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Il Calice

Non c'è vicenda che non sia degna di essere narrata
eppure sarebbe meglio non parlare di nessuna in particolare,
sottendere l'universo in un gesto e spiegarlo per intero:
limare l'uliveto di un sordo
con il suono;
affusolare la nascita,
lasciarla alla vita.
Abbandonando un figlio alle
falde lisergiche dei cieli
si sfida il mondo a non ucciderlo:
qualora tutto collassasse sul suo capo
non ci sarebbe
niente
a sostenere
il peso del vuoto
e non si domanda oltre se non la cura della devozione,
una ricompensa all'amore,
significarlo a ogni gesto:
un angelo di marmo cariato
non smette d'incutere timore nonostante i danni ricevuti,
incarna il suo significato per le forme
che lascia intuire
e non per la corruzione della materia.
La sua superficie porosa,
profumata dai muschi e
dai fiori
lascia che sia solo il tempo ad attraversarla
e dovesse scomparire il suo volto intero,
in una proiezione
ci smarriremmo per una coltre panica
In direzioni opposte
temendone il ritorno


Beviamo dal calice
il succo di Amigdala,
pregiato spirito
e marchio deleterio della coincidenza,
segna il fratello omicida
ed è sulla spalla di ogni uomo.
Come posso fidarmi d'ogni cosa se
davanti alla paura siamo evanescenti?
Io rimarco ciò che odi di te
perché sovrapposto alla tua immagine
risulta più eloquente ai tuoi sensi
e ti senti vivida.
Mostro l'amore nella paura,
la conciliazione degli errori,
quella compensazione desiderata
di cui a te rendo solo la panacea ieratica ed erotica,
il dissenso del poeta che nutre il turbamento
ma ne ispessisce l'acume.
Davanti ai miei occhi resta solo
la fragilità dell'amore,
la sua assenza
lascia carcasse
che non riconosco.




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Poesia scritta il 11/04/2026 - 18:48
Da Giorgio Iudici
Letta n.50 volte.
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