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Con i nostri pensieri abbracciati

Da ragazzo - ricordo che ancora frequentavo le elementari - avevo una passione inspiegabile per i treni, passione che resterà pressoché immutata negli anni.
I treni che mi facevano sognare non erano i soliti trenini elettrici ricevuti in regalo da santa Lucia o da Babbo Natale, erano proprio quelli veri, quei mostri buoni d'acciaio che sfrecciavano a poche centinaia di metri da casa mia.
A quei tempi avevo otto anni ed ebbi ancora qualche annetto per godermi la saggezza del mio nonno paterno, Angelo, che viveva in casa con noi.
Morì il giorno del mio decimo compleaano, e il dolore che vidi sfigurare i lineamenti del volto di mio padre durante tutto il funerale, io lo raccolsi nel profondo del cuore, che avevo ancora tenero come un virgulto.
Nonno mi voleva bene, e tutti dicevano che ero come lui. Fu nonno Angelo che mi insegnò le tracce del narrare, e lo fece istruendomi nell'arte del teatro di strada. Io e lui facevamo coppia fissa, nelle feste di famiglia, ed eravamo in grado di stupire ed intrattenere familiari, parenti ed ospiti, con storielle, barzellette, aneddoti.
Ma questa è un'altra storia.
Dicevo che quelli erano gli anni del dopoguerra, e di automobili o camion se ne vedevano davvero pochi esemplari. Va da sé che, col silenzio che regnava nel mio paesello natio, interrotto solo da qualche strillone locale che cercava stracci, ossa e pelli di coniglio, merce che caricava su un carretto trainato da una bicicletta, con quel silenzio, dicevo, si potevano sentire i fischi dei treni che passavano giù alla Stazione, la parte di paese rivolta a sudovest, nel bel mezzo dei campi di granturco.
E quei fischi mi facevano sobbalzare, ogni volta, e sognare.
Un giorno chiesi al nonno:
« Nonno, tu lo sai fin dove arrivano le rotaie? »
Lui mi guardò, dapprima stupito, poi impacciato, tant'è che si mise a ridere per sdrammatizzare, e disse:
« No, non l'ho mai saputo, ma uno di questi giorni andiamo a scoprirlo »
Non passava giorno che non gli rammentassi la promessa:
« Nonno, quando si va a vedere dove arrivano le rotaie? »
Fu così che un bel giorno di una calda primavera avanzata, nonno Angelo si alzò, si vestì di tutto punto, giacca cravatta e panciotto con orologio nel taschino e, rivolgendosi a mia madre, disse:
« Vesti Nino come si deve, che lo porto a fare un giro col treno sul lago di Garda »
Il mio sogno si stava avverando. Avrei saputo dove finivano le rotaie. Ero talmente emozionato che mentre mia madre mi lavava - a quei tempi si usava una tinozza in legno e per sapone un impasto di sabbia finissima bianca e sapone morbido, ottenuto da una bollitura di cenere e grasso di maiale - pur con gli occhi chiusi per il bruciore, chiedevo al nonno:
« Ma allora le rotaie terminano sul lago di Garda? »
Quando il nonno finalmente mi prese per mano e mi portò nel garage dove teneva, tra le tante cianfrusaglie, anche la sua Moto Guzzi Airone, disse:
« Non so se terminano sul lago di Garda. Io sono arrivato fino a lì. Oggi ci andiamo e poi chiederemo al Capostazione»
Nonno Angelo era matto per davvero. Lo so perché tutti mi dicevano: sei tale e quale a tuo nonno, e siccome io sono matto, per la proprietà transitiva...; insomma, sapete che fece? Prima di farmi salire in moto seduto sul serbatoio tra lui che guidava e il manubrio, tirò fuori da un vecchio armadio un piccolo colapasta, legò due corde alle maniglie e lo riempì di ovatta. Poi me lo calò in testa, legò le cordicelle sotto il mio mento, e mi issò a bordo. La gente che ci vedeva al nostro passaggio si girava, e non ho mai capito se fosse la sua bella moto rossa e argento ad attirare l'attenzione o il mio speciale casco.
Quel viaggio in treno non l'ho più scordato, e anche se con quel mezzo di locomozione ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, resterà il più bello e il più avventuroso di tutti.
Arrivammo a Desenzano del Garda e, come promesso, appena scesi il nonno cercò il capostazione.
Era un uomo alto, imponente, così lo ricordo, con un paio di lunghi baffi bianchi che gli donavano un'aria seriosa. Aveva un bel berretto rosso con visiera e una paletta come quella della polizia.
« Senta buon uomo » disse mio nonno rivolgendosi a lui dopo che il treno era ripartito, « mio nipote vorrebbe sapere dove arrivano queste rotaie del treno »
Io guardavo il capostazione ed ero emozionato per la risposta che finalmente avrei avuto.
« Santa polenta », disse l'uomo « ora che ci penso non lo so proprio. Ma sono sicuro che arrivano a Venezia »
Al che mio nonno ringraziò, mi prese per mano, mi schiacciò l'occhio e disse, da uomo saggio qual era:
« E allora sai che si fa? Un bel giorno andremo a Venezia e chiederemo al Capostazione di quella città »
Poi, mentre camminavamo verso il lungo lago, aggiunse:
« Intanto andiamo a prenderci un gelato e godiamoci questo bel sole »
Ci sedemmo su una panchina in riva al lago, di fronte al monte Baldo ancora innevato, con i nostri pensieri abbracciati. Non potevo saperlo, ma a Venezia non ci andammo più.



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Racconto scritto il 08/11/2019 - 20:33
Da Giacomo C. Collins
Letta n.104 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Il titolo la dice lunga sulla dolcezza infinita di questo tuo racconto...

Mimmi Due 09/11/2019 - 13:35

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Giacomo, un racconto che fa ridere e che commuove, un misto di emozioni...
l'arte di arrangiarsi, in questo caso quella di tuo nonno, è quella marcia in più che non dovremmo mai perdere...
Bravissimo

Grazia Giuliani 09/11/2019 - 13:32

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Questo racconto mi é piaciuto molto per la storia e per come l'hai scritto.Ciao Giacomo.

Antonio Girardi 09/11/2019 - 13:16

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Un racconto bellissimo. hai disegnato una storia dolce e avvincente arricchita dall'atmosfera e dai sapori perduti del tempo.. Complimenti Giacomo

Francesco Gentile 09/11/2019 - 12:02

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