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Il sapore dei baci

Certi sapori li ho persi, al gusto, ma li conservo tuttora nella memoria. Erano quelli i tempi di quand'ero un ragazzino imberbe e, finita la scuola, andavo a far le vacanze dai nonni.
Come dimenticare quel sapore di caffè nel pentolino che mi preparava nonna Teresa, mescolato con l'uovo delle sue galline padovane, sbattuto a forza con lo zucchero.
Pure, quando ero più grandicello e non volevo più la "rosolada", ci metteva il liquore di prugna o anche la fettina di burro, che imitava il gusto di panna e faceva cittadino. Eh già: ma il burro di quei tempi era una panna solida, non altro.
E poi, come dimenticare quei baci al fontanone, quelli che ci scambiavamo io e quella dolce ragazza di S. Eufemia, sdraiati sull'erba.
Veniva dal paese vicino a trovare i suoi, di nonni, e io le piacevo perché ero uno che non ci capiva niente, di sesso. Allora si sentiva una maestrina. E per me lo era davvero.
Diciassette anni lei, quindici io. Ho dimenticato il suo nome, e come si vestiva; ma non il sapore di quei baci.
Non che fossero una cosa che mi eccitava particolarmente, quello no perché non ero maturo. Ma sentivo quella bocca nella mia e la gustavo come mangiassi ciliege, che lì al fontanone ce n'erano pure di belle rosse e grosse, sugli alberi dietro la pompa dell'acqua.
A volte le mangiavamo insieme, uno nella bocca dell'altra, ridendo.
" La lingua muovila di più... e incrociala con la mia. Prova. "
Lei diceva queste cose per insegnarmi e mi sa tanto che le piaceva molto, perché a volte mi toccava dentro i pantaloni. Io invece ero pudico, e stavo fermo con le mani, come un bravo scolaro.
Spesso me le prendeva fra le sue e se le strusciava sulle gambe scoperte, sotto il ginocchio. Io capivo che le piaceva molto e allora accarezzavo anche le cosce, aspettando altri ordini.
Mi piaceva sentire quella pelle d'oca che le veniva sulla pelle liscia.
Adesso che non c'è più quell'età e sono svaniti i momenti, mi ritrovo a rimpiangerli.
O meglio: solo ora capisco come era bella quella vita in collina, fra i filari d'uva e l'acqua sorgente che ci dissetava. Ora che non c'è più.
E, con l'età, mi sono convinto di un fatto: la bellezza delle cose la capisci solo quando svaniscono, o perché le hai perse oppure perché il tempo se le è portate via.
" Ma non ti faccio male, se te le mordicchio un po', le labbra...? " dicevo io che mi atteggiavo a freddo ed esperto amatore.
" No no, mi piace ancor più "
Lei era brava, in quelle cose. Aveva già il ragazzo, più grande, eppure non riusciva a perdere la passione per quelli più piccoli.
Io, da parte mia, sentivo strani brividi in giro per il corpo, ma niente di più. Poi mi piaceva quel fresco della sua saliva, che profumava di menta. Ne teneva sempre un ciuffetto tra i denti, e masticava gomma americana, quella che vendevano all'oratorio.
Mi ricordo che a volte, ridendo di gusto, me la passava in bocca con un bacio.
Certi giorni capitava che venisse qualche donna a prendere l'acqua col secchio in ferro, o con una tanica; raramente, per fortuna, dal momento che ormai l'acqua potabile era stata portata in tutte le case.
" Cosa fate lì, pelandroni... datemi una mano, piuttosto "
Allora mi alzavo, rosso in viso, mentre lei, la ragazza di S. Eufemia, la mia maestrina personale, la fulminava con gli occhi e s'imbronciava.
Tra donne si capivano, mi sa. Io mi adoperavo ad alzare dal gancio della pompa il secchio pieno e talvolta ne rovesciavo un po', di acqua, e mi bagnavo i piedi scalzi.
" Dammi qua, lascia stare... non è il tuo mestiere ", diceva la donna, piegandosi su un fianco a bilanciare il peso.
Noi si controllava che non si girasse, quando andava via, e ci mettevamo di nuovo a darci baci e morsi.
Un giorno mi chiese:
" Ma tu, non l'hai mai fatto l'amore? "
In quei momenti mi sentivo perso. Capivo di essere in trappola, e studiavo il modo di uscirne.
Allora adottavo la tecnica della diversione. Per non palesare il rossore le annusavo i capelli, che avevano il profumo dell'erba del prato, quello stabile, non il solito manto erboso all'inglese coltivato nei giardini.
Erano molti gli odori di quell'erba spontanea, ognuno per una qualità di fiore e di pianta selvatica.
E poi c'era il profumo della terra rossa, argillosa, quella delle vigne di Botticino, il paese dei miei nonni. Non contento glieli accarezzavo, i capelli, fingendo di essere distratto, e annusavo anche la sua candida gola, tesa come un tamburello quando rovesciava indietro i lunghi capelli neri. Aveva un profumo di pulito; sapone di marsiglia, credo.
A volte le davo pure piccoli bacetti a labbra aperte, come per stampargliele sul suo collo, le mie labbra, e anche di quella pelle sento ancora il sapore e l'odore.
" Allora... lascia stare i capelli. Vuoi rispondere o no? "
Intanto si rialzava a sedere e si riassettava la gonna e si tirava indietro i capelli. Mi fissava negli occhi e io mi sentivo confuso, suo. Poteva far di me quello che voleva. Ma non lo fece, dopotutto.
" Cosa intendi " dicevo io per prendere tempo... " L'amore come? ", e intanto arrossivo un po', imbarazzato.
Per fortuna lei capiva e mi guardava come si può guardare un figliolo, o un fratello minore. Sorrideva, anche.
" Come stiamo facendo ora... come, se no? "
Io mi sentivo sollevato e rispondevo pronto:
" No no, lo faccio solo con te l'amore "
E allora mi dava un premio più grosso, qualche carezza nei punti giusti o un bacio panterato, come lo chiamava lei, a lingua fuori come fanno i cani e le pantere, immagino.
Sembrava che mi leccasse, tipo gelato, insomma. Era una forma per dimostrarmi il suo affetto e la sua sudditanza, come fanno i cuccioli.
A me venivano i "bisigolini", un termine che non saprei tradurre. Diciamo brividi, o tremiti... ma è diverso, quasi una piccola scossa elettrica in varie parti del corpo.
In quei casi chiudevo gli occhi e mi lasciavo andare. Mi sembrava di alzarmi da terra e di non avere più peso, tanto mi sentivo leggero. E non capivo bene quello che faceva. Ma a volte mi ritrovavo bagnato e la cosa era strana perché a quei tempi ancora non mi masturbavo e non avevo polluzioni notturne.
Come dimenticare quando mi stringeva al petto, che aveva bello grosso e sodo, almeno così appariva a me, e mi faceva solletico su tutto il corpo. Ridevo, e lei si divertiva a prolungare il gioco godereccio.


Passavamo in quel modo tutta l'estate. Poi io tornavo al mio paese, vicino al lago, e lei a S. Eufemia, che altro non era se non una contrada cittadina che si estendeva verso i colli.
Erano belle giornate quelle, anche se pioveva o faceva nuvolo. Il tempo, in tutti i sensi, per noi non esisteva. Eravamo una cosa sola, due amici speciali. Un po' di più, forse.
A volte si andava in un campo di grano, non distante da lì. Lo facevamo quando venivano troppe donne a prendere l'acqua oppure c'era qualcuno che aveva delle botti da risciacquare in previsione dell'imminente vendemmia, e si piantava lì delle ore al fontanone con il carretto e gli spazzoloni.
Era bello il campo di frumento, quando c'era lei. Senza, io non lo guardavo nemmeno.
Era bello perché c'era lei con me, non per altro, e il colore dei fiordalisi si specchiava nei suoi occhi dispettosi. Il grano biondo litigava con i suoi capelli neri e, se tentava di nascondersi, la scovavo subito. La sera scrivevo poesie, pensandola. E poi mi addormentavo appagato, felice senza saper perché.




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Racconto scritto il 25/05/2017 - 11:34
Da Spartaco Messina
Letta n.200 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Un racconto spettacolare. La forza evocativa è straordinaria.. e la nostalgia arriva subito. Complimenti vivissimi..

Francesco Gentile 26/05/2017 - 12:22

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bella scorrevole ben composta molto bella 5*

GIANCARLO "LUPO" POETA DELL 25/05/2017 - 16:16

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Bellissimo leggerti, come vedere un film, uno di quelli con voce narrante che amo molto...

Mimmi Due 25/05/2017 - 16:06

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