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Selin

Selin


Il gomitolo di Selin rotolava per terra e si ingarbugliava ai piedi di alcune vecchie sedie a causa delle continue zampate della gatta Lola che si divertiva a rincorrerlo lungo le polverose stanze. Nel casolare centenario si sentiva ancora l’eco di una guerra segnata dal dolore e dalle infinite privazioni. Le foto degli antenati, malamente appese alle pareti, la polvere pietrificata sui mobili e le ragnatele enormi pendenti dal soffitto non davano scampo: quel tugurio era lasciato a se stesso, condannato a marcire per l’incuria di Selin che aveva smesso di sognare. La donna si aggirava claudicante per il casolare ma senza meta, senza speranza; solo Lola le dava pace strofinandosi affettuosamente alle sue caviglie.
Le galline ogni mattina giravano attorno al casolare alla disperata ricerca di qualcosa di commestibile. Lola, sempre vigile, non appena si avvicinavano, con un balzo felino le saltava addosso, allontanandole furiosamente. Il tempo scorreva lentamente, ogni giornata era uguale all’altra. Una sera mentre Selin, pensierosa, fissava la luna, ebbe un sussulto quando intravvide una fosca ombra: un uomo con un pesante borsone in mano si stava organizzando per montare la sua tenda per la notte. Era un intruso, uno straniero, e come tutti gli stranieri, pericoloso… pensò Selin.
«Vada lontano a montarsi la tenda» gli gridò malamente Selin. L’uomo finse di non sentire, prese l’attrezzatura e iniziò a montare la sua tenda. Selin, indispettita, lo guardò con rabbia e rientrò in casa. Lola dalla finestra guardava il forestiero socchiudendo gli occhi, non lo considerava una minaccia. Inaspettatamente l’uomo, che poco prima l’aveva ignorata, ebbe la faccia tosta di presentarsi davanti l’ingresso. Aveva sete, e come se nulla fosse, candidamente osò chiederle un bicchiere d’acqua. Selin con aria sopraffatta e leggermente sbigottita, finse di non capire, ripagandolo con la stessa moneta e ostentando un amaro silenzio con un volto contratto che a stento tratteneva la goduria nel vederlo assetato. Lola avvertì la tensione che si era creata e istintivamente, con stupore di Selin, si avvicinò allo straniero strusciando amichevolmente tra le sue gambe. «Cosa fai?» gli gridò Selin, ancora incredula, ma Lola non le diede retta e pacificamente si accovacciò sulla sedia con lo sguardo languido rivolto a quell’uomo misterioso.
Lo straniero abbozzò un sorriso: «non mi riconosci?» sussurrò l’intruso sicuro di sé. Selin non rispose, anzi, ancora di più lo scrutò con sospetto. Infilando la mano in una tasca lo straniero estrasse una foto: «qui ero molto più giovane, ora mi riconosci?»
«Sei...sei... Brian!» esitò Selin ancora con la bocca spalancata. Sconvolta e con le lacrime agli occhi lo abbracciò con forza, come se volesse chiedergli perdono: «Amico mio, quanto tempo è passato?» sospirò Selin.
«Sapevo di trovarti qui, e immaginavo che non mi avresti riconosciuto e poi mi sono giocato il colpo di scena, lo sai come sono fatto, sono sempre stato un burlone» rispose l’amico ritrovato col sorriso disinvolto, ma con gli occhi lucidi per l’emozione. Brian entrò dentro, ma il silenzio imbarazzato di Selin riecheggiava in ogni angolo del salone. C’è stato un tempo in cui Selin era circondata dallo sfarzo e non era ancora riuscita ad abituarsi a tale declino. Brian non esitò un attimo, la prese per mano e disse: «La trasformeremo… la trasformeremo tu ed io, vedrai... Tutto questo splenderà come una volta, lo sento» disse l’amico con tono pacato e sicuro di sé, come se sentisse di avere una missione. Appena il sole tramontò Selin apparecchiò la tavola con del formaggio e delle olive. Durante la parca cena, parlarono dei vecchi tempi e magicamente apparse una luce nei loro occhi che contrastava con l’atmosfera tetra del casolare. «È ovvio che rimarrai qui per tutto il tempo che vorrai, come vedi il posto è grande!» esclamò Selin. Brian ammiccò, si sdraiò sul divano, approfittò del cuscino e della coperta che ricevette e si addormentò.
Lola, alle prime luci dell’alba, si sdraiò ai piedi del letto di Brian facendogli le fusa. Brian ricambiò con affettuose carezze, poi si alzò e preparò la colazione con molta cura. D’improvviso scorse una squadra di operai che stava lavorando in un casolare vicino e prontamente chiese loro se potevano dare una tinteggiata all’interno, naturalmente previa lauta ricompensa. Gli operai dopo una veloce consultazione accettarono e si resero disponibili già per il giorno dopo.
I lavori iniziarono puntualmente, Brian e Selin pulirono i mobili raccolti in un grande salone con grande dovizia. Le ore trascorsero frenetiche e dopo appena 10 giorni il casolare ritornò a risplendere come un tempo. Brian, soddisfatto e col sorriso sulle labbra esclamò : «Finalmente, ora la riconosco! Però la vita da soli non ha alcun senso, entrambi siamo rimasti soli che ne pensi se mi trasferisco qui da te, ma non come ospite...» continuò deciso Brian. Selin annuì col cuore in tumulto. Lola si unì a loro scodinzolando e d’un tratto saltò sulle braccia di Brian alla ricerca di carezze con la sua solita aria felina e prepotente. Brian e Selin scoppiarono a ridere e uscirono dal casolare mano con la mano senza dirsi nulla: non ce n’era bisogno. Nessuno di loro fu più solo, i due cuori finalmente si ritrovarono sotto un cielo cobalto, mentre un raggio di sole illuminò i loro volti come se volesse annunciare l’imminente primavera.




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Racconto scritto il 07/06/2026 - 20:05
Da Angela Randisi
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