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Di quella pira l'orrendo fuoco

La fattoria dei Picek era in vendita al migliore offerente.
Il vecchio Stashek era morto nel suo letto d'un brutto accidente.
Il figlio David, un po' scemo e molto cornuto, sognava una Cadillac fiammante, di vincere a poker e libare a vodka e bismuto.
La moglie di David, Rachel l'infingarda, sognava Paris, la Belle Epoque, un giovane amante e una fine mansarda.
Mio marito Aaron, gagliardo, arrivista e opimo, sognava fin da piccino la fattoria dei Picek. Io lì, nella nostra ammuffita bicocca, in balia di mosche e di ratti fecondi in bisboccia, ero a posto col mondo, non sognavo un bel niente ed ero felice.
Aaron in un giorno di pioggia mi dice: "Sarah, moglie adorata, vengo dall'emporio del vecchio Mohsè, là c'erano il rabbi Krokmal, Eckhart e Jabotinsky, parlavano di un opificio in America, che assume tante operaie europee soprattutto italiane ed ebree.
Che ne dici di fare un piccolo sacrificio, un paio di annetti e col gruzzolo che abbiamo da parte, sommato al tuo probo salario, compreremo la fattoria dei Picek.
Che ne dici, che ne dici?"
Son rimasta in ascolto muta e impalata,
non una parola è uscita dalla mia gola strozzata.
Son partita dal mio Shtetl polveroso,
salutando il mio Aaron giulivo e radioso.


Sono andata alla Triangle Shirtwaist Factory a Manhattan,
in cerca d'impiego e non m'han dato diniego!
Piegate, ammassate come sardine per tredici ore ogni giorno,
nove legali, di straforo le altre, per 6 o 7 dollari a settimana.
Soltanto due piccole pause a tamponare di poco la sete e la fame.
E i tagliatori di pezze in aggiunta, locchi, balordi e gran fumatori!
Quante volte han gettato sul lordo piancito le cicche di trinciato,
incuranti dei ritagli, degli stracci, del petrolio, del grasso motore,
innescando fiamma e fragore!
Lì, in quei sozzi stanzoni saturi di puzzo di fumo,
d'ignoranza, di schiavitù, d'aria bollente e rumore,
ho inserito bottoni nella macchina cucitrice
e stirato camicie e camicie e sputato inganno e sudore.
Obbligata a sgobbare mezza giornata perfino di Shabbat!
Il mio sacro Shabbat!


E di Shabbat, il 25 marzo del 1911 a venti minuti dalla fine del turno,
è scoppiata la vampa infernale, lassù al nono piano
dell'orrido, tetro, gigantesco opificio,
con tutte noi disgraziate in gran sacrificio!
Rinchiuse a doppia mandata per sospetto di furto, di forbici,
di stoffa, di bottoni e camicie.
Si son messi in salvo, i signori padroni Max Blanck e Isaac Harris,
si son messi in salvo a gambe levate.
Non gli è sovvenuto di aprirci la porta sprangata,
così assimilate a galline spennate!
Le scale antincendio non hanno retto al peso
e tante di noi son volate, una sull'altra arrese.
Io invece sono morta esiliata dal fumo indecente,
prima d'esser pira, lì, sul lercio pavimento bollente.


123 giovani donne e 23 uomini i morti e 71 i feriti,
è la somma silente di quel giorno di primavera incipiente!


L'assicurazione ha risarcito di 400 dollari a morto il gran capitale.
Pezze di stoffa, pietre, macchine, arnesi di ferro e d'acciaio
andati a male.


Mio marito s'è visto arrivare le più sentite condoglianze
e le onoranze e 75 dollari in vaglia postale
e una cassa piccina, piccina, con le mie spoglie mortali.


Vergate con mano ferma e sincera, all'entrata del mio cimitero:
"Qui giace Sarah Lewitz.
Nel suo shtetl alle porte di Krakòw era felice,
ma un marito arrivista l'ha spedita a Manhattan a cucire camicie.
Due padroni col cuore gretto in sospetto,
hanno fatto di tutto, hanno fatto il resto.
Un tribunale asservito ha dichiarato Max Blanck e Isaac Harris innocenti.
Non è reato chiudere a chiave operaie in odore di furto.
Dato che s'era già acclarato un torto:
un ammanco di una tanica da 3 libbre di petrolio,
di due barattoli da 4 libbre cadauno di grasso motore,
di una matassa da 2 libbre cadauna di candido, ritorto filo Scotland,
nove camicie Shirtwaist taglia small,
ventotto bottoni di pregiata madreperla a quattro fori,
due paia di forbici curve, un cacciavite n.8 a croce,
una scatolina di spilli marchio Veloce,
un gomitolo di grosso spago e un ago".


Sarah Lewitz




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Racconto scritto il 08/06/2021 - 19:40
Da Morena Finelli
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