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IL LADRO DEI SOGNI

Quando l’incontrai il suo sguardo si era posato nei miei occhi; dentro c’era un misto di orgoglio, disperazione, solitudine che, mixati insieme, pronunciavano una prorompente richiesta di aiuto.
Giaceva in un letto d’ospedale dove mi ero recato non solo per far visita ad un amico ma anche per offrire un po’ di conforto a chi soffre, come faccio di tanto in tanto per riportarmi con i piedi sulla terra. Intendiamoci, non sono ne migliore ne peggiore di altre persone ne voglio atteggiarmi a buon samaritano ma è una cosa che rende più leggero il mio vivere, mi libera di parte delle angosce recondite che tutti abbiamo e forse serve più a me stesso che agli altri.
Mi avvicinai e lei chiuse gli occhi, un gesto di rifiuto, una barriera che voleva creare tra sé ed il mondo. Sostai in silenzio vicino a suo letto, sapevo che percepiva la mia presenza. Poco dopo, infatti, girò la testa e mi disse: “Non la conosco, cosa vuole da me, non vede come sono ridotta”? Approfittai per guardarla meglio; non era molto anziana, aveva il viso segnato dalle intemperie della vita ma si capiva che, in gioventù, doveva essere stata una splendida donna.
Mi presentai e risposi: “ Non abbia timore sono qui solo per scambiare qualche parola con lei e se ne ha necessità, per darle un po’ di aiuto ma, se disturbo, me ne vado”. Sul suo volto apparve il segno di un timido sorriso e mi disse: “No resti, la prego e mi scusi se sono stata brusca; sono sola da tanto tempo che non ricordo nemmeno cosa significhi aiuto; ho veramente bisogno di parlare con qualcuno, mi chiamo Lucia”.
Portai una sedia accanto al letto, le chiesi che cosa le era successo e mi spiegò che si era sentita male mentre andava a fare la spesa e l’avevano ricoverata ma probabilmente non era grave. Le avevano parlato di deperimento organico ed era probabile che così fosse ed aggiunse: “Sa vivo sola, non sono una gran cuoca, non navigo nell’oro e mangio poco e quello che capita”.
Non avevo molta esperienza in contatti di questo tipo in quanto non sono un assistente sociale ma, con il mio miglior sorriso possibile, la invitai a raccontarmi qualcosa di lei; questo è, di solito, il grimaldello che uso quando voglio accattivarmi le grazie e la fiducia di una persona. Fui travolto da un fiume in piena.
Mi spiegò che era una sognatrice, che lo era stata fin da piccola e mi colpì particolarmente facendomi questo discorso: “ Ognuno di noi, in una parte del proprio cuore, ha un piccolo orto dove seppellisce i sogni che nascono nel cervello per nasconderli e quindi coltivarli, di volta in volta, in funzione dell’età e delle proprie vanità. Da piccola sognavo di fare la crocerossina o l’insegnante e ci sono riuscita. Poi, lusingata dalle attenzioni che mi riservavano gli uomini, seminai il sogno di fare l’attrice e lo irrorai di ebbrezza e illusione facendolo germogliare anche grazie a quello che credevo fosse amore, ma così con era. Ho incontrato una persona che diceva di avere conoscenze nell’ambiente del cinema ed ho fatto qualche piccola parte in film di scarso successo. In quel tempo l’amore, accompagnato dall’ambizione e dell’incoscienza, ha occupato non solo il mio piccolo orto, calpestandolo, ma anche la mia mente, la mia anima. Quell’uomo mi ha iniziato a far uso di droghe, mi sono venduta a lui e la mia dignità è stata venduta ad altri. Ha rubato tutti i miei sogni e non solo quelli. Mi sono stati rubati anche tutti gli elementi positivi che sostenevano i miei sogni: la fiducia in me stessa e negli altri, la fede in Dio, gli ideali, la lealtà, nonché la tranquillità ed il sonno, senza i quali i sogni non possono esistere. Ora nuoto nell’insicurezza e nei pochi momenti di riposo, sono oppressa dagli incubi. Una sola cosa mi resta, che nessuno mi potrà rubare perché non abbandona mai gli esseri umani in quanto connaturata con l’esistenza stessa: LA SPERANZA.



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Opera scritta il 21/04/2016 - 18:04
Da Gaetano Antonioli
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