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Spirito Ribelle

Dopo la morte di mio fratello, avvenuta il 26 novembre 2020, il mio passato ha iniziato a rincorrermi come un cinghiale imbestialito. Mi vengono in mente episodi, anche apparentemente insignificanti, che erano scomparsi dalla mia mente. La memoria svolge un ruolo determinante per impedire che essi svaniscano inesorabilmente.
Per esempio, ho sempre avuto un rapporto difficile con mio padre che era una persona d’altri tempi.
Lui, credeva fermamente nei valori fondamentali del cameratismo e della solidarietà umana, qualità basilari del suo vissuto, che la società coeva aveva inesorabilmente accantonato per dare spazio ad un modernismo devastante.
I miei rapporti con lui erano ridotti al minimo ed il dialogo, che è la base necessaria per arricchire ogni progresso sociologico, era praticamente inesistente. Ogni situazione psicologica e/o personale veniva affrontata, non attraverso la comunicazione verbale, ma per mezzo delle convenzioni attribuite alle usanze familiari o alla società in cui vivevamo. Il rapporto dialettico esistente tra i genitori ed i figli era basato soprattutto sul rispetto assoluto e, spesso, sulle incomprensioni generazionali.
Il dialogo tra me e mio padre era costruito soprattutto sulla contestazione giovanile che animava il mio spirito ribelle.
Tutto quello che accadeva nella mia vita era filtrata dalla concezione, prettamente egoistica, che la attraversava. Il fatto che lui avesse combattuto sulla Majella, in qualità di partigiano combattente, era per me un fattore irrilevante soltanto perché non riuscivo a dialogare con lui. Il suo eroismo, vissuto sulle spalle di un trentenne con cinque figli a carico, era per me una sciocchezzuola di poco conto.
Contava soltanto il malessere generazionale che attagliava la mia adolescenza. Il fatto di vivere, inoltre, in una famiglia non benestante penalizzava i rapporti interpersonali tra me ed i miei genitori.
Ricordo che era un pomeriggio freddissima del mese di febbraio 1965.
Dopo aver percorso quasi tre chilometri a piedi, arrivai a casa intorpidito dal gelo perché la strada che portava a Rains era sferzata da un vento glaciale.
Ricordo distintamente che indossavo dei brookins chiodati che emettevano strani rumori sull’asfalto congelato dal ghiaccio.
Quel pomeriggio, arrivai così stanco a casa, che era un bilocale dove abitavamo in undici, che mi addormentai immediatamente. Mi ricordo distintamente che mi svegliai nel grand-lit, nel cuore della notte, in mezzo a mio padre e a mia madre. Il fatto che mi è rimasto in mente, dopo quasi sessant’anni di distanza, è che rimasi letteralmente suggestionato dal russamento di mio padre, dovuto probabilmente al fatto che egli fumasse moltissimo.
Un'apnea notturna al quale mio padre, che all’epoca dei fatti aveva cinquantadue anni, non dava particolare importanza.
Partendo dal presupposto che, come scrive Gabriel García Márquez, «Nessun posto nella vita è più triste di un letto vuoto» e, in virtù di questa azzeccata considerazione letteraria, mi girai nel letto e contemplai il profilo di mio padre che dormiva profondamente.
Il verso prodotto dal suo russamento era simile a quello emesso dal martello pneumatico che usavano gli operai della cava di pietra, a cielo aperto, dove lavorava dall’alba al tramonto.
La sua silhouette, immersa in un sonno profondo, mi preannunciò, forse inconsapevolmente, quella della sua insolita immobilità che purtroppo si sarebbe concretizzata nel momento della sua dipartita, avvenuta nel 1974.
In quella notte d’inverno, mio padre era rannicchiato come un bambino nel grembo materno ed il suo russamento, amplificato forse dalla posizione infelice del suo corpo, era la colonna sonora del suo futuro.
Ebbi l’occasione, anche se non me resi conto personalmente essendo ancora un bambino, di vivere quasi vent’anni in anticipo il momento della sua morte.
Il Partigiano, eroe sconosciuto della Resistenza abruzzese contro il nazifascismo, era addormentato sognando un futuro migliore e, forse, anche i paesaggi che avevano impreziosito la sua infanzia in Abruzzo, in Italia.
Partendo dal presupposto, come scrive John Donne, che «quando un uomo muore, un capitolo non viene strappato dal libro, ma viene tradotto in una lingua migliore», mio padre, che era soprattutto un uomo buono, mi elargì il più bel regalo della mia vita, anche non me resi conto immediatamente: la vita.
Grazie, papà, d’avermi regalato la vita, dono prezioso d’inestimabile valore, al quale ho dedicato la massima attenzione durante tutta la mia esistenza, riuscendo tra le altre cose a scrivere episodi salienti della tua vita, legati soprattutto alla tua sofferta militanza nella gloriosa «Brigata Majella».
Possa che il buon dio accoglierti nella gloria dei Cieli, anche se di notte il tuo russamento rischia di svegliare le stelle che vigilano da lontano sulle persone che continuano ad amarti, nonostante il silenzio che caratterizzava il tuo carattere.



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Racconto scritto il 26/02/2021 - 08:22
Da Sergio Melchiorre
Letta n.211 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Scrivi molto bene e riesci a comunicare le emozioni da te vissute. Complimenti!

Anna Maria Foglia 28/02/2021 - 11:08

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Massimo,
scrivo racconti da quarant'anni e la scrittura mi dà una gioia infinita! Grazie!

Sergio Melchiorre 28/02/2021 - 10:03

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Sergio ho sbagliato con le stelle, per me sono 5 perchè hai scitto un bel racconto. E' uno scritto che scivola via con naturalezza. Ti faccio i miei complimenti.

Massimo Tovagli 26/02/2021 - 14:04

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