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Gita a Colmar

Ore 7.30 ritrovo con le amiche del Centro Donne, accompagnata da mio marito, credevo d’essere in anticipo, ma in realtà il pullman era già pieno a metà. Aspetto Anna che si avventurerà con me in questo viaggio, meta Strasburgo.
La nostra guida sarà Piero, un professore delle scuole medie.
Un uomo robusto, dai lineamenti marcati e dai modi rozzi.
Già dal primo incontro, mi è sembrato impacciato, e alquanto incapace.
Spero di sbagliarmi nel giudizio.
Prima della partenza ha inizio l’appello, deformazione professionale?
Credo, poiché tutti i posti sono occupati, e non c’è ombra di dubbio che le cinquanta persone ci sono tutte.
Sulla strada troviamo nevischio e freddo pungente.
Come nella maggior parte dei viaggi che ho intrapreso, nel gruppo c’è sempre una prima donna, colei che pensa di sapere tutto e detta legge.
Marta è una persona molto appariscente, veste in modo stravagante, giusto per non farsi notare…
Io la trovo invadente e rintronante.
Nel pomeriggio arriviamo a Colmar, visitiamo il Musèe d’Unterlinden, dove apprezziamo l’arte renana che va dalla fine del medioevo al rinascimento.
Tornati al pullman, l’appello.
Già ha inizio un brusio di malcontento, nessuna si è persa per ora.
Tutti i posti sono occupati, proprio come alla partenza.
Ognuna di noi sa con chi era seduta vicina, e non essendo state investite da un attacco fulmineo di Alzheimer, lo ricordiamo.
Va bene facciamolo contento, ha inizio la tortura dei nomi e cognomi.
In serata, dopo aver raggiunto il nostro albergo, situato in periferia, un piccolo gruppo decide di tornare a Colmar.
Marta è in prima fila.
In pullman naturalmente l’appello, che si è ripetuto anche durante le varie soste agli autogrill. Ormai conosco nomi e cognomi di tutte, possibile che Piero li ignori ancora?
Questa volta è complicato, perché non tutte sono presenti, molte sono rimaste in albergo, vinte dalla stanchezza. Il professore va in confusione.
Dopo una breve passeggiata, tra le caratteristiche vie, il gruppo si divide in due.
Alcuni entrano in una birreria, il professore, l’inseparabile Marta, l’autista e pochi altri. Il secondo, una decina di donne, di cui facciamo parte Anna ed io, decidiamo, nonostante la bassa temperatura di visitare la città notturna.
Il freddo attanaglia ed è impossibile continuare, decidiamo quindi, dì ritornare alla birreria, per comunicare agli altri che noi ci incamminiamo verso il pullman.
Naturalmente pensiamo che l’autista ci raggiunga nel più breve tempo possibile. Errore.
La serata è veramente glaciale, il freddo penetra nelle ossa, malgrado abbia indosso tre pullover di lana, il cappotto imbottito, la calzamaglia e i pantaloni, la sciarpa, il cappello e i guanti.
In sostanza tutto il guardaroba che mi ero portata per due giorni.
In albergo avevo lasciato la valigia vuota.
L’attesa però è lunga e snervante, alcune macchine si fermano e uomini senza scrupoli e con la voglia di rimorchiare, fanno commenti indecenti.
Una decina di donne in assembramento, con o senza fuochi, può comunque trarre in inganno, ed è facile cadere nell’equivoco.
Scrutiamo l’orizzonte ma niente…Alcune di noi sbuffano, altre imprecano, altre ancora saltellano, si fregano le mani, nella speranza di riscaldarsi.
L’appuntamento generale per la partenza era previsto alle ventidue e quarantacinque.
Erano ormai le ventitré e quindici e ancora niente.
La pazienza e la sopportazione al freddo sono ormai esaurite!
- La puntualità in gita è di estrema importanza - aveva sentenziato il professore, sin dalla partenza.
Ora, proprio lui non rispettava la regola fondamentale, di ogni gruppo in gita!
E’ quindi naturale, che quando sopraggiungono i ritardatari, non possiamo fare a meno di aggredirli verbalmente.
Non lo avessimo mai fatto!
Noi ci aspettavamo delle scuse e invece…
Il professore, scatena la sua ira furibonda, un atteggiamento questo, che ci trova impreparate.
Alcune di noi, da principio protestano, accennano a controbattere, ma poi si teme l’infarto del professore, considerando la sua copiosa corporatura.
In pullman cosa bizzarra, non si procede all’appello.
Ha inizio la sceneggiata.
Con le lacrime agli occhi rossi fiamma, l’indice puntato, inveisce contro di noi.
-Voi, voi, voi, ingrate, puntando il dito, minaccioso - mi avete pugnalato alle spalle come un criminale, dopo tutto quello che ho fatto per voi!, (neanche ci avesse allattato, svezzate, cresciute, in così poco tempo di conoscenza).
E nel frattempo la bocca schiumava, gli occhi sbarrati, sempre più rossi, le lacrime che copiose, scendevano giù dalle guance paffute e scarlatte, come hanno i bevitori incalliti.
Le urla rompevano i timpani, la vena della gola ormai livida. pulsava frenetica.
- Io che vi ho pagato cinque euro in più per una colazione personalizzata, e continentale - sbraitava
Ingrate, ingrate!
E alle nostre spalle, nei posti in fondo, erano sedute quelle donne del suo gruppo, capitanato dalla bella Marta che applaudivano.
Si era costituito un clan in favore del professore.
- Bene Bravo Bis - schiamazzava la platea.
- Se ritardo c’è stato, è per una giusta causa- continuava Piero.
- Mi hanno offerto da bere una birra, queste poverine, e poi, non tornavano i conti.
Applausi d’incitamento.
Marta che palesemente aveva preso le sue difese, applaudiva, urlava parole senza senso, si strappava i capelli, gesticolava senza ritegno, era chiaro ormai, che la birra non era stata una sola.
Io nel frattempo mi ero incassata nel sedile, contorcendomi dalle risate, tenendomi la pancia e la bocca per non farmi sentire.
Piangevo dal ridere, la situazione, era sfuggita di mano, era passata da tragedia a farsa, non ero più irritata, non sentivo più il freddo, perché non mi ero mai divertita tanto.
Anche Anna tratteneva a stento le risa, c’eravamo nascoste dietro lo schienale della poltrona davanti, ci guardavamo allibite. Nessuna di noi si sarebbe aspettata una reazione tanto violenta.
Tutte erano ammutolite, alcune trattenevano il respiro dalla paura.
Il gelo che avvolgeva la notte, si era trasferito all’interno del veicolo.
Nessuna osava più proferire parola.
Marta, aizzava - Bisogna avere elasticità, perbacco!
- Quando si va in gita in gruppo, ci vuole elasticità!
Mi domandavo, dov’erano finite le teorie iniziali?
Il professore, consapevole dell’incitamento e ritenendosi nel giusto, aveva perso ogni controllo, sprofondando nel ridicolo, urlava a squarciagola, sembrava in piena crisi epilettica.
Aveva rigirato la situazione, in modo tale da far sembrare noi, che avevamo ragione, dei mostri senza cuore, persone insensibili, perché il ritardo era necessario, per una giusta causa.
Gli avevano pagato una birra, e i conti non tornavano!
Possibile che nessuna di noi capisse l’importanza della situazione?
Comunque, sempre con la bava alla bocca, si procede all’appello, semmai qualcuna fosse in ritardo!
Con Anna abbiamo ripetuto questa scena tutta la notte, e quando spesso andiamo in viaggio insieme, questo è uno dei ricordi più divertenti.
Quando ripensiamo al professore, con il microfono in mano, rigido, voluminoso nella sua mole, accigliato, livido in volto che urla
- Il ritardo è dovuto per una giusta causa, mi hanno offerto una birra e poi i conti non tornavano. … Ci vuole elasticità. Facciamo l’appello!
Siamo noi ora, dalle risate, a rischiare l’infarto!



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Racconto scritto il 03/06/2014 - 10:12
Da Tiziana Pedol Barone
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