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Il luogo dell'ombra

Non si sa bene il perché, ma le torce sono tutte spente. E non è del tutto buio
Il luogo dell'ombra è lontanissimo da ogni città conosciuta e da ogni casermone della provincia. Ci si sente sempre un po' soli e un po' feriti.
Non funzionano i frigoriferi, non vanno le lavatrici. Il caffè sa di latte rancido.
È il regno delle blatte fuochiste, che vi si annidano ovunque.
La materia plastica che riveste gli interni delle tane sembra colare, data l'umidità. In effetti si è sempre in attesa di un temporale che non arriva.
Le poche persone in giro indossano maschere e mascherine per proteggersi dal vento pieno di segatura, e per nascondere cicatrici o sorrisi ebeti. Gli altri, beh...
L'aberrazione vera sta negli incontri. Spesso si trova una ragazzina col suo miglior sorriso e uno sguardo di smeraldo: ti indica una via, ma è solo un altro precipizio.
Nessuno ti rimpiange mai, persino gli abitanti dell'Interzona ti dedicano i loro "poveretto".
Ogni tanto nevica cenere.
Nel luogo dell'ombra puoi trovare un assassino, due occhi grandi di comete; ti guarda vago e ti minaccia, fa gesti osceni. Sarai sempre secondo a lui perché la brutalità di un'esecuzione perfetta non conosce limiti se non nello scopo ultimo che la giustifica. Già, la perfezione sarà pure noiosa, ma è davvero efficiente. Non è un mistero: siamo noi travestiti da noi stessi attraverso la lente deformata posta sulla cima del nulla.
C'è sempre sciopero dei pullman, tocca farla a piedi. Tocca mangiare pane insapore, bere acqua sporca, vino acido.


Fa un certo freddo ma non smetti di sudare.
Lì, nel luogo dell'ombra, ogni ordine costituito è la parodia del suo equivalente in qualsiasi altro posto. La polizia picchia, la politica ruba, i poveri comprano auto sportive. La chiesa...
La chiesa serve solo a tramandare beni materiali e a creare nemici in ogni popolo, per non parlare degli innocenti.
Il re del Molise cavalca la sua chimera rossocrinita lungo strade di nebbia ripide e dimenticate.
Le scuole sono chiuse, nessuno ha tempo per quelle vecchie fesserie.
Quale nobile scopo, dunque, perseguire in un luogo di tali qualità? Sopravvivere e scoprire il giorno nuovo per poi ritrovarlo nello specchio con altrui parole, altrui gesti, virtù. Niente altro è plausibile, lì. Già, perché in tutto il trambusto odierno si è perso di vista lo scopo della critica, specie quella sociale. Il più grande potere di ogni critica non è lo stroncare, quello è un mezzo. Il potere vero sta nel far parlare, nel marketing, nell'evidenziare. Potere che si esplicita nel suo massimale solo con il silenzio. Il potere non sta nell'opera in sé o nell'immagine che ne importiamo (importanza).
Qualcuno dice che "siamo quello che facciamo"; se è vero, è anche vero che senza critica è come se non avessimo fatto nulla, come se non esistessimo.
Il più grande potere della critica, di fatto, è tacere - tolto che ci siano cattiverie che non si inventano e bontà che non si discutono. E tacere è quello che fanno gli abitanti del posto (tutti grandi critici Ahi-ahi!).
Fausto ha visitato per la prima volta quel luogo da ragazzo, con sé un pacco di fiammiferi. Da lì la consapevolezza di poter essere qualcuno solo il giorno in cui la letteratura sarà morta. Ogni tanto ci torna ancora, debole com'è.
Non importa essere se stessi se esserlo significa rassomigliare alla versione deviata di un dio che punisce ogni incoerenza con il massimo sollecito.
Non importa nemmeno restare quel che si è in costante controvento. Prima o poi qualcosa si spezza; e Fausto è uno che la vita lo spezza spesso, che deve nascondere ciò che resta di sé dalla luce di un dio vendicatore, o impedire che si disperda tra le correnti. Proteggere i pochi fiammiferi superstiti. È un tizio che sta in un luogo per un determinato motivo: perdersi.
Perdersi dalla società, da chi gli passa davanti nella fila, dalla costante sensazione di non avere afferrato la giusta filosofia. Da chi lo pesta in vicoli bui. Dai ruffiani, dai tradimenti; salvarsi dai "è finita, stammi bene". Evitare i silenzi che parlano di tutti tranne che di gente come lui. Confondere l'opera che non è tra altri ignoti soggetti.


E così, via: via a perdersi in un ombra che non nasce da nessuna vera luce, un'assenza di luce piuttosto, via oltre la provincia bigotta e violenta, via, ancora via, vis-à-vis con il Chi. A respirare biasimo sconosciuto, sostanza che lo nutre, che lo ricopre, che ne cela gli orrori e nel cui silenzio riconoscersi senza imbarazzo.
Ebbene, Fausto nel luogo dell'ombra con lacrime di un glicine sulle spalle, Fausto col laccio che scolora il braccio a cui è legato, senza più fiammiferi per illuminare la notte.
La storia è tutta qua: Fausto torna nel luogo dell'ombra, legato per sempre alla fine del cosmo e del sangue secco nelle sue vene. Una storia semplice, efficiente.
Una storia che termina nella stonatura del silenzio.




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Racconto scritto il 16/07/2021 - 23:38
Da Filippo Di Lella
Letta n.122 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Gentile da parte sua. Grazie e a presto

Filippo Di Lella 17/07/2021 - 11:35

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A mio parere, un grande testo questo tuo. Complimenti

Mirko D. Mastro(Poeta) 17/07/2021 - 05:50

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