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Susanna

Sedeva al primo banco, davanti alla cattedra, ma non era una sgobbona. Non era il tipo che passava le ore a chinarsi sui libri, a cercare la risposta giusta alla domanda del prof, ma la sua testa era sempre così alta, come se vedesse oltre le risposte. Un misto di sfida e disinteresse che le conferiva un’aura di mistero. La sua postura non era mai perfetta, anzi, sembrava che non fosse mai del tutto a suo agio con la rigidità della scuola, ma la sua presenza, in qualche modo, la rendeva diversa. Si capiva che, anche se non studiava per prendere il massimo dei voti, era in grado di fare qualcosa che pochi altri sapevano fare: farsi notare senza fare nulla di particolare.
Aveva sempre l’aria arruffata di un maschiaccio, con il grembiule nero stropicciato tenuto sganciato davanti, come se non gliene importasse niente. La sua pelle chiara e la carnagione un po' più rossa quando era in movimento erano un contrasto vivace con il suo atteggiamento sfrontato. Forse non le importava della scuola, o almeno non come agli altri, ma non si poteva certo dire che fosse una persona che passava inosservata. La sua chioma ribelle, che quasi sfidava l’ordine delle regole non dette, sembrava crescere da sola, in modo anarchico, e dava quel tocco di singolarità che ti rimaneva impresso anche a distanza di anni.
Mi ricordo che a una festa in casa per il compleanno del Tommasi, durante i lenti, rifiutò di ballare con il Buzzi che con la sua aria vissuta pensava di essere l’uomo da ballo per tutte, rimase un po' interdetto. Non sapeva cosa rispondere alla sua risposta, che arrivò decisa e priva di esitazioni.
“No, ballo con lui,” gli disse, mettendomi una mano sulla spalla. E io non capivo, forse non volevo capire, ma nel momento in cui il suo contatto mi sfiorò, c’era qualcosa di… diverso. Qualcosa che, in un certo senso, non ero in grado di spiegare.
Che voleva dire? Forse era chiaro, ma non per me, almeno non in quel preciso istante. Non riuscivo a decifrare quella scelta. Non ero un tipo da riflessioni profonde su ogni piccolo gesto, ma quel suo atto mi lasciò confuso. Forse pensavo che fosse solo un gioco, ma c'era qualcosa di serio nei suoi occhi che mi impediva di ignorarlo completamente.
Comunque ricordo benissimo i suoi capelli a caschetto vicini al mio viso, quel pomeriggio, nei minuti silenziosi di quel ballo, con la sensazione di caldo nella stanza affollata, il contatto delle mani sui suoi fianchi e col maglioncino che indossava, morbido ma caldo, come un piccolo rifugio in mezzo a una folla di ragazzini e risate nervose. Le mani si toccavano a malapena, ma io sentivo tutto il peso di quell’attimo come se fosse una promessa, o forse solo una curiosità che mi spingeva a chiedermi se ci fosse altro dietro quel gesto che sembrava innocente.
Lì, tra quelle luci soffuse e i sorrisi un po’ imbarazzati degli altri, lei non era come gli altri. Era un mistero che non riuscivo a risolvere, eppure non avevo nessuna fretta di farlo. La sensazione di stare ballando con lei, pur non capendo esattamente cosa stesse succedendo, mi dava un piacere strano, come una dolce attesa che non volevo interrompere. Il caldo, i corpi vicini, e quella mano che riposava sulla mia spalla, tutto mi sembrava molto più grande di quanto fossi in grado di comprendere in quel momento.
E anche se non avrei mai saputo spiegare perché quella sera fosse diversa, sapevo che era il primo passo di un’inesplorata connessione. Una di quelle che non si trovano nei libri di scuola. Una che, come il calore che sentivo nell’aria, si sarebbe sviluppata con il tempo, senza fretta, senza bisogno di risposte immediate.



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Racconto scritto il 08/04/2025 - 14:33
Da Glauco Ballantini
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