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Spalle contro il muro

La parete di ceramica trasmette un brivido freddo lungo la schiena, le gambe tese e sovrapposte una sull’altra, in bilico sul bordo della vasca da bagno, lo spazio in cui trascorro la maggior parte delle mie giornate, quando sono a casa. Uno spazio che mi è familiare, mi rincuora, mi protegge, mi è d’aiuto per ritrovare me stessa. A volte il bordo della vasca diventa la mia sala da ballo mentre mi destreggio nel volo dell’angelo in equilibrio su un solo piede e sbircio nello specchio il raggiungimento della perfezione. Lo specchio è un grande amico. Mi ripropone in tutti gli atteggiamenti mentre ripeto le lezioni. E’ un insegnante spietato, non accetta tentennamenti, pretende grinta e decisione e m’infonde coraggio. Ripeto e ripeto ad alta voce fino a quando sento un discorso fluido, deciso e sicuro.
La nonna, che conosce le mie abitudini, dice che un giorno o l’altro apparirà il diavolo e mi porterà all’inferno. Se mai arrivasse quel giorno, andrò con lui, felice di lasciare questa casa.
Fuori è buio e quel buio è anche dentro me. Lo contengo rannicchiata con le braccia che stringono lo stomaco bruciante. Oltre la porta di legno scuro è in corso una tempesta, sedie che sbattono sul pavimento, fragore di stoviglie in frantumi e bocche che imprecano urlando.
- Maledizione, apri subito questa portaaa o la demolisco a calci! – E’ una belva assetata di sangue, se solo riuscisse ad avermi sotto tiro, mi ridurrebbe uno straccio.
Mi concentro sul mio respiro ma non riesco a staccare gli occhi dalla maniglia continuamente bistrattata dalle sue mani che preferirebbero sfogarsi sulla mia pelle.
La sensazione di paura non mi abbandona mai. Si insinua senza fare rumore partendo dalla punta delle dita come una leggera scossa e poi si diffonde, ramifica ampliandosi in cerchi concentrici che attanagliano lo stomaco e serrano la gola in un nodo scorsoio fino a diventare acre sapore di ferro fra i denti. Ci convivo da sempre. Non ricordo un solo giorno in cui non abbia sentito la sua triste compagnia.
Adesso è con me, dentro il corpo e mi regala il suo tremore.
Calma apparente.
Devo smetterla di avere paura e porre fine a questo strazio. Sento le ossa che stridono, stanche della tensione, il peso dell’universo nel cuore. Senza fare rumore mi spingo fino all’angolo della vasca, scivolando lentamente. Il mio inseparabile amico è davanti a me, mi guarda e vedo dentro ai suoi occhi impietosi i miei gonfi e cerchiati da un alone scuro.
Non guardarmi, lo so ti faccio pena, ma non voglio sentirtelo dire. Non dire niente, stai zitto, non guardarmi… Fa come ti pare, tanto domani non sarò più qui, non avrai più nessuno che parla con te, resterai solo uno stupido specchio!
Sulla mensola, sopra il lavabo, c’è il Suo rasoio in metallo. Il fondo del manico è girevole e apre la parte superiore scoprendo una sottile lametta. E’ un oggetto proibito, nessuno può toccarlo, eccetto mio padre. Assaporo la sensazione di trasgressione prendendo la lametta fra le dita e torno nel mio angolo di mondo sul bordo della vasca.
Cerco di immaginare la sua espressione quando decideranno di abbattere la porta per tirarmi fuori da lì. Che soddisfazione sapere che non potrà più accanirsi su di me. Dovrà trovare un’altra valvola di sfogo per annegare le sue frustrazioni e far tacere la rabbia cieca che lo tormenta ogni volta che mi guarda e nota tutte le differenze che mi distinguono dai suoi figli. Vivrà col rimorso fino alla fine dei suoi giorni e sarò il suo incubo peggiore.
Un taglio netto su ogni polso e guarderò la vita zampillare fuori dall’involucro che nessuno vuole, riesce a comprendere e amare. Volerò via senza fare rumore, senza salutare nessuno,il mio spirito è già cadavere da tanto tempo,non rimane altro che sbarazzarsi dell’inutile contenitore…
Un colpo secco alla maniglia, la voce concitata di mia madre, un sobbalzo e… zac! La mano scatta per conto proprio, quasi a nascondere i pensieri e una macchia rossa si allarga sulla gamba destra. La lama è penetrata a fondo, una spanna sopra il ginocchio e ha colpito nel punto sbagliato.
- Apri la porta, per favore, fai la brava, esci da lì. Lui se ne è andato. –
- Mamma non posso uscire, ho combinato un casino e non so come fare… - Sciacquo la lametta sotto l’acqua e la rimetto al suo posto, prendo un asciugamano per tamponare la ferita e con la carta igienica cerco di ripulire il sangue dal pavimento. Giro la chiave e apro.
Lei è davanti a me, il viso sconvolto, scuote la testa.
- Pazza che non sei altro, cos’hai fatto? –
- Niente, non è niente! Solo un taglietto nella gamba, stavo giocando con una lametta e tu mi hai spaventata toccando la porta. Non è niente, bagnami un fazzoletto con acqua fredda, lo tengo premuto, finche il sangue non si ferma. Non dire niente. Non è accaduto niente. Sono ancora qui. –
Prontezza e velocità di pensiero. Solo questo serve. Inutile pensare ai “se” e ai “ma”.
Così vanno le cose. Così le liti si trasformano in tragedie.
Tutto questo trambusto per essermi rifiutata di mangiare una fetta di fegato di manzo.
Odio il fegato, odio i macellai che sacrificano animali per sventrarli e venderli a pezzi. Odio l’uomo che mi è stato imposto come padre e che non riesco a compiacere. Odio me stessa per la mia cocciutaggine, per la mia indecisione e anche per la mia remissione.
Ma quanto difficile è avere quattordici anni!



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Racconto scritto il 30/07/2014 - 13:44
Da Candlelight Candle
Letta n.385 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Leggendo questo racconto, tra l'altro scritto molto bene, mi ha messo una tale angoscia... Mi sono immedesimata in questa adoloscente che vive le sue giornate piene di angoscia!Per fortuna le è andata bene...
Il tuo racconto, fa riflettere.

Paola Collura 31/07/2014 - 17:55

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