col passare del tempo capii che erano anche loro dei bravi ragazzi, attori sopraffini di un film da saga di Natale. Durante l’intervallo, me ne restai in classe, non sapevo cosa fare, con chi chiacchierare.
Mentre pensavo ai casi miei, una mano tesa spazzò i miei tetri pensieri. Era lei. Con molta semplicità accostò la sedia al mio banco e si presentò con un sorriso con cui non riuscì a cancellare del tutto il velo di malinconia, di tristezza che si sprigionava dalla sua figura. Il mio, invece, fu un sorriso radioso verso colei che, involontariamente, stava riuscendo a farmi uscire dall’isolamento in cui mi trovavo.
Parlava e sorrideva, sorrideva e parlava. Non ricordo cosa dicesse perché la guardavo negli occhi ed in essi mi perdevo. Se ne accorse e rise di gusto, finalmente. Chiese di me, della mia vita, da dove venissi, che tipo fossi, e lo diceva con tale calma e serenità che, se fossi stato un agente segreto, avrei dovuto temere più lei che un elettroshock ! Non smettemmo di parlare per venti minuti consecutivi e furono momenti di vera gioia fra noi due. Poi entrò uno di quelli che si atteggiavano a bulletto e lei si alzò in fretta, quasi spaventata. Me ne accorsi e tutto il donchisciottismo che alberga in me ebbe un brusco impulso. Mi alzai di scatto e le dissi ad alta voce :
• Non devi aver timore di nulla. Non quando sei con me !
Il gelo avvolse l’aula. “L’intruso” si tuffò nei miei occhi e ne rimase affogato, non dovevo aver un bell’aspetto. Se ne uscì in fretta !
• Cosa hai fatto ? Ora tutti sapranno che io ero con te, qui, da sola. Dimentichi che siamo in una zona della Calabria restia all’emancipazione ? Mica siamo a Milano ! – mi disse lei, ed intanto qualche lacrima evadeva furtiva dallo scrigno dei suoi occhi.
• Prima lezione – le dissi – Non aver paura ! Vorresti continuare a vivere così ? Meglio morire. Anzi, sai che faccio ? Mi siedo nel banco libero accanto a te. Che provassero a dirmi qualcosa !
• Perché lo fai ?
Ecco, domande del genere ce ne furono molte tra me e lei. Non ebbero mai risposta ne da parte mia ne da parte sua. Forse perché la conoscevamo già e non avevano bisogno di conferme. Ero troppo giovane ed ancora troppo timido con le donne. Il costo di quel silenzio lo pagai caro e amaro. Doveva essere così. Trascorsi con lei tre anni importanti nella mia formazione di uomo e fu lei, con la sua bellezza, la sua calma, la sua dolcezza a guidarmi verso di essa. Mai nemmeno una volta tenemmo le mani tra le mani, ma non esisteva giorno, ora che non ci fossimo cercati, col sorriso tenero dei fidanzatini di Peynet sulle labbra. Un amore sospeso tra cielo e terra. L’ultimo anno provò pure a farmi ingelosire, frequentando per qualche tempo un altro compagno . La lasciai fare, era giusto che provasse con un altro, ma tornò da me. Il giorno in cui iniziarono gli esami di maturità, con la prova di italiano gli feci il tema dalla traccia abbastanza difficile. Fu promossa ed io…rimandato. Fu, principalmente, l’ultimo giorno che la vidi. Le nostre strade si separarono inevitabilmente. La seguii tramite comuni amici. Si sposò, ebbe figli e mi augurai fosse felice. Ma il rimpianto lo avverto ancora oggi.
Un giorno, a causa di un lutto di una lontana parente, mi recai in un piccolo centro, vicino a quello dove avevo conseguito la maturità, per il funerale. La folla che partecipava al triste evento, traboccava. Mi appoggiai ad una parete dell’androne nell’attesa di poter esprimere il mio cordoglio ai parenti. Alla parete opposta a quella dove io ero “parcheggiato”, un’altra fila di persone aspettava di compiere il proprio dovere. D’un tratto, da questa fila parallela, una signora, già in procinto di entrare nella camera ardente, mi fece come un cenno per andare verso di lei. La donna era veramente distinta, vestita di un’eleganza sobria adatta alla circostanza. Non conoscevo nessuno tra gli abitanti del luogo né mi sono mai creduto talmente interessante da attirare l’attenzione di qualsiasi donna, per cui non me ne diedi per inteso, a quei segnali, credetti fossero rivolti ad altri. Tuttavia la signora, non si arrese e venne verso di me speditamente.
• Ciao, Nino, ti ricordi di me ? – mi disse, proponendomi un sorriso a 24 carati ! –
• Mi scusi, signora, forse mi confonde con qual…Katia ! Tu sei Katia ! Come potevo riconoscerti, sei più bella che mai !
• AHAHAH, sempre lo stesso tu ! Non le mandi a dire di certo. – disse guardando la folla che seguiva, giocoforza, la conversazione. –
• Ooops, scusa non volevo crearti disagio.
• Quale disagio ! Prima lezione : Non aver paura ! Lo hai detto tu, ricordi ?
Lo ricordo, cara amica. Lo ricordo, così come ricordo tutto quello che ti riguarda. Forse sono stato io, però, ad aver avuto paura non dicendoti le cose che avrei dovuto dirti, a lasciare che nel cuore rimanesse un rimpianto per ciò che doveva essere e non è stato, a essere fuggito alle mie responsabilità e necessità. Tu almeno hai imparato una lezione importante, io ho perso, invece, una cosa importante : Te.



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Racconto scritto il 21/03/2018 - 09:55
Da Nino Curatola
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