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Collins, chi era costui

Quando ero piccolo, non avevo ancora dieci anni, mio nonno Angelo mi diede una bella lezione di vita. Quante volte mi è venuta cara, questa lezione.
Non saprò mai bene quale obiettivo volesse raggiungere; morirà solo dopo pochi anni, forse uno o due, e non ebbi modo di approfondire i suoi intendimenti.
Quello che è certo è che servì a darmi coraggio, quell'insegnamento, e mi tornò utile parecchie volte. A scuola, durante il servizio militare, nel lavoro.
« Ricordati Nino» così mi chiamava, « che nella vita troverai persone che vogliono pesarti, valutarti, giudicarti. Non temerli; piuttosto trova tu stesso il modo di pesare loro, per avere in tal modo un paragone fra quanto vali tu e quanto vale chi ti vuol giudicare. La bilancia è lì per tutti, belli e brutti.»
In seguito ebbi modo di constatare parecchie volte l'utilità di questo insegnamento, ma il colpo riuscì alla perfezione durante l'esame più difficile del mio percorso universitario, al Politecnico di Milano.
L'esaminatore di Impianti Elettrici II, uno degli ultimi esami di ingegneria, era il professor De Pol, vecchio docente temuto e rispettato da tutti, per diversi motivi.
Perché bravo, intrattabile, severo, poco socievole, e un po' fascista. Forse addirittura monarco-fascista.
Basti dire, per capire l'uomo, quel che accadde durante l'occupazione studentesca della facoltà di Ingegneria Elettrotecnica, al distaccamento Carlo Erba, in pieno movimento sessantottino.
Eravamo entrati nell'aula docenti per conferire con il sommo De Pol, ed avevamo trovato l'istituto deserto.
Tutti i docenti erano scappati. Era rimasta solo la segretaria, un'anziana zitella che noi pensavamo innamorata del professore, tanto erano servili e stucchevoli le belle maniere con le quali ubbidiva ai comandi più insulsi, astrusi e pretenziosi.
Con grande sorpresa per tutti, la segretaria, indicandoci la porta del bagno e strizzandoci l'occhio, alle nostre richieste di conferire con il professore ci aveva detto, fingendosi terrorizzata:
« Non c'è il professore, non c'è...non s'è visto stamane...è a casa ammalato »
Eravamo in trecento ed i più esagitati volevano farla finita con De Pol. Non dico fargli del male, ma comunque usare energia sufficiente a convincerlo che doveva cedere almeno nei punti più importanti delle nostre giuste rivendicazioni: non obbligatorietà delle frequenze, se non per la parte pratica, e consegna del libretto universitario solo ad esame finito e dopo che fosse già stato dichiarato il voto assegnato.
In tal modo si voleva evitare che gli esaminatori fossero influenzati dagli esami precedenti, specialmente nel fare le domande e nel giudicare l'allievo, né in modo negativo e neppure positivo.


La porta del bagno fu sfondata e ai primi quattro o cinque studenti che erano davanti al gruppo, i più scalmanati, si presentò una scena da film western.
Il professor De Pol era appoggiato con la schiena al muro, le gambe larghe e leggermente piegate come per bilanciarsi meglio, le braccia distese in avanti, unite.
Nella mano sinistra, quella che usava anche a scrivere le formule ed i circuiti elettrici alla lavagna, stringeva saldamente una pistola dalla canna lunga, forse un residuato bellico. E la destra era chiusa sul polso dell'altra mano, per aiutare la presa e per prendere la mira.
Non vi dico il parapiglia e le implorazioni dei primi studenti della fila davanti nel tentativo di riportare la calma.
Questo era il professor De Pol, e altro ancora.

« Colosio Giacomo...avanti » urlò come sua abitudine il giorno che mi presentai all'esame.
Già quell'avanti, di per sé, pareva fosse detto a scopo intimidatorio. Come a dire:
« Avanti, vediamo che coraggio hai di sfidarmi, pulce »
Così noi vedevamo questo vecchio professore, uomo d'altri tempi che aveva progettato centrali elettriche ed impianti in mezza Italia: come un diavolo, un animale feroce, un nemico giurato della razza umana, un divoratore di studenti, un cannibale affamato di carne di allievo, ancor più gradita se il malcapitato era un fuori corso.
Le mie gambe tremarono nel sentire quell'appello ed i miei compagni, mentre scendevo la scalinata della grande aula, mi davano pacche sulle spalle e mi sussurravano improbabili incoraggiamenti, quasi fossi un gladiatore che scendeva nell'arena:
« Distruggilo, Jack...tieni duro...massacralo...vendicaci..» ed altre amenità varie.
Nessuno era a conoscenza del mio piano. Il piano nonno Angelo. Avevo paura, certo, ma è quando si ha paura che si deve trovare il coraggio.
Anzi, nasce proprio come conseguenza.
Diciamo che la paura è la causa ed il coraggio l'effetto, se lo sai trovare.
Devo dire che mi ero preparato, ovvio, e la materia la conoscevo abbastanza per superare l'esame, ma in me c'era la voglia di mettere in pratica l'insegnamento del nonno e di provare la mia forza di volontà. Mettere in gioco la mia vulnerabilità, insomma, ma anche la sua, quella dell'invincibile professore: questo era il mio recondito desiderio. Come se avessi una voglia repressa di giocare con il fuoco.
E se durante l'esame avessi iniziato a parlare di una cosa che non esisteva, per esempio un fantomatico teorema, o un principio, o una ipotesi, magari di uno scienziato sconosciuto?
Il professor De Pol sarebbe stato in grado di contrastarla, questa ipotesi? Sarebbe stato certo che quello scienziato non era mai esistito oppure avrebbe avuto dei dubbi sulle proprie conoscenze? Quanto poteva pesare la sua sapienza: questa era la mia curiosità e questo era il suggerimento di nonno Angelo, in ultima analisi.


La prima domanda era andata abbastanza bene, anche se i mugugni del professore seguivano ad ogni mia frase, magari semplicemente perché la spiegazione non era stata data proprio secondo i suoi gusti. Finezze lessicali, insomma.
Durante l'esposizione della mia risposta alla seconda domanda, che riguardava i trasformatori di misura, presi il coraggio a due mani e con una disinvoltura che sorprese anche me dissi con decisione, durante un passaggio importante:
« ...ovviamente, secondo la nota teoria del sommo Collins...possiamo elaborare la formula...», e continuai nella spiegazione per dieci minuti durante i quali De Pol si girava e si rigirava sulla sedia come se fosse stato morso dalla tarantola, si grattava la testa e restava per qualche minuto in silenzio guardando il soffitto e lisciandosi la barbetta caprina, molto usata dai monarchici in quel periodo.
Ovviamente la formula della quale parlavo era esatta, ma nessuno aveva mai spiegato da che parte venisse e non mi risultava che avesse un padre putativo.
L'esame andò bene. Un ventinove, che rappresentava un sogno irraggiungibile per chiunque facesse quell'esame con lui. Trenta non l'avrebbe dato nemmeno a se stesso, per principio. Forse neanche a Dio.
Ricordo ancora la frase che mi fece letteralmente godere e che mi permise di vedere, per un breve istante, il viso dolce di mio nonno accanto a quel muso di caprone, cornuto ed incazzato del professor De Pol:
« Bene Colosio...ventinove...e non per tutti», frase che aveva pronunciato guardando storto ed in segno di sfida i più di cento allievi stipati nelle gradinate dell'aula.
I miei amici intimi mi aggredirono letteralmente, per manifestare la loro gioia. Tutti dicevano qualcosa di bello ed io ridevo felice. Pacche sulle spalle, abbracci, contentezza per la fine di un incubo: l'esame con il professor De Pol.
Poi la domanda tanto attesa, che mi venne fatta fuori, nel corridoio, dove eravamo andati per non disturbare la continuazione degli esami:
« Ma chi è quel Collins, mai sentita la sua teoria...dove l'hai trovato, sul libro del De Pol?»
Non ridevano solo le mie labbra, tutto il mio corpo gioiva, anima compresa. Avevo finalmente dimostrato che anche il guru nazionale degli impianti elettrici aveva dei limiti e lo avevo sconcertato con uno stratagemma.
Non conosceva il Collins. Ed a lui pareva impossibile. Me n'ero accorto durante l'esame perché il bull-dog aveva allentato la presa per dieci minuti ed era rimasto pensieroso, interdetto.
« Ragazzi, sono io Collins...secondo voi, come si potrebbe chiamare un Colosio qualsiasi come me in Inghilterra, o in America?»
Le risate dei miei compagni di corso, sbalorditi, sbigottiti, increduli, le ho ancora piacevolmente nelle orecchie. E, va da sé, per loro rimasi Collins fino alla laurea.
Ma ancor più piacevole è il ricordo di nonno Angelo, un grande nonno che mi ha insegnato il coraggio di sfidare i più forti, o presunti tali. Prometeo docet...




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Racconto scritto il 02/06/2020 - 19:36
Da Giacomo C. Collins
Letta n.227 volte.
Voto:
su 9 votanti


Commenti


Bravissimo Giacomo, ho letto con molto piacere il tuo racconto autobiografico e ho rivisto attraverso le tue righe alcune mie esperienze universitarie. Scritto molto bene

Patrizia Lo Bue 30/06/2020 - 05:18

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Complimenti e grazie ancora per i tuoi commenti ai miei testi

MARIA ANGELA CAROSIA 06/06/2020 - 10:40

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Arrivo un po' in ritardo Giacomo ma condivido tutti i bei commenti che ti sono stati fatti e mi allineo con gli altri, un bel racconto non c'è che dire! Complimenti!

Maria Luisa Bandiera 05/06/2020 - 14:28

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Grazie a tutti per l'apprezzamento, in particolare della forma narrativa, che a quanto pare piace ai più. Il soggetto in sé non è niente di speciale, è una delle mie tante uscite di testa per le quali all'università ero diventato famoso: insomma, ero originale un po' sopra la media, almeno degli studenti seriosi di ingegneria. va detto che avevo preparato la mia autodifesa nel caso il prof. De Pol mi avesse sgamato. Eccola: lo so professore che Collins non ha inventato questa formula, ma mi piace pensare che uno con il mio nome anglicizzato abbia dato il nome alla teoria. La cosa comunque non finì lì: ebbe un seguito trent'anni dopo...ma quella è altra storia, una storia di mare, immersioni, amicizie...chissà, forse ci scriverò un racconto, una sorta di seguito ritardato...magari dal titolo: Dopo trent'anni.

Giacomo C. Collins 04/06/2020 - 14:11

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Ed io che sono un nonno posso confermare la grandezza e gradevolezza di questo racconto.

Antonio Girardi 04/06/2020 - 09:44

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Una sfida vinta, che poi comunque la tua integrazione, dando un nome all'autore della teoria, non ne in ficiava il contenuto.
Ah... il brocardo! "Utile per inutile non vitiatur".

Glauco Ballantini 04/06/2020 - 09:24

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GIACOMO...Oggi è cambiata la scuola...credo che sia rimasto il rispetto che fa la differenza e ci fa dire che non è la sola maestra di vita. Notte Come sempre scrivi da Dio.

mirella narducci 03/06/2020 - 23:50

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Grande insegnante e grande allievo! Racconto gradevolissimo

Anna Maria Foglia 03/06/2020 - 21:53

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Un bel racconto che porta a grandi riflessioni!

Maria Luisa Bandiera 03/06/2020 - 15:15

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Un grande nonno vale molto di più di un ricco nonno.
Giacomo, sempre un piacere leggerti!

Valeria Germani 03/06/2020 - 08:50

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Meraviglioso racconto in cui vi è un importante insegnamento di due grandi nonni

Mirko D. Mastro(Poeta) 03/06/2020 - 05:26

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Un racconto autobiografico meraviglioso. C'è la legittima voglia di ricordare i momenti che hanno segnato la nostra gioventù. Gli insegnamenti di un nonno che porti con orgoglio ed amore ancora scolpito nel tuo cuore, la cui saggezza ha temprato positivamente la tua personalità. Anche quelli che pensano di essere infallibili hanno il loro tallone di Achille. Tanti complimenti! Buona notte.

santa scardino 03/06/2020 - 00:49

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Godibilissima spiegazione del nick, che poi tanto nick non è!
Racconti brevi sempre scritti con stile fluente.

Leo Pardiss 02/06/2020 - 22:10

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Già, chi è questo Collins?
Oppure, ma quanti è quel Collins?
-Mah! Io so di sicuro che scrive come pochi (è come dire "e non per tutti")

Io l'esame l'ho fatto sulle Inserzioni Righi e Barbagelata.

Ciao Giacomo


Loris Marcato 02/06/2020 - 21:37

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