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DOVE CRESCONO LE ORTICHE

Erano le dieci e mezza del mattino quando Donna Mimma giunse arrancando sulla via principale.
Sudata fin nelle mutande, col fiatone e i piedi imploranti misericordia, procedeva a passo lesto per le scoscese strade di paese.
Era una donna minuta, dagli abiti semplici e la pelle inscurita dal tempo. Una volta, molti anni prima, era stata anche d’aspetto gradevole ma ormai la vita ne aveva consumato qualsiasi segno di grazia.
Camminava a corti e veloci passettini, quasi da sembrare sollevarsi dal terreno, appesantita da due ingombranti borse della spesa, così colme da dare l’impressione di potersi rompere da un momento all’altro. Marciava incurante dei passanti che la osservavano con un misto di divertimento e pietà. Sì, perché Donna Mimma era uno di quei rari individui in grado di suscitare al contempo il riso e il pianto o, per essere più precisi, era la tragicomica storia della sua vita a scatenare questo contrasto emotivo.
Di distinti natali, ultima discendente di una ricca famiglia di signorotti locali, Mimma - che non si chiamava realmente così, ma fin da tenera età era sempre stata appellata in tal modo, tanto che perfino lei aveva dimenticato il proprio nome - aveva trascorso la propria infanzia fra agi e spensieratezza, per ritrovarsi poi, alle soglie dell’adolescenza, nella più scura miseria.
«Tutta colpa di quello scialacquatore del padre! Se solo avesse curato i propri possedimenti anziché le sottane delle sue donnette…» ripeteva la gente del paese. Ed era vero quel che si diceva, perché dopo la morte del nonno, oculato proprietario terriero, gli erano stati sufficienti pochi anni e alcuni investimenti sbagliati per dilapidare completamente tutto il patrimonio, riducendo la famiglia ad uno stato di semipovertà. E tutto questo i compaesani lo mormoravano alle spalle di Mimma, allora innocente e fresca signorina. Veniva sussurrato con quell’intonazione tale da dare l’impressione che non si volesse essere sentiti, mentre invece si era ben consapevoli d’essere perfettamente udibili.
Ben presto la povera Mimma fu costretta a contrarre matrimonio per rimediare, almeno parzialmente, ai danni arrecatele da chi l’aveva generata.
«É un bravo figliuolo, lavora sodo e guadagna bei soldi. Vedrai che col tempo ti abituerai. Eppoi, non vorrai mica farti mantenere da noi per tutta la vita no?!» questo l’augurio che le fece la madre il giorno delle sue nozze, che fu anche il giorno in cui Mimma scomparve per lasciare il posto a Donna Mimma.
Dal suo sposo, un individuo senza lode né infamia, non aveva avuto altro che tre figli - due maschi e una femmina - e nemmeno tanto ben riusciti.
Il suo fu un matrimonio scialbo. Sebbene non fosse raro a quell’epoca che tra moglie e marito regnasse un sacramentale disinteresse reciproco, ogni tanto Donna Mimma aveva invidiato quelle donne che passeggiavano beate a braccetto del consorte. In un paio d’occasioni ne aveva anche vista qualcuna ridere di gusto e conversare con lui al tavolino di una caffetteria, e le era parso un fatto straordinario.
Lei invece del marito conosceva solo la schiena, ricurva controsole nei campi. Anche quando erano insieme regnava fra loro un assordante silenzio, fatto di sguardi che non si incrociavano mai e di pelli che non riuscivano a sfiorarsi. Non s’era mai permessa di chiedere di più. Non per timore, perché non era un uomo violento - sebbene i suoi lunghi silenzi potessero talvolta ferirla come lame - ma perché semplicemente non pensava le spettasse altro. Solo una volta, durante i primi anni di matrimonio, aveva provato a parlare con lui.
«Ma se domani andassimo…»
Sull’“andassimo” il marito aveva alzato lo sguardo e l’aveva fissata da sotto gli occhiali. Lei non era più riuscita a proseguire oltre.
Col tempo le cominciò a sembrare quasi una benedizione avere accanto a sé un uomo che non la degnasse d’uno sguardo: Sei più libera, pensava, infondo è un po’ come se fossi da sola.
Nemmeno i figli - che per molte donne rappresentano una secchiata di colore sullo sfondo grigio di un matrimonio vuoto - erano riusciti a scaldarle l’animo. Sì, erano bravi ragazzi, non avevano creato grossi problemi, ma avevano ereditato dal padre la stessa indifferenza nei suoi confronti. La chiamavano mamma, a maggio le regalavano fiori, ma non c’era sentimento nella loro voce, non c’era affetto nei loro gesti. Man mano che crescevano le pareva poi che la genetica spilorcia della propria famiglia si rivelasse sempre più. Avevano infatti mostrato un’insana passione per il denaro e il benessere. Passione che si era palesata alla morte del padre quando, esattamente dieci minuti dopo che il medico l’aveva dichiarato deceduto occuparono il tavolo della sala riunioni dell’ospedale per discutere la spartizione dell’eredità.
Verso i cinquant’anni infatti Donna Mimma rimase vedova e i figli comprarono una cascina in campagna per andare a vivere tutti insieme come una grande famiglia.
«Vieni anche tu, così non sarai sola. Ci sono i bambini e ci siamo noi a tenerti compagnia e potremo aiutarti quando sarai più vecchia», le avevano detto.
Donna Mimma, che in verità avrebbe preferito rimanere tranquilla nel suo piccolo appartamento in città, per compassione o per disperazione si lasciò convincere a seguirli. Vendette l’alloggio e si trasferì nella grande casa rustica. In seguito avrebbe rimpianto amaramente quel gesto di filantropia.
Dall’inizio della sua vita come Donna Mimma era passato oltre mezzo secolo. E ora di quegli anni l’unica cosa che ricordava erano doveri e lavoro. Prima a servire i tavoli in una squallida taverna, poi nei campi di grano a strappar ortiche fino a farsi diventare le mani scarlatte, infine a spianare il pane giù al forno. Intanto badando ai figli, cambiando pannolini, girando minestre, stirando pantaloni,… Mai un’evasione, uno sfizio o una distrazione s’era concessa, così assorbita com’era nelle proprie incombenze. Nemmeno un vezzo femminile, sebbene con il lavoro del marito e il proprio, godesse di un discreto benessere economico. Una vita passata a servire gli altri, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino a che la vita stessa era passata via da lei.
Ma il vero dramma era che perfino adesso, ormai anziana, non aveva trovato pace e continuava ad essere sepolta dalle faccende e dagli obblighi.
Ogni mattina puntuale si levava alle sei. Preparava con attenzione la colazione per i nipoti ancora avvolta nella vestaglia di lana infeltrita. Poi li svegliava, dolcemente affinché non si infuriassero, li sedeva al tavolo e li sfamava abbondantemente. Latte caldo e biscotti per Tito. Tè nero per Laura, non troppo caldo che le fette si disfanno. Solo un pezzo di torta, ma ogni giorno diversa, a Martina. Terminato il cerimoniale della colazione, dopo averli vestiti ed essersi assicurata che le cartelle fossero in ordine e che ciascuno avesse preso la propria, li accompagnava a scuola. Tito e Martina, i più grandi, alle medie, e la piccola Laura alle elementari, esattamente dalla parte opposta del paese. Lasciati i pargoli, per le nove era già tra i banchi del mercato a fare compere, e intorno alle dieci si incamminava verso casa. Non parlava con nessuno se non per sterili convenevoli e si muoveva sempre frettolosamente come se un qualche diavolo le corresse appresso. E in effetti era proprio così. Perché una volta arrivata a casa e sistemata la spesa avrebbe cominciato a preparare il pranzo. Verso l’una sarebbe arrivato il genero, che era solito pranzare a casa coi bambini. Tutti molto affamati e stanchi, avrebbero preteso d’esser serviti come alla corte di Luigi XIV e solo quando tutti fossero stati pasciuti e distratti da televisione e cellulari sarebbero iniziate le operazioni di rassetto e pulizia della cucina. Nel pomeriggio giungeva il tempo del bucato, che da solo avrebbe richiesto circa due ore tra ritiro dei panni, stenditura di quelli lavati e stiratura. D’altronde i vestiti di dieci persone erano molti. Qualche lavoretto in giardino - che tutti avevano voluto e nessuno curava - e sarebbe arrivata di nuovo l’ora di tirar fuori le padelle. A cena - che necessariamente non poteva essere inferiore a quella di Babette(1) - oltre ai commensali del pranzo avrebbero partecipato tutti i figli coi rispettivi consorti. Altro riordino, poi il bagno ai bambini e infine a letto. Quando tutti si fossero ritirati nella propria stanza, Donna Mimma avrebbe fatto ancora qualche piccolo lavoretto che non aveva avuto il tempo di terminare durante il giorno, come rammendare un golfino o controllare l’astuccio dei bambini. Ultimati i propri compiti, nel silenzio della notte, avrebbe potuto finalmente sdraiarsi nel letto e cadere in un sonno comatoso. Fino all’indomani, quando sarebbe iniziata un’altra giornata di doveri, uguale e identica alla precedente.
Anche quello appena iniziato era stato fino ad allora un giorno uguale a mille altri già trascorsi. Sennonché, giunta a pochi metri da casa, una di quelle pesanti borse che trascinava con sé si ruppe riversando a terra il contenuto. Donna Mimma, sbruffando, si chinò per raccogliere la roba ed all’improvviso fu buio.
* * *
Il medico disse ai famigliari, radunati attorno al suo letto, che si trattava solo di un colpo di calore. Comprensibile considerando l’età della donna e il caldo asfissiante. Un po’ di riposo, fu la sua ricetta.
Sì, pensò Donna Mimma, altro che riposo!
Non appena il dottore se ne fu andato la figlia prese parola.
«Non ti preoccupare mamma, adesso ti riposi qualche giorno e poi vedrai che starai meglio. Ci occuperemo noi di tutto. Certo non sarà facile col lavoro e i bambini e poi Car... »
«Basta!» tuonò nella stanza la voce di Donna Mimma. «Adesso basta! Ho finito di fare la serva vostra io. Io domani me ne parto!»
«Ma cosa dice Donna Mimma?!» esclamò una delle nuore.
«Non puoi nelle tue condizioni. Magari più avanti, se proprio vuoi possiamo fare una gita da qualche parte, ma ora devi riposarti, l’hai sentito il medico no?!» aggiunse il primogenito.
«No, non avete capito. Io me ne vado. Me ne vado vi dico! Faccio fagotto oggi stesso e domani a quest’ora sarò già su un treno. Per la Francia o per Roma, chissà. O magari sarà un aereo in direzione di qualche bel paese esotico. Fatto sta che vi lascio tutti quanti e me ne vado!» urlò Donna Mimma.
«É impazzita. Oddio la mamma ha perso la brocca! Te l’avevo detto che dovevamo portarla a visitare, a farle fare quegli esami per gli anziani», disse l’altro figlio.
«Avrà la demenza come si chiama… senile, demenza senile!» puntualizzò una nuora.
«Ma no state calmi, sarà stato solo il colpo di calore che le ha dato un po’ alla testa», aggiunse il genero divertito.
«E poi, Mamma, dove vuole andare quando ha già tutto qui?!» rincarò la seconda nuora.
«Ma quale colpo di calore, quale demenza!» lì interruppe Donna Mimma. «Siete voi che mi fate impazzire. Una vita con voi altri mi ha fatto impazzire! Da sempre, sempre dico, ho lavorato, servito, pulito, cucinato e nient’altro. Prima con vostro padre, ora con voi. E fosse mai scappata anche per sbaglio una parola di ringraziamento a qualcuno. Quelle bocche disgraziate che ho partorito solo ordini sono state capaci di dare! Ho dedicato la mia vita agli altri e ora? Ora cosa mi rimane? Che quasi ci rimanevo secca per servire voi!»
«Uh secca?! Che esagerazione!» intervenì di nuovo il genero in tono canzonatorio.
«Eccola che fa la melodrammatica. Noi ti abbiamo comprato questa bella casa e ti abbiamo ospitato qui di modo che non avessi nulla a cui pensare, né soldi né altro, e ora tu ci ringrazi così? Su mamma se non volevi rimanere con noi, perché sei venuta invece che startene a casa tua?» la rimproverò la figlia.
«Perché, mi chiedi? Carogna. Tu sei la più impestata di tutti! Ma adesso finisce qui questa farsa. La festa finisce per tutti e inizia per me! Io domani me ne vado, sappiatelo. E tutti i soldi maledetti che con tanta impazienza aspettate che vi lasci me li porto con me.»
«Avete già mangiato e dormito abbastanza sulle mie spalle. Se potete permettervi la vita che avete lo dovete a me. Me che bado alla casa, me che giro tutti i negozi carica come un mulo, me che guardo i figli che voi avete messo al mondo, me che mi spezzo la schiena di fatica.»
«Dici che ero ospite in questa casa? No cara, ero la domestica e la governante. E non è certo per buon cuore che mi avete fatta venire qui, ma perché vi era comodo, vi è comodo! E sì, la mamma pensa a tutto, la mamma va a ritirarvi la posta, la mamma vi apparecchia tavola, la mamma lava le vostre mutande. E zitta, zitta, lo fa in silenzio, senza mai lamentarsi, senza mai dire di no. Ohhh quanto vi sarebbe costata una domestica così, a tempo pieno? Ecco adesso mi prendo i miei arretrati. Una vita di arretrati. Quei soldi che con tanta fatica ho risparmiato me li spendo tutti.»
«Ah, champagne e fragole e diamanti e alberghi. Tutti me li voglio sperperare cosicché quando sarò crepata non vi resti nulla. Anche il funerale mi dovrete pagare! E adesso via, via da questa stanza, andatevene che non voglio più vedere i vostri brutti visi!» e così, imprecando, lì caccio via dalla camera e vi si chiuse dentro.
Tornato il silenzio, dopo essersi ricomposta, Donna Mimma si sedette sul letto a pensare.
Non era impazzita, anzi pazza lo era stata fino ad allora a tollerare di condurre una vita come quella. Ora invece aveva capito. Finalmente aveva visto le cose chiaramente.
In quei minuti in cui era rimasta svenuta in mezzo alla polvere aveva fatto un sogno.
Era molto tempo che i suoi sonni erano privi di sogni, ma ora delle immagini si erano affacciate nella sua mente. In principio aveva sognato d’esser tornata bambina, nella grande casa patronale circondata dalle cose della sua infanzia, prima del tracollo finanziario quando ancora poteva dirsi felice.
Poi era arrivato il mare. Quel mare verde e calmo nel quale era solita bagnarsi i piedi da ragazza e che aveva dovuto abbandonare a malincuore dietro sé. Tutte le immagini e le sensazioni erano così vivide da parerle reali. Udiva le onde, i gabbiani e le sembrava perfino di poter sentire l’odore del sale.
Infine, il sogno più bello di tutti. Era in un elegante e sfarzoso albergo, circondata da persone distinte che mangiavano e danzavano come in un film d’altri tempi. Dapprincipio si era sentita a disagio, miserabile com’era in mezzo a quella gente distinta. Poi aveva notato che lei non era più lei, non era la donna che conosceva. Camminava lentamente e indossava un bel vestito di raso spesso, uno di quelli che costano lo stipendio di un mese. Le sue mani non erano più raggrinzite dai detersivi ma bianche e morbide e anche i capelli erano freschi di piega. Era seduta a un tavolo e il maitre le serviva ogni tipo di leccornia chiamandola “Signora”. Beveva, rideva con gli altri commensali, danzava anche lei con uomini affascinanti in doppiopetto, e provava una felicità mai sperimentata prima. Un senso di liberazione senza eguali, come se tutt’a un tratto fosse rinata, come se Donna Mimma non fosse mai esistita.
Al risveglio, ripiombata nella miseria della sua esistenza, l’aveva pervasa dapprima un senso di delusione nel rendersi conto che si trattasse solo di un sogno. Poi era sopraggiunta la rabbia e il pentimento tardivo per aver sprecato la propria esistenza.
Sì perché lei fino ad allora non aveva mai veramente vissuto. Non aveva mai desiderato, non aveva mai sperato. Si era semplicemente adattata alla vita che le era stata confezionata da altri. Rassegnata ad essere quella che loro volevano che fosse. Ripetendo passivamente giorno dopo giorno una recita prestabilita di cui lei era solo una comparsa di poco conto.
Ma quella, lo capiva solo ora, non era una rappresentazione, era la sua vita. E aveva permesso che gli altri decidessero come dovesse viverla arrivando fin quasi a convincersi di essere lei stessa a volerla così. Ora però, dopo quel sogno, non poteva più sopportarla. Ora che aveva provato e visto che un altro modo esiste, non poteva semplicemente ricacciare tutti i sogni sotto al tappeto e tornare ad essere quella di prima.
Aprì la finestra e fece un lungo e profondo respiro. Perfino l’odore dei campi concimanti adesso le sembrava delizioso.
Sentì allora un calore provenirle dalle viscere e il sangue pulsare nelle tempie al ritmo di tamburi africani. Tutto fremeva in lei per la voglia di cambiamento. Quella casa, il suo passato, la prole, tutto le pareva lontano. Quella che fino ad allora era stata la sua vita adesso le sembrava quella di un’altra persona, di qualcuno che non conosceva e che nemmeno le piaceva.
Gli stessi abiti che indossava cominciarono a pruderle addosso. Urticavano come le ortiche che strappava via a mani nude.
E allora via, via questi vestiti, questi vestiti che non sono più i miei! Via tutto! Tutto nuovo, tutto daccapo. Libera, libera! Sarò un’altra persona, sarò chi sono sempre voluta essere e vivrò la vita che merito, la vita che scelgo... e con questi pensieri, e una ritrovata - o forse meglio sarebbe dire nuova - voglia di vivere Donna Mimma iniziò a preparare la valigia.
* * *
Al funerale si presentò quasi tutto il paese, come era d’usanza in quei piccoli borghi.
La gente in processione dietro al carro, mormorava a bassa voce.
Si raccontavano episodi della vita della defunta, qualcuno affermava di esserne un intimo amico, fioccavano ipotesi e congetture sulle cause della sua morte.
«È successo così all’improvviso», disse una paesana.
«Già, pare che i figli l’abbiano trovata morta stecchita a terra nella sua camera», precisò un’altra.
«Madonna! E pensare che solo ieri mattina facevamo la spesa assieme… e sembrava stare bene, come al solito...» esclamò una.
«Le sarà venuto un infarto o un ictus povera donna, con la vita che faceva tutti i giorni…» sussurrò un vecchio.
«Hai sentito? Pare che avesse appena finito di dire ai figli che l’indomani se ne sarebbe andata via per i fatti suoi abbandonandoli tutti, nipoti compresi», disse la meglio informata. «E in un certo senso è quel che ha fatto…» aggiunse sottovoce.
«Ma vero?!» chiese qualcuno.
«Sì, sì che è vero!»
«Andar via? E dove voleva andare?»
«E chi lo sa, ma l’hanno trovata lì con la valigia aperta e tutta la camera sottosopra. Parlava di hotel, di fare la vita da signora… Poverina va a sapere cosa le è preso nel cervello. Ho sentito la figlia dire che era diventata matta», confermò un’altra.
«Cose da pazzi, cose da pazzi! Non aveva mai fatto nulla e ora alla sua età, mettersi certi grilli per la testa… ma cosa si pensava di fare poi?!» replicò con un misto ironia e avversione qualcun altro.
«Ah, certo che avrebbe fatto meglio a non farsi venire strane fantasie», sentenziò la più saggia. «Hotel, bella vita,… mica tutti possono sognare eh! Doveva rimanere coi piedi per terra e non le sarebbe successo niente. Invece ha vaneggiato ed è stata punita.»
 


Note 1: Si fa riferimento al film “Il pranzo di Babette”, 1987, in cui la fedele domestica di casa, vinta una cospicua somma alla lotteria, decide, col provento della vincita, di imbastire una sontuosa cena francese per le sue padrone e i loro ospiti.


2 Racconto appartenente ad una raccolta dal titolo "Vite di vetro"




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Opera scritta il 29/03/2019 - 18:12
Da Being Human
Letta n.207 volte.
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Commenti


Ciao. Ben trovata. Se la perfezione che suggerisce questo scritto fosse generalizzabile con lo studio, tu non saresti unica. E invece penso che rimani unica. Ti invidio un poco. Ma sono contento di me quando riesco a dirti che sei unica.

Ernesto D'Onise 30/03/2019 - 10:50

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L'ho letto d'un fiato.
Dai perfettamente come impostare un racconto, conosci
la tecnica, il metodo e la forma.
Perfetto direi...
La trama nn mi ha entusiasmata, ma hai classe.
Sinceramente, bravissima

laisa azzurra 29/03/2019 - 23:25

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