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“Un Poco di me”

....... Il mio migliore amico.
Il mio migliore amico sono stato solo io, eppure anche io mi son tradito e non una volta sola.
Mi son tradito quando perso alla spiaggia ho seguito le ombre antiche di mio padre e non mi ero accorto che finivano in mare.
Mi son tradito ogni qualvolta ho perdonato, che sia stato un amico, un fratello o un amore che vale, mi son fatto sempre solo male.
Mi son tradito quando ho permesso ad un amore di farmi morire e mi tradisco adesso quando sto da solo con me stesso, lo so che mi fa male, ma il dolore fugge via con il dolore, questo ho insegnato nel tempo a chi mi è stato accanto e so che ha funzionato.
Ma perché con me non lo so fare?
Ho una casa in riva al mare, duecento passi e si arriva alla scogliera, alla fine della mia ultima estate ho chiuso la porta.
Nel letto non ci sono le lenzuola, nel frigo non c'è più nemmeno l'acqua, i quadri sono impolverati alle pareti e i pesci si sono fermati, nessun tempo più scandisce adesso quel mio vecchio pendolo.
Al cancello penzola un cartello "Attenti al cane e pure a me" ed è ricordo di un giorno di sole e di risa e di un nuovo amico che non è stato un amico d'estate, ma un amico sincero.
Poi è stato il tempo di Pierrot, è lui il mio nuovo amico adesso, nasconde la lacrima dentro un sorriso, io invece la camuffo in una barba nera che a volte però quando viene la sera mi fa paura, perché la sera nel silenzio del buio a volte mi viene in mente un bambino e i bambini si sa, a volte piangono temendo il buio.
........ Questa è la storia.
Potrà piacervi oppure no.
Potrete ridere, piangere o darmi del coglione, non importa.
Resta solo il fatto che fra tante menzogne, fra tante storie inventate, fra tanti frasi fatte che ascoltiamo ogni giorno questa almeno è una storia vera.
Una storia come tante, senza pretese.
Forse una storia triste ma dalla quale, almeno io, ho ancora imparato qualcosa.
Io sono un Pierrot.
Ebbene si, così è la vita.
Io non ci ho mai creduto, non ci ho mai voluto credere e invece, dobbiamo per forza avere una maschera, più maschere, da indossare ogni giorno, tutti i giorni.
Tutti, nessuno escluso.
Ho scelto quella di Pierrot.
Io, innamorato della Vita.
Io, innamorato dell'Amore.
Io, innamorato di me, del mio modo di essere, di pormi, del mio passato e del mio presente.
Ogni cosa mi ha deluso, io in testa.
E così, ho deciso.
Accetto il gioco dei compromessi.
Accetto le regole delle connivenze con le convenzioni, sto alle regole di un falso perbenismo alle quali ognuno di noi è costretto (vuole esserlo) ad assoggettarsi per non sfigurare, per non morire.
Non l'ho mai fatto.
Sono sempre andato fuori dagli schemi, fuori dalle righe, in nome della mia dignità di uomo, in nome della mia libertà.
Ho sempre gridato il mio amore, la mia rabbia, la mia gioia e il mio dolore ai quattro venti.
Non mi sono mai privato di urlare, quando era necessario, di sussurrare quando lo desideravo.
Non mi sono mai vergognato di esternare il mio odio-amore totale, incondizionato.
Invece no, non è così.
L'amore va sussurrato piano, a bassa voce e non sempre.
La rabbia va tenuta dentro e tirata fuori piano, con moderazione.
Chi va in rottura con il mondo resta solo, a combattere contro i fantasmi degli uomini inesistenti che ogni giorno incontriamo fra gli sguardi finti-assenti di ognuno.
Tutti, dico tutti, siamo uno, nessuno, centomila.
Come fare a distinguere il vero dal falso?
Come fare a trovare davvero chi è, chi fa, realmente se stesso.
Ci ho pensato per una settimana intera.
Con raziocinio, con lucidità estrema.
Ho curato tutto in ogni dettaglio.
Ho superato ogni contrattempo che il destino mi frapponeva.
Ogni ostacolo che appariva insormontabile io l'ho aggirato spianando la strada.
Fino al giorno del mio appuntamento.
Per una intera settimana ho respirato la vita, il mare, le piante, gli animali, la pioggia, il vento e gli ultimi raggi di sole.
Ogni notte l'ho trascorsa guardando ora il cielo, ora le stelle e la luna, nel suo immutabile, incessante divenire, nella sua pienezza e nel suo "spicchio" che come un occhio socchiuso a mò di smorfia mi guardava.
Che bella la vita!
Per questo l'ho amata così tanto.
Così ho deciso.
Un amore quando è così grande deve essere vissuto.
Non serve a niente portarlo nel cuore se non lo puoi guardare, abbracciare, carezzare.
Respirarne l'alito, il profumo.
Ammirarne i colori ed io questo, non lo facevo più.
Ho capito che non lo avrei fatto mai più.
Così sono andato da mio padre e l'ho abbracciato, l'ho baciato.
L'ho guardato nei suoi occhi mai spenti e gli ho detto: Ti voglio bene.
Poi ho scritto una lettera alla mia migliore amica.
La donna che, senza ombra di dubbio, mi vuol bene più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Le ho spiegato pressappoco questo e poi le ho chiesto di non piangere, non più del dovuto almeno.
Era una mia scelta soltanto essere felice che io dopo, sarei stato finalmente e veramente "felice".
Poi con calma, senza fretta ormai, ho scritto un'altra lettera a mia madre.
Poche parole ma essenziali ed un ti voglio bene.
A mio fratello "il Grande" (perché lui è davvero grande) invece ho detto tutto.
Fatti, antefatti e misfatti.
Gli ho parlato di storie consumate e di tappi di bottiglie vuote stanchi di girare e del mio cuore stanco di lottare.
Delle cose che dovevo completare e degli impegni da onorare.
Poi, gli ho raccontato dei delfini e delle rane e gli ho chiesto di non farli morire, se qualcuno li voleva, altrimenti li doveva uccidere e poi gli ho chiesto che dopo un po' di tempo, quando il mio pensiero si sarebbe trasformato in ricordo, di dire a voi amici miei, che avevo conservato per ognuno un abbraccio e un grazie per ogni attimo che mi era stato dedicato.
Con calma, senza fretta, fra un bicchiere e una sigaretta ho pensato anche ad un altro fratello, che avevo perduto e volevo ritrovare.
Così gli ho scritto due parole, l'augurio per una vita migliore ed un ti voglio bene.
Restava soltanto il mio amico.
Un amico nuovo che in poco tempo era diventato importante.
Un uomo la cui presenza allegra, positiva, è riuscita a far si che io abbia potuto godere ancora di un po' di sole questa estate, la mia ultima estate.
Saresti stato sicuramente un buon amico, Amico, ma siamo arrivati tardi, troppo tardi.
Ti lascio il nostro saluto quotidiano: batti cinque Amico e così anche la quinta busta era pronta.
Al mio appuntamento potevo arrivare quando volevo, Lei mi aspettava avevamo fissato solo il giorno non l'orario e certo non sarebbe andata via.
Così mi tolsi anche il capriccio di un buon caffè.
E' buono il mio caffè.
Lentamente mi avviai.
L'aria era fredda e il cielo scuro.
Aveva piovuto.
Non c'era la luna o almeno io non la vedevo.
Presi l'autostrada cantando sempre solo due canzoni, a squarciagola, sempre le stesse.
Gli Abba e Renato Zero.
Camminavo piano per non sbandare e per poter cantare un po' di più.
A casa ho mangiato un bel piatto di spaghetti al pomodoro rinforzati con tanto parmigiano.
Poi ho bevuto ancora.
Ho fumato in balcone ed ho visto la luna.
Il cane mi guardava.
Ci siamo guardati in silenzio.
Si è avvicinato e gli ho regalato una carezza.
Basta poco per far contento un cane randagio.
Poi sono entrato, ho spento la luce.
Eccomi qua Signora. scusi il ritardo.
Non la vedevo ma sapevo che c'era.
Sentivo il suo odore, era acre ma non dava fastidio.
Mi entrava piano dalle narici e lo sentivo espandersi dentro lentamente.
Ho fatto uno squillo anonimo per salutare una persona e, benedetto destino, mi ha risposto.
Tutto era compiuto.
Mi sono disteso sul letto con gli occhi chiusi e vestito.
La Signora non arrivava.
Io mi spazientivo, sudavo e il cuore mi batteva forte.
Non so dopo quanto tempo, credo poco, mi alzai e andai a fumare una sigaretta in terrazza.
Mi coricai ancora e aspettai, mi rialzai ancora.
Vagavo di notte come un fantasma, al buio, Ero nervoso.
Perché la Signora si nascondeva?
Perché voleva mancare al nostro appuntamento?
Così mi diressi verso il suo profumo.
La trovai.
Lo respirai forte anche con la bocca.
Finalmente mi inebriai di Lei.
Il suo profumo adesso saliva piano anche nella mia testa così mi coricai più vicino, accanto a Lei.
Non so altro.
Ricordo solo che una mano nera mi toccava e tossivo.
Poi tanta confusione e rumore di oggetti e di persone.
Mi sono svegliato in ospedale e ho visto le lacrime di mia madre.
Poi a poco a poco, visi amici e volti sconosciuti ed ognuno aveva una parola per me.
Un rimprovero.
Un perché da voler sapere, e io, non lo sapevo, piangevo.
Anche in questo non ero stato bravo.
Cercavo con la mente il ricordo della mano.
Chi era.
Perché mi toccava.
Perché mi svegliava........ Ecco, la storia è finita.
Il resto è solo cronaca di questi giorni.
Ognuno ha puntato il dito calcandolo fin dove ha potuto.
Qualcuno mi ha donato il cuore dicendomi "tu sei qui. non potrai mai andare via." Per adesso mi trattano come un malato perché ancora non hanno capito.
Perché non sanno.
La Signora mi ha tradito.
E' venuta sì all'appuntamento ma poi se n'è andata.
Il patto era che saremmo andati via insieme invece, se n'è andata da sola.
Gliel'ha ordinato Dio.
A me invece ha svelato il mio cammino.
Mi ha dato una maschera da indossare e mi ha detto: Vai Pierrot, è questa la tua strada, io ti ordino di percorrerla senza voltarti indietro, perché mio figlio è morto sulla Croce anche per te, questa è la tua Croce figlio mio.
Dopo due giorni di silenzio ho detto: E così sia....... Al volere di Dio.


......... Semplicemente Dreamer.




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Racconto scritto il 27/09/2013 - 00:10
Da Semplicemente Dreamer
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Commenti


Per fortuna è solo un poco. Fosse stato tutto di te cosa scrivevi? A parte ciò, ho notato una esaustiva riflessione personale, quasi un voler rivangare il tuo quotidiano malessere verso la vita, quella stessa che alla fine ti decidi a considerare come il dono migliore che Dio abbia fatto a tutti noi. Per un lettore attento il brano non ha sbocchi diversi da quello immaginato. Troppo facile arrivarci dopo le prime dieci righe. Però lo stile c'è ed è brillante, capace, perfettamente lucido nell'introspezione e nel guardarsi dal descrivere il vero e unico peccato. Sempre che di peccato si tratti.
Un po' di enfasi e lungo, ma queste sono opinioni personali che nulla tolgono al piacere della lettura.
Un saluto.

sergio boldini 27/09/2013 - 15:49

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