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La lapide di ghiaccio

Ti vidi per la prima volta quando raggiunsi il bivacco Hess sulla Lex Blanche. Eri seduto a guardare il ghiacciaio e al mio saluto alzasti la mano che teneva la pipa. Parlammo tutta la notte e sentimmo che diventavamo amici.
Poi facemmo in modo di incontrarci numerose volte tra quelle montagne e io scopersi che in quell’uomo rugoso che sapeva a malapena leggere e scrivere, c’era un poeta che mi faceva intravvedere spazi di cui non avrei mai intuito l’essenza.
“La roccia è uomo e il ghiacciaio è donna” perché la prima resiste al sole e al gelo, ma il secondo la modella e crea la forma della montagna.
“I crepacci sono i suoi occhi, profondi e misteriosi, e le morene sono il letto su cui partorisce”, mentre il torrente impetuoso in cui si scioglie “è il suo sangue che porta la vita nelle valli, fino al mare”.
Mi rivelasti che, alla tua morte, avresti voluto “una lapide di ghiaccio, che durasse lo spazio di un giorno”.
Non ho mai dimenticato quell’immagine, ma allora non l’avevo capita.
Ne presi coscienza solo quando seppi che non eri più tornato dal ghiacciaio Laveciau.
Lì, Cristophe, avevi trovato la lapide che volevi, tra le braccia di quella donna che hai amato più di te stesso.



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Racconto scritto il 28/02/2021 - 09:55
Da Eriot Toire
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