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IL GIOCO DEI TRE PERSONAGGI

Le istruzioni sono:

Fai interagire tra loro in una storia questi tre personaggi creati dagli autori del sito nel mese di febbraio:
La bambina e la margherita
Quella bambina se ne stava seduta sulla sua sediolina, da sola. Aveva gli occhi di chi si è visto strappare l'infanzia, gli occhi di chi, ormai, aveva appreso di poter sopravvivere.
Vittoria
Avrà circa una trentina d’anni, bella come una delle grazie del Botticelli. I biondi capelli alzati sono fermati da un nastro di raso blu, da cui sfuggono indolenti e ribelli due ciocche di riccioli inanellati. Il viso un po’ allungato è ingentilito da un nasino alla francese, quella punta in su le conferisce un’aria aristocratica e sbarazzina. Due occhi nocciola da cerbiatta innamorata.
Il signor x
Il signor x è un uomo senza volto, o meglio: è uno che lavora dietro lo schermo del computer; così chi entra in contatto con lui deve lavorare d’immaginazione per disegnarne i tratti somatici e carpirne la personalità. Io un’idea me la sono fatta.
E’ sulla quarantina. Un passato da giornalista. Redattore capo di un sito.


~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Il futuro, che incertezza

Venni a conoscenza dell'esistenza del signor X quando m'incaricarono di trovarlo.
La luce delle scale è spenta, non uso l'ascensore e sto salendo a tentoni.
Secondo la soffiata l'appartamento è al terzo piano, faccio piano, non mi deve sentire arrivare, altrimenti... addio sorpresa!
Sono le nove di sera, procedo tastando il muro con la mano, a ogni scalino riesamino i fatti che hanno dato inizio a questa storia.


Aveva smesso di piovere finalmente.
Uscii dall'ufficio, la strada era ancora bagnata, un pallido sole, quasi timido, si stava affacciando dalle nubi temporalesche ormai lontane e dirette all'orizzonte per disturbare qualche altra parte del territorio.
Mi piace l'odore che permea l'aria emanata dal nastro grigio che si sta asciugando, l'aspirai a pieni polmoni mentre mi dirigevo al solito bar, l'aria resa così frizzante dall'umidità in dissolvimento, mi mette sempre di buon umore.
Giorgio, il vecchio barista, mi accolse con un sorriso, non ebbi nemmeno bisogno di ordinare, il caffè era già pronto sul banco e a fianco su un piattino, il cornetto al cioccolato; il tovagliolino di carta è ogni giorno di colore diverso e quasi sempre rispecchia il mio stato d'animo, quel giorno era azzurro.
Il bar di Giorgio non è il solito locale, in cui entri bevi il caffè di corsa e poi via, dove chiamano gli affari, gli appuntamenti, la vita frenetica: il cuore pulsante della città.
I tavoli sono di legno scuro, una piccola lampada con il paralume rosato ne illumina il piano, piccole panche fungono da sedie, pile di libri, doverosamente spolverati tutte le mattine, separano i tavolini e sono a disposizione di chi si siede; Giorgio è sempre pronto a consigliare una lettura e sono convinto che lui quei libri, li abbia letti tutti.
E' il locale in cui ti fermi, ti inebri di quella atmosfera dal sapore antico e caldo, non sono un sentimentale, ma quel posto lo sentivo un po' come casa mia.
Appena finii il caffè, con un cenno del capo il vecchio mi indicò una persona seduta a un tavolino: “Aspetta te”.
Al mio sguardo interrogativo ripose con un'alzata di spalle.
Mentre mi avvicinavo studiai l'uomo seduto: pelato, sulla cinquantina, occhiali, labbra carnose e un'aria di superiorità che stonava con la figura grassoccia.
Con un cenno mi fece segno di accomodarmi e senza salutarmi mi apostrofò con: “Ho un problema e lei deve aiutarmi a risolverlo, il barista laggiù mi ha detto che lei è uno dei migliori in questo campo”.
Azzardai: “Con chi ho l'onore...” mi rispose con un tono arrogante: “Lasciamo da parte i convenevoli, il mio nome non ha importanza, piuttosto vorrei la conferma di quanto mi è stato riferito: lei è in grado di trovare chiunque stia cercando?”.
“Finora...” fu la mia risposta piccata.
“Bene, molto bene, lei deve trovarmi un uomo, un uomo che costituisce un grosso fastidio e...”
“Alt! Io agisco solo nei limiti della legge, se vuole trovare un professionista nel campo delle eliminazioni, mio caro signor nessuno, lei ha sbagliato non solo persona, ma anche via e numero” dissi mentre mi accinsi ad alzarmi e andarmene via prima di cedere alla tentazione di rifilargli un bel pugno su quel naso a patata.
Mi afferrò per un braccio e con la voce che aveva perso tutta la precedente velleità, mi disse: “Mi scusi, mi sono espresso male e comportato anche peggio, vuole ascoltarmi per favore?”.
Rabbonito in parte, mi risedetti e guardandolo negli occhi mi sembrò di capire che la posizione assunta era stata solo un atteggiamento dettato dalla preoccupazione.
“Va bene, ricominciamo, lei chi è, cosa vuole?”
“Come le dicevo, il mio nome non ha importanza, ma sicuramente dopo che le avrò spiegato in cosa consiste il lavoro che vorrei affidarle, per lei non sarà difficile capire”.
“Non riuscirà a blandirmi, con complimenti vuoti!”.
Trasse di tasca un fazzoletto e si asciugò le piccole gocce di sudore che iniziavano a imperlare il cranio pelato.
“Sono al servizio di un uomo politico che in questo momento è messo in difficoltà dall'individuo che lei, se accetta, deve trovare”.
“E...” tornai a fremere e le mani mi prudevano, non mi piace questo genere di cose, è vero che non sono uno stinco di santo, ma nemmeno un delinquente, anche se a volte ho sfiorato il limite.
Senza badare all'interruzione continuò: “Una volta trovato, dovrei dire smascherato, lei dovrebbe solo rendere pubblica la sua identità, poi che sia la gente, il popolo, a scegliere se dare credito alle sue insinuazioni oppure voltargli le spalle, tutto qui”.
“Tutto qui? Mi faccia il piacere, lei e il suo capo volete linciarlo, la voce del dissenso vi dà fastidio e volete avere la strada spianata per il potere!”
“Lei non ha capito...”
“Ho capito benissimo e non mi presterò a nessuno degli sporchi giochi che voi politici siete abituati a fare!”.
“Intendevo dire che quando l'identità e gli scopi di quell'individuo saranno resi pubblici, noi avremo le mani legate, ci rifletta: non potremo fargli alcunché, se gli dovesse succedere qualcosa, per esempio un banale incidente come slogarsi una caviglia, cosa di cui non saremmo sicuramente responsabili, avremmo comunque gli occhi di tutti puntati addosso e la nostra reputazione... sarebbe un vero disastro!”.
Mi accesi una sigaretta per prendermi il tempo per pensare, non avevo bisogno di guardare per vedere lo sguardo di riprovazione che sicuramente Giorgio mi stava lanciando, ma lui mi vuole bene.
Attesi fino a quando metà della sigaretta si fosse consumata e risposi: “Accetto a una sola condizione”.
“Dica”.
“Se e quando avrò trovato questo individuo, sarà solo a mia discrezione comunicarvi il suo nome e in ogni caso il mio onorario dovrà essermi versato per intero”.
Deglutì più volte mentre rifletteva, alla fine prese la decisione: “Va bene” i suoi occhi però dicevano il contrario.
“Mi dica chi devo cercare”.
“Non sappiamo niente di lui, tranne che gestisce un sito web sul quale pubblica notizie di presunte pratiche che il dottor... il mio capo, avrebbe perpetrato nella sua carriera e che quindi lo rendono inaffidabile a ricoprire la carica a cui aspira. Gli scritti sono redatti in modo molto furbo, non è possibile accusarlo di calunnia, quindi non ci è possibile ricorrere all'autorità per oscurare il sito in questione, la sua origine è impossibile da intercettare, è protetta da sicurezze tali che quando gli specialisti al nostro servizio hanno provato a forzarle, sono stati rediretti a una pagina con l'immagine di un jolly che ride. Usa metafore, storielle senza riferimenti diretti, ma per chi sa leggere tra le righe è diventato un paladino, il numero di visite è enorme. Tutti noi dello staff lo chiamiamo il signor X”.
“Mi dica, perché secondo voi dovrei riuscire io dove i vostri informatici e investigatori, non sono riusciti?”
“Perché pensiamo che non avendo nessuna immagine pubblica da difendere, lei possa agire più liberamente e inoltre, da quello che ci è stato detto, le sue fonti non si farebbero nemmeno avvicinare da noi”.
Ricordo a quel punto di aver guardato Giorgio, la sua faccia di pietra piena di rughe, non esprimeva nessuna emozione, nessun indizio che fosse lui il latore di quelle informazioni.
“D'accordo, accetto il lavoro, sempre che valga la condizione che impongo”.
“Le ho già confermato che accettiamo, se vuole lo posso mettere per iscritto”.
“Il suo datore di lavoro deve avere una cieca fiducia in lei, per conferirle una così ampia discrezionalità!”
“Già!” fu la laconica risposta e così fui ingaggiato.


Il sito web di cui mi avevano fornito l'indirizzo, era effettivamente come l'avevano descritto: una serie di storielle distopiche di stampo orwelliano, nessun nome, nessun riferimento diretto, nessuna calunnia o incitamento; in ognuno di quei brani si potevano individuare fatti accaduti nel passato, il fantomatico animale o improbabile figura coinvolta, aveva la sua parte di responsabilità negli accadimenti e la si poteva associare a un personaggio pubblico, ma era solo l'interpretazione personale a dare un nome preciso al personaggio raffigurato; mi trovai ad ammirare la capacità letteraria del tizio che dovevo cercare e a malincuore iniziai a provare simpatia per lui.
Nel mio lavoro è un errore lasciarsi coinvolgere emotivamente, non mi era mai capitato prima e non fu una bella sensazione.
Le sorprese non erano ancora finite.
Nell'ufficio, in cui mi ero recato per riscuotere l'anticipo, alla scrivania era seduta una visione.
Trent'anni, giudicai, bella come una delle grazie del Botticelli, i capelli ricordavano il grano maturo ed erano fermati da un nastro di raso blu.
Cercando di riprendermi dallo stupore e darmi un contegno, esordii con un impacciato: “Buon giorno, sono venuto a ritirare l'assegno per...”.
Aveva gli occhi da cerbiatta, mi guardò e sentii il sangue pulsarmi nelle vene, per poter baciare quella bocca vermiglia sarei andato in mezzo alle gambe del diavolo.
Allungò una mano verso il cassetto, ne trasse una busta e me la porse con un sorriso.
Solo dopo che ebbi riposto la busta nella tasca interna della giacca guardandomi in tralice e con la voce flautata si presentò: “Il dottore mi ha già detto tutto, io sono Vittoria” porgendomi la mano affusolata.
Era un arrivederci o un addio?
Tenni la sua mano più del necessario per una semplice presentazione.
“Piacere Vittoria, lei però non dovrebbe essere qui”.
Non volevo che l'incontro finisse così presto e stavo sfoderando la mia arte di seduttore da avanspettacolo.
“Come scusi?” lo disse scuotendo la testa e due ciocche inanellate sfuggirono al rigido controllo del nastro, scendendo ad accarezzarle il collo delicato.
“Voglio dire, lei non dovrebbe essere qui ma con me al bar qua sotto a bere un caffè”.
Arricciando il delizioso nasino alla francese, con un altro sorriso smagliante mi accontentò: “Sì, perché no? Ho proprio la necessità di una pausa, con tutto questo lavoro... Non si faccia idee strane, però!”
“Io, e quando mai?” mentendo come un ladrone.
Piccola, minuta, la superavo di almeno trenta centimetri, ma lei in quel momento sembrava più alta di me.
Mentre gustavamo la nera bevanda venni a sapere che era la segretaria personale dell'uomo politico che “è tanto caro” - parole sue - poi esordì con: “Lei deve trovare quell'uomo, deve smascherarlo, riesce a far sembrare tutto sporco!” mentre picchiava con veemenza il piede per terra.
“Farò il possibile, ma ora m'interessa altro”.
“Cosa?” la domanda fu accompagnata da un altro sguardo in tralice.
“Avrei piacere di rivederla, di bere un altro caffè con lei”.
Penoso... infatti:
“Non è proprio possibile, mi creda” se ne andò lasciandomi come un allocco.
Il mio lavoro, l'ho già detto, è quello di trovare le persone, il suo rifiuto mi aveva fatto venire la voglia di sapere molto di più su di lei, avrei svolto un'indagine parallela senza che questa intralciasse quella primaria per cui ero stato assunto, per lo meno così credevo.
Mi detti da fare, non fidandomi dei giornali preferisco ottenere informazioni direttamente dalle fonti: ascoltare le chiacchiere degli impiegati durante la pausa pranzo si ricava poco, ma qualche accenno, una frase a caso, possono essere illuminanti; così nei giorni successivi presi a frequentare la tavola fredda, ritrovo dei dipendenti dell'uomo politico.
Venni a sapere il cognome di Vittoria, il resto fu facile, all'anagrafe comunale lavora Michele, uno a cui ho fatto dei favori, così in barba alla privacy, venni a sapere dove e quando era nata e dove aveva vissuto i primi anni della sua vita: una serie di quartieri considerati un ghetto.
Mi recai sul posto e iniziai a far domande, inventandomi storie assurde secondo il tipo di interlocutore.
Durante un giro di propaganda, l'uomo politico l'avena notata, se ne era invaghito, aveva fatto di tutto per farla diventare la sua segretaria e farla così uscire dal quel luogo degradato, da segretaria ad amante il passo era stato breve; ecco spiegato il: “è cosi caro...”
Mentre girovagavo per quei quartieri, sulla soglia di una casetta vidi una bambina. Seduta da sola su una piccola seggiolina mi guardò, i suoi occhi non avevano più la luce tipica dell'infanzia, quella le era stata strappata, erano famelici come quelli di chi sa che deve sopravvivere.
“Ciao” mentre mi avvicinavo.
Dopo avermi squadrato con diffidenza mi rispose: “Ciao, se stai cercando la mia mamma, beh non c'è”.
“E tu che stai facendo, la guardia alla casa?”.
“No, aspetto il mio papà, è andato lontano e la mamma mi ha detto che tornerà, così io lo aspetto”.
“Ah, non sai dove è andato?”.
“No, anche la zia Vittoria è andata via, ma lei so dov'è, sta in città dove ci sono i ricchi”.
Mi sentii gelare, non poteva essere una coincidenza.
“Va bene, tua zia si chiama Vittoria, e tu come ti chiami?”
“Speranza”.
“Il tuo papà come si chiama?”
“Non te lo dico!”
“Perché?”
“La mamma mi ha detto di non dirlo a nessuno, tu potresti essere uno dei cattivi che vuole fargli del male”.
“Ti sembro cattivo?”
“Non tanto, ma non te lo dico lo stesso come si chiama il mio papà!” prese la seggiolina e rientrò in casa impettita.
Ormai avevo una pista da seguire, Michele mi fornì tutte le informazioni che mi servivano; lo fece di malavoglia facendomi giurare che sarebbe stata l'ultima volta, rischiava seriamente a fornirmele e io giurai, ma con le dita incrociate.
Con un buon lavoro di gambe, qualche banconota e mille domande alle persone giuste, sono riuscito a risalire dall'ultimo domicilio conosciuto al probabile luogo in cui trovare il signor X.
L'indirizzo mi è stato dettato per telefono da uno dei miei informatori più fidati.


Ora eccomi qua al terzo piano, con l'accendino esamino le porte degli appartamenti, dietro l'unica senza targa dovrei trovare il mio uomo.
Busso con le nocche sul pannello di legno e una voce dall'interno mi invita a entrare.
“Avanti, è aperto!”.
Dopo la piccola anticamera si apre una sala con un paio di scrivanie occupate quasi interamente da schermi, tutti in funzione.
“Venga, l'aspettavo!”
Rimango interdetto: “Come scusi, lei mi aspettava?”.
Ridacchia: “Lei non è l'unico ad avere una rete di informatori”.
“Siamo due professionisti”.
“Già, sembrerebbe di sì, che cosa ha intenzione di fare?”
“Comunicare al mio cliente che l'ho trovata, spostare tutta questa roba non le sarà tanto facile; il suo nome, non ho necessità di conferma, lo conosco già”.
“L'immaginavo, non è curioso di sapere perché di tutto questo?” accompagna le parole con un gesto per indicare la schiera degli schermi.
“Non fa parte del mio lavoro”.
“Le spiace se glielo racconto?”
“Non farà alcuna differenza, non sono uno che si impietosisce”.
“Ci credo, ma mi dedichi un po' di tempo”.
Laureato in editoria, comunicazione multimediale e giornalismo, aveva sposato la sorella di Vittoria, dall'unione era nata Speranza. Dopo che Vittoria era entrata alle dipendenze dell'uomo politico, nelle visite alla famiglia, raccontava del lavoro che svolgeva e aveva messo al corrente il cognato di alcuni traffici occulti, ingenuamente considerandoli una prassi normale in politica, si era però raccomandata di non parlarne così come l'avevano chiesto a lei.
Nauseato, si era domandato come porre fine a una carriera politica così vergognosa, si era rivolto a un suo amico, Edoardo genio informatico, con le loro capacità combinate avevano costituito quello che per il mio cliente era una spina nel fianco.
Mentre parla lo guardo, mi ero fatto un'idea su di lui, ho azzeccato solo la sua capacità letteraria, quarant'anni o poco più, un fisico asciutto, quasi atletico, diverso dal quarantenne appesantito dal troppo stare seduto, che mi ero immaginato.
Non posso dirgli che è stato proprio Edoardo a fornirmi il suo indirizzo. Il ragazzo ha una visione poco ortodossa della sua vita e in passato un paio di volte gli ho salvato il collo, la sua strana etica l'aveva spinto ad avvisare contemporaneamente il signor X che lo stavo cercando.
Terminato il racconto, mi guarda con quegli occhi limpidi in cui vedo un'ombra di rassegnazione: “Ora che mi ha trovato, penso sia tutto finito, il lavoro fatto è diventato una bolla di sapone che non potrà più infastidire nessuno, le mie parole si disperderanno nel vento, mentre quell'individuo potrà proseguire nei suoi loschi traffici”.
Rispondo allo sguardo e gli domando: “E' una vendetta?”
“No, è giustizia, per il popolo, per mia figlia, per poter sempre guardarla negli occhi senza dover abbassare i miei per la vergogna, non ha avuto un'infanzia felice e io non ho fatto altro che peggiorare le cose”.
Mi alzo per accomiatarmi e lo saluto:
“Bene... il colloquio è finito, buonasera signor X”.
Mi guarda stralunato: “Come mi ha chiamato?”
Lo guardo sorridendo: “Signor X”.
“Lei sa il mio nome!”
“Io sì!”
Fermo la macchina davanti alla casetta, lei è lì sulla seggiolina, scendo e le chiedo: “Speranza, hai mai visto il mare?”
Mi guarda con quei suoi occhi diffidenti: “No, mai!”.
“Pensi che la tua mamma ti lasci venire a vederlo?”
“Non lo so, devo chiederlo”.
So già la risposta, lei non sa che mi sono accordato prima con il padre e poi con la madre tramite Vittoria.
Esce correndo, i suoi occhi sono cambiati, un lampo di felicità li attraversa, è un lampo piccolo piccolo, ma è un buon inizio.
Ho riscosso il mio onorario, l'uomo politico non saprà mai chi è il signor X, presso un notaio è depositata una voluminosa cartella con documenti da rendere pubblici se a me o a Speranza o alla sua famiglia accadesse qualcosa, ve l'ho detto: il mio lavoro lo so fare bene.
L'auto viaggia veloce verso il tramonto, la piccola è addormentata sul sedile posteriore, il mare ci aspetta; sposto il retrovisore per vedere la piccola figura rannicchiata e per non svegliarla sussurro: “Il tuo futuro, piccola, non è più così incerto”.




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Scrittura creativa scritta il 14/03/2013 - 00:40
Da Jego MezzoLupo
Letta n.827 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


davvero interessante... complimenti

Sofia V 22/04/2013 - 19:58

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Che dire Jego ... concordo in pieno con la scelta della redazione.Sapevo che avresti vinto,sin da quando l'avevo letta.. ti avrei votato anch'io! Bella storia,bell'intrigo ... Complimenti!

Carla Davì 18/04/2013 - 21:25

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Grazie, ragazze

Jego MezzoLupo 07/04/2013 - 21:57

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Bravo e complimenti

Daniela Cavazzi 07/04/2013 - 20:16

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complimenti!ciao

Claretta Frau 02/04/2013 - 15:37

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