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Amir e Chiara

È una storia, forse vera, forse no. A me l'hanno raccontata qui, fra queste mura, e ve la ripropongo con le mie parole e con un pizzico di inventiva. Insomma, la romanzo quel tanto che basta, come si fa un po' tutti noi aspiranti scrittori, o giornalisti, quando vogliamo enfatizzare certi fatti di cronaca.
Siamo in un reparto di chirurgia di un grande ospedale. Seduto in attesa di un colloquio con il medico di turno, un ragazzo giovane, meno di trent'anni, di nazionalità incerta. Potrebbe essere indiano, o pakistano, ma anche tunisino, o più in generale magrebino.
È un ragazzo molto serio, quasi triste. Indossa un completo in jeans, moderno, e scarpe firmate, sportive. Sapremo poi che il suo nome è Amir, ed è un tecnico informatico. Probabilmente proviene da una famiglia ricca e parla bene l'italiano, avendo studiato a Pisa.
Entrano altre tre persone, in questa saletta d'attesa. Nemmeno a farlo apposta, le poltroncine sono quattro. I tre, papà, mamma e figlia sui dieci anni, si accomodano vicino al giovanotto. Appare subito un certo imbarazzo nella scelta del posto, perché il papà si siede per primo, proprio sulla poltroncina più distante dal giovane di colore, se così si può chiamare quel bel ragazzo con la carnagione olivastra.
Di fianco al marito si siede la moglie, senza rendersi conto, in un primo momento, che la bambina dovrà sedersi vicino allo straniero. Costui, impassibile, guarda davanti a sé come se fosse in contemplazione. È pensieroso, e dà l'impressione di aver capito la diffidenza della famiglia verso di lui. Tuttavia offre un lieve sorriso alla bambina, che si appresta a sedersi accanto a lui.
Quando la bambina si è seduta, subito la mamma la fa alzare:
« Chiara, dove ti siedi? Prendi il mio posto » esclama, strattonando la ragazzina per un braccio.
Mentre avviene il cambio di posto, e la mamma si sta sedendo di fianco ad Amir, interviene il padre:
« Che fai?...alzati, prendi il mio posto » dice alla moglie in malo modo.
La donna si alza svelta, prende il posto del marito, nell'ultima poltrona, e costui rimane in piedi accanto a lei.
Amir dimostra di possedere un invidiabile sangue freddo. Si comporta come se non avesse minimamente intuito che quella è una famiglia razzista, o meglio che lo sono padre e madre.
Inghiotte amaro e guarda fisso davanti a sé, evitando possibili incroci di sguardi.


Passano alcuni minuti, imbarazzanti per tutti; poi, a rompere la tensione, arriva un'infermiera che annuncia, rivolta ai componenti della famiglia:
« Prego, accomodatevi. Il dottor Salvadori vi attende »
E, rivolta al giovane straniero, aggiunge:
« Anche lei...prego », indicando la medesima porta dello studio.
I quattro entrano e l'infermiera li fa accomodare sulle sedie preparate davanti alla scrivania.
Anche in questo frangente accade la stessa situazione imbarazzante dell'occupazione dei posti, ma stavolta è l'infermiera che li indica, con una certa autorità.
La ragazzina viene fatta sedere vicino ad Amir.
« Bene », inizia il medico, « sono lieto di darvi belle notizie »
Il viso del papà si illumina, e quello della mamma appare addirittura gioioso. Per la prima volta, da quando sono entrati in ospedale, si lasciano andare ad un largo sorriso.
« Ormai posso dire, con assoluta certezza, che l'operazione di trapianto del midollo osseo ha avuto il suo effetto. Vostra figlia è fuori pericolo, mi sento di poter affermare che è del tutto guarita dalla leucemia »
« E per quanto riguarda lei, Amir, posso confermare... »
Il medico viene bruscamente interrotto dai genitori della bambina, che all'unisono esclamano:
« Scusi dottore, possiamo andarcene? Non abbiamo intenzione di ascoltare le vicende della salute del suo paziente, crediamo proprio che non ci riguardino »
Amir e il medico si guardano. Sembrano entrambi sconcertati. Poi un dubbio si insinua nella mente del dottore, dubbio che viene fugato dal giovane straniero.
« No dottore, loro non sanno niente della mia storia... »
Papà, mamma e bambina si guardano allibiti. Poi il padre prende il coraggio a due mani, e alzandosi esclama, vagamente alterato:
« Insisto, dottor Salvadori, noi le siamo infinitamente riconoscenti, ma non vogliamo sapere niente dei problemi di questo ragazzo. Se non le dispiace ce ne andremmo »
Amir ora sembra più deciso. Senza esitazione si rivolge al medico, che appare ancor più sbalordito.
« Hanno ragione, dottore...li lasci andare, la mia vita non è legata in alcun modo alla loro »
« Mi dispiace deluderla, signor Amir, perché invece il legame c'è, eccome »
Poi, mentre tutti lo guardano a bocca aperta, continua:
« Potremmo avere ancora bisogno del suo midollo osseo, se ci fosse una recidiva... »
Entra l'infermiera e non può non notare un velo di commozione che bagna gli occhi di Chiara.




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Opera scritta il 12/06/2022 - 16:36
Da Alex Sandrini
Letta n.169 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Ti leggo per la prima volta Alex ... e questo racconto mi ha commosso non poco, mi sono ritrovata dentro un dramma, vissuto appena due anni fa...per tipologia di malattia, certo non per il resto, il razzismo una piaga ancora molto forte da debellare...sei stato bravissimo, con tatto e delicatezza hai affrontato l'argomento. Complimenti. Grazie per i tuoi commenti

Margherita Pisano 18/06/2022 - 23:27

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Io se ero nel Dott. ne cantavo quattro ai genitori!! Speriamo nelle generazioni future scevre da ogni razzismo!! Ma ho dei dubbi!!

Anna Cenni 13/06/2022 - 14:06

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Grazie a tutti per i bei commenti...

Alex Sandrini 13/06/2022 - 12:28

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Uno splendido racconto scorrevole e ben scritto che coinvolge anima e cuore.
Ci fa anche comprendere le assurdità del razzismo. Notevole!

Maria Luisa Bandiera 13/06/2022 - 09:45

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Scritto splendidamente.
Complimenti soprattutto per l'argomento delicato

Mirko D. Mastro 12/06/2022 - 21:32

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5* meritatissime!

Marina Assanti 12/06/2022 - 20:59

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E' splendido.
Vero nel bene e nel male.
Molto ben scritto e, tanto, tanto apprezzato e condiviso.
Complimenti sinceri, Alex, bravo!

Marina Assanti 12/06/2022 - 20:57

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