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INCIPIT

Le istruzioni sono:

Partendo con questo incipit scrivi un racconto breve: "Io sono un uomo invisibile"


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Ti ricordi di me?

Io sono un uomo invisibile. Sono invisibile come il suono di una melodia di Debussy, o più banalmente come le molecole di anidride carbonica che emettiamo ogni volta che i polmoni ce lo impongano. Ma non voglio divagare sulle mie scarse conoscenze di fisiologia umana, illudendo me stesso e voialtri su quanto sia imbevuto di scienza.
Io sono un invisibile, come i cameramen della televisione, o come gli chef di un ristorante, dei quali gustiamo le prelibatezze senza dar loro la soddisfazione di complimentarci di persona. Sono invisibile come uno di quei bambini indonesiani che incollano la gomma alle suole di una scarpa da ginnastica, o come i ceramisti che decorano i vasi dei nostri salotti borghesi.
Una mattina, quest’uomo invisibile, che di professione fa l’insegnante, sta girando la chiave nella toppa e sta uscendo di casa. Sono circa le 7 e mezza, e per i miei gusti è già tardi, la mia scuola dista più di mezz’ora e sarò costretto a salire su quel benedetto tram costipato di pendolari d’ogni stazza, ma che posso farci, questa notte ho avuto un incubo terribile, non sono riuscito ad alzarmi di buon’ora.
Ho sognato di avere di nuovo vent’anni, ed ero nella stanza di mia madre, al suo capezzale di donna sofferente per le piaghe della vecchiaia. Mi chinavo su di lei per baciarle la fronte, per augurarle una notte serena, e a lei piaceva tanto, <<Hai le labbra fresche>> diceva, ed io ero tutto contento. Ma ecco che all’improvviso mi afferra il collo con le mani, <<Non respiro!>> biascica, mi implora di aiutarla. Ma non posso fare nulla, e la osservo morire.
Ci metto un po’ a svegliarmi, strizzo le palpebre, tiro le lenzuola per riprendere contatto con la realtà.
Riprendere sonno è stato impossibile, ed eccomi qui, mentre sosto sul pianerottolo in attesa di sentire lo stridio dell’uscio di casa che si chiude. Esco dal palazzo quasi di corsa, in tempo per intravedere la coda del mezzo pubblico che si infittisce nel traffico, abbandonandomi sul ciglio del marciapiede insozzato dai cani. Mi aspetta una corroborante “passeggiata”, non ho nessuna intenzione di aspettare il prossimo tram, e poi ho bisogno di dare modo ai miei pensieri di districarsi all’aria aperta.
Da quanto non mi succedeva di sognare mia madre? Ella era una donna nient’affatto bella, ma algida, forte, e tanto affezionata a me. Morì che ero solo un ragazzo, e in seguito tutto mi sembrò diverso e difficile, mi sentivo come un neonato che era stato appena svezzato.
Osservavo i miei coetanei, così allegri, e sicuri dei loro obiettivi, spavaldi di fronte alle incertezze e alle ingiustizie, ed io, che non avevo mai avuto nemmeno le strigliate di un padre, mi rintanavo all’ombra dei loro successi, incapace di reagire e di far valere la mia personalità.
Convinto di non avere capacità eccelse, diventai l’uomo invisibile che sono ora.
Mentre mi destreggio tra escrementi di cani, stando ben attento a non farne tatuaggio per le mie scarpe, e insistenti giocolieri del volantino, pronti ad infilarmene uno in tasca non appena mi distragga, sento una voce che pronuncia il mio nome. <<Geremia!>>, ogni sillaba esce in maniera frizzante e scandita. Mi volto, perfettamente consapevole di chi sia. <<Oh Geremia, ma che piacere! Ti ricordi di me?>> continua guardandomi con quegli occhi interrogativi che tanto adoro. Come avrei potuto dimenticarli? E come non farmi sovvenire alla mente l’odore di resina che emanavano i fermagli incastonati nei suoi lunghi capelli? Mi sorride, si avvicina, e mi stringe la mano. <<Ciao Arcangela>> le dico, e ci abbracciamo.
Dopo circa venti minuti mi sono dimenticato della scuola, dell’esercitazione con il violino che i miei ragazzi avrebbero dovuto improvvisare quest’oggi, e sono seduto sullo stesso marciapiede di prima, con accanto la stravagante Arcangela, all’apice dei suoi trent’anni, capelli fulvi e increspati, abiti che ha cucito lei stessa e un sorriso largo e rassicurante che tradisce i lineamenti spigolosi del volto.
<<Sapessi quante volte mi sono chiesta come te la stessi passando>> mi rimbrotta lei. Io non riesco a fissarla, anche se vorrei tanto, ma sono troppo in imbarazzo.
Se ne accorge, mi prende il mento e lo gira verso di sé. <<Direi che così riesci a guardarmi meglio, non credi?>> ed ecco che quei denti perfetti sono ancora una volta sotto i miei occhi.
<<Insegni sempre musica ai ragazzini?>> mi canzona Arcangela.
<<Secondo te?>> domando, e lei annuisce, ha capito tutto con il suo consueto acume.
Siamo seduti l’uno al fianco dell’altra, i nostri òmeri si toccano ma non per più di qualche secondo, i nostri corpi vicini sono troppo elettrici e sappiamo che ogni centimetro in più può fare la differenza tra ciò che è consentito e ciò che non lo è.
<<Geremia, quanto mi mancano le lezioni con te>> e questa frase fuoriesce dalla sua bocca come una supplica. Leggo nel suo volto una mancanza di altra natura, vorrei soddisfarla, dirle che l’amo, che non avrei mai voluto lasciarla andar via, ma che vita avrebbe potuto offrirle un uomo come me, invecchiato nell’animo e per di più invisibile, a dispetto del nome pretenzioso che porta?
Non ottiene risposta, e si alza. <<Allora, a presto>>, e i lembi della sua gonna da odalisca volteggiano sulle mie ginocchia, e quanto vorrei inchiodarli al suolo per farla rimanere lì ancora un po’ accanto a me. Invece mi limito a osservarla dal basso, rimanendo seduto sul bordo della strada. Si china verso di me e mi bacia sulla fronte, come io ero solito baciare mia madre sulla sua. Le sue labbra sono fresche proprio come le mie. Nessuna lingua esistente a questo mondo sarebbe in grado di descrivere la fremente voglia di baciarla che ho provato in quell’attimo.
<<Geremia, so a cosa stai pensando. Che sei troppo vecchio, troppo triste e troppo invisibile per me. E per questo mi hai allontanata. Ma io sono abbastanza disadattata da farmi bastare tutto quello che hai da offrirmi>>. Questo era quello che Arcangela avrebbe voluto dirmi quella mattina, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono. Ciò che pensava in quel momento mi fu rivelato tempo dopo in una lettera che mi scrisse poco prima di morire. E quando la lessi, era ormai troppo tardi per impedirle di togliersi la vita.
Non credo che se lo avessi saputo prima avrei potuto cambiare le cose, dopotutto. Se mi avesse reso partecipe delle sue intenzioni, e non fossi stato in grado di farle cambiare idea, mi sarei sentito in colpa esattamente come quando mia madre esalò l’ultimo respiro.
Ciò che è curioso è che dal giorno in cui ho parlato per l’ultima volta con Arcangela, non ho più sognato mia madre. E non genererò stupore se confesso che l’unica volta nella vita in cui non mi sono sentito un essere inutile è stato quand’ella mi ha detto quanto le mancassero le mie lezioni.
Da quel momento, ogni volta che i miei “ragazzini” pizzicano le corde di un violino o giocano coi tasti di un pianoforte, spero sempre di intravedere nei loro occhi un incessante bisogno della mia presenza, per poter assaporare ancora una volta quella sensazione di pienezza e di amore che solo l’ingenuità di Arcangela aveva saputo donarmi.
Ma questo non succede mai, ed allora torno ad essere l’uomo invisibile che sono sempre stato, alla stessa stregua di un cameramen, uno chef, un bambino indonesiano e un ceramista.



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Scrittura creativa scritta il 10/06/2014 - 20:00
Da Rosalba Caraddi
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