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LA RESA DEI CONTI

Le istruzioni sono:

Scrivi un racconto in cui una persona dice finalmente a qualcun altro un qualcosa che non ha mai osato dire e di cui lui stesso ha appena preso coscienza. E’ un gesto di catarsi, di liberazione, quasi di violenza. Perché il racconto sia interessante i personaggi non devono rappresentare solo se stessi ma due modi diversi, quasi inconciliabili, di intendere la vita. La verità affermata non dev'essere troppo razionale o scontata ma contenere un momento di violenza e di estremismo che possa spaventare il lettore. Immaginate quindi due personaggi che hanno condiviso molto e poi si separano: un parroco e la perpetua, due amici di cui uno è diventato poliziotto e l’altro terrorista, un pianista e il suo miglior allievo, un avvocato e la sua segretaria, una prostituta e il suo miglior cliente, una donna e suo marito mentre lei lascia la casa in cui è stata schiavizzata, e così via ...


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Affetti collaterali

Il piano era stato organizzato nei minimi dettagli. Robert Coleman, medico e direttore dell’Upstate Medical University, non voleva lasciare niente di intentato, con il padre erano ai ferri corti ed era già un miracolo che avesse accettato l’invito a cena per quella sera al Rachel’s Restaurant. In realtà aveva qualcosa di importante da dirgli ma voleva aspettare la fine della cena, giusto il tempo per fargli godere le pietanze e per addolcire l’ultimo boccone amaro della serata. Arthur Coleman, illustre avvocato di New York, posò i suoi novantasette chili sulla sedia alle ventuno in punto, mentre il figlio era in ritardo. “E’ sempre il solito…” disse guardando il rolex d’oro. Un cameriere zelante gli versò del vino. Robert entrò in sala passandosi una mano fra i folti capelli e si accomodò al tavolo dell’avvocato. “Hai visto? Stavolta ho spaccato il minuto!” disse, passandosi nuovamente la mano fra i capelli. “Veramente sei in ritardo di 5 minuti”, ribattè il padre, “spero tu abbia qualcosa di serio da dirmi”.


La serata passò veloce, padre e figlio non erano in buoni rapporti e rimasero in silenzio per la maggior parte del tempo. Il vino era di un’ottima annata e li aiutò a rilassarsi. Il candelabro al centro del tavolo illuminava i bicchieri accendendoli di riflessi rossastri che rievocavano il fuoco che portavano dentro i loro cuori. “Allora, Robert. Presumo che se hai aspettato tanto a dirmi quello che mi devi dire è perché non è una notizia piacevole, avanti, sputa il rospo. Ho un cancro, vero? Non ci girare troppo intorno, sono vecchio ormai, la cosa non mi può turbare più di tanto”. Il medico rimase con la bocca aperta, si sentiva la lingua asciutta ed ingollò un altro bicchiere di vino. “In effetti è così ma fammi spiegare le cose con calma”, non si aspettava che il padre fosse così diretto. Dopo essersi passato nuovamente una mano fra i capelli riprese: “L’altro giorno quando sei venuto a fare la colonscopia non eri solo”. Il viso dell’avvocato si fece terreo, mentre Robert continuò: “Non sei tu ad avere il cancro ma Karen”. L’avvocato restò a fissarlo con i suoi occhi di ghiaccio. “Papà, mi dispiace”, Robert non sapeva come consolare il padre della brutta notizia e gli passò il referto con la diagnosi. Dopo un silenzio interminabile, l’avvocato gracchiò: “E’…è in una fase avanzata, voglio dire, è molto grave?”. “Incurabile” rispose lapidario Robert. “Papà, ascoltami. So che è brutto parlarne adesso ma devi lasciare il palazzo, sede del tuo studio legale, a me. Devi cambiare il testamento, Karen fra uno, massimo due mesi non ci sarà più”. Stavolta era stato il figlio ad essere diretto, e per giunta usciva, in un momento come questo, quella questione sgradevole. “Lei lo sa?” disse il padre, mentre sbriciolava fra il pollice e l’indice un pezzo di grissino. “Si, l’ho informata stamattina. Le starò accanto, te lo prometto, la ricovererò domani stesso nel reparto di oncologia del mio ospedale, tu non ti dovrai preoccupare di nulla ma devi farmi un piacere, devi cambiare il testamento, ormai è inutile lasciarle quel palazzo per la sua mostra d’arte fotografica”. L’avvocato cominciò a spazientirsi: “No, non posso cambiarlo, gliel’ho promesso, amo Karen e voglio che sia così, e poi che problema c’è, se dovesse morire prima di me, il palazzo sarà in tuo possesso appena io non ci sarò più” aggiunse con un lieve accenno di sorriso. Robert sospirò, tirò un altro colpo di mano ai capelli e dopo un attimo ritornò alla carica: “Papà, non fare sciocchezze, Karen fra due mesi non ci sarà più, se domani ti dovesse venire un infarto lei erediterebbe tutto e alla sua morte quel palazzo finirebbe ai suoi figli o ai suoi nipoti, non è giusto questo, lo capisci?”. Una coppia seduta al tavolo accanto, disturbata dall’aumento di decibel della conversazione, si girò a fissare i due. Dopo una rapida occhiata in giro, l’avvocato riprese la conversazione sibilando: “Oh, si che lo capisco e da stasera sono ancora più convinto che sto facendo la scelta giusta”. “Che cosa vuoi dire?” rispose il figlio allarmato. “Voglio dire che sei un impostore, un lurido e sporco impostore e non solo non erediterai neanche un soldo da me ma passerai i prossimi anni in carcere per falsificazione di referto medico”. “Ma che cosa stai dicendo?!” urlò quasi il figlio. “Quello che ho detto! Sono io che ho il cancro e non Karen e tu lo sai benissimo, per questo hai tanta fretta di farmi cambiare il testamento prima che io muoia. Adesso ascoltami bene, l’altro giorno, quando sono venuto per fare la colonscopia nel tuo ospedale, Karen stava male e ad accompagnarmi è venuta Agatha, la mia governante. All’accettazione abbiamo finto che Agatha fosse Karen Slaughter per usufruire lo stesso dell’esame, l’infermiera mi conosceva ed ha chiuso un occhio. Robert si mise le mani fra i capelli: “Oh, mio Dio, allora è Agatha che ha quel tumore…”. Il viso dell’avvocato adesso assomigliava ad una maschera africana Dogon, con le sopracciglia abbassate e i denti ben in vista: “Basta fingere, Robert. Agatha non ha più l’intestino da tempo, è stata operata dieci anni fa per una malattia ereditaria. L’altro giorno, invece di fare una colonscopia, ha fatto una gastroscopia per la sua ernia iatale. Quando sei andato a vedere il referto e le immagini sul PC dell’ospedale, hai visto il mio tumore e in un attimo hai realizzato la fine dei tuoi sogni, hai pensato mio padre sta morendo e nel testamento c’è scritto che lascia il palazzo alla sua cara compagna. Inizialmente ti sarà venuto un colpo ma poi sei stato folgorato da una idea geniale, scambiare l’esame di Arthur Coleman con quello di Karen Slaughter, alias Agatha Smith. Così facendo avresti finto di ricoverare nel tuo ospedale la mia povera Karen, ma invece di somministrarle qualche farmaco chemioterapico l’avresti uccisa con chissà quale veleno per poi insabbiare tutto. Sono un avvocato e mi rendo conto che queste sono solo supposizioni, non posso fare il processo alle intenzioni ma te la farò pagare e per tua sfortuna ho questo referto in mano consegnatomi questa sera. Eri così preso dal tuo piano malefico che, quando hai attuato lo scambio, non ti sei curato di vedere le immagini di Karen. Adesso mi presenti un referto medico di Karen Slaughter, corrispondente ad Agatha Smith, con un cancro al colon quando lei il colon non ce l’ha più da anni, sei un vero idiota Robert ma ti devo dare atto che sei stato anche sfortunato. Ma ti dirò di più, io già sapevo d’avere un cancro al colon ed è esattamente come è scritto nel referto che mi hai presentato stasera, stessa stadiazione, stessa localizzazione. Lo sai, inizialmente non ci volevo credere quando me lo dissero tre mesi fa, per questo prenotai quella colonscopia nel tuo ospedale. A te non dissi nulla, volevo solo sapere se era giusta la diagnosi e se non avevo speranze”. L’avvocato si fermò un attimo a riprendere fiato, nella sala risuonava lenta il Nocturne Op.9 No.2 di Chopin. “Sei un pessimo medico Robert, una delusione come figlio e da oggi pure un delinquente, riceverai un avviso di garanzia al più presto, puoi anche rivolgerti al mio studio legale ma non credo ci sia qualche avvocato in giro che abbia voglia difenderti”. Robert restò a guardare il padre con aria assente, nei suoi occhi sembrava essersi spenta ogni luce. “Ah, un’ultima cosa”, aggiunse Arthur Coleman sorridendo, “stai sicuro che riuscirò a farti sbattere dentro prima che io muoia” e detto questo si alzò e se ne andò via lasciando il suo bigliettino da visita sul tavolo.




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Scrittura creativa scritta il 18/01/2016 - 16:59
Da Seby Flavio Gulisano
Letta n.372 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Grazie, Salvo. Non c'è niente di cui scusarsi, figurati.

Seby Flavio Gulisano 29/01/2016 - 18:12

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So apprezzare con gioia le cose scritte bene e questo racconto ha tutti gli ingredienti necessari alla scenografia di un film noir. Mi scuso per non averlo letto prima, è veramente un'opera notevole.

salvo bonafè 29/01/2016 - 18:07

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Grazie a Gaetano e grazie a Roberto, anche per gli auguri di compleanno!

Seby Flavio Gulisano 19/01/2016 - 19:15

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ps - auguri di buon compleanno....

Roberto Colombo 19/01/2016 - 19:03

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Ritmo, suspence, e una sospresa dopo l'altra. Cosa si può pretendere di più ? Bravissimo.

Roberto Colombo 19/01/2016 - 18:54

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Intrigante fino alla fine
Complimenti

Gaetano Balsamo 19/01/2016 - 14:13

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