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Continuare a vivere

Una schiera di piccole case allineate, tutte uguali, di colore giallo, con le finestre verdi, erano situate in una zona residenziale della città. Avevano annesso un piccolo giardino, dove i prati curati e le aiuole variopinte dai bellissimi fiori, le rendevano luminose ed allegre.
I proprietari erano per lo più professionisti: avvocati, medici e impiegati nelle varie amministrazioni.
C’ erano anche molti bambini, i quali, dopo la scuola giocavano ed andavano insieme in bicicletta lungo il viale.
In una di queste ridenti casette, vi abitava Clara, Fabio con i figli: Tania e Paolo. Clara era una casalinga e Fabio un commercialista.
Una famiglia che conduceva una vita ordinaria, lavoro, scuola, qualche cena con gli amici, palestra, e la domenica a pranzo con i nonni.
Una mattina come tante, erano leggermente in ritardo e Clara urlò: “ Paolo, Tania, vi sbrigate a fare colazione che fra poco passa lo scuolabus e lo perderete?”
Tania sbuffò, come era solita fare, da quando era entrata in una sorta di rifiuto per i grandi e soprattutto, nei confronti di quella madre, che a suo parere, la sgridava per nulla.
Rispose irritata: “ Mamma, ma devi per forza urlare? Ci sento benissimo, sono quasi pronta!”
Al contrario, Paolo, il fratellino, era un bambino dagli occhi grandi color nocciola e con un sorriso disarmante, guardò la mamma e fece solo un gesto di assenso.
Intanto, mentre la mamma era intenta a preparare tutto ciò che serviva ai figli: la colazione, la merenda per la scuola, Fabio tranquillo beveva il suo caffè ed intanto, dava un occhiata alle sue e- mail sul tablet. Dopo di che, salutò Clara sfiorandole le labbra con un bacio e si recò al lavoro.
Questo era quello che più o meno succedeva tutte le mattine. Ma quel giorno, Clara si era svegliata con un malessere ed un’ angoscia che le attanagliava lo stomaco; non ne capiva il perché.
Verso le otto, i figli erano già pronti, quando sentì il clacson dello scuolabus, che li avvertiva del suo arrivo. I due ragazzi, uscirono salutando la mamma, ma Paolo, tornò indietro abbracciandola e dicendole: “ Ti voglio bene mamma.” Clara lo strinse a sé, rispondendo: “ Anch'io amore mio.”
Tania non aspettò che il fratello attraversasse la strada e lo lasciò solo, bastò un attimo e Paolo non si accorse del sopraggiungere dell’ auto, che lo investì in pieno.
Lo schianto fu terribile ed il bambino sbalzò in avanti e fu trascinato per qualche metro, prima che la macchina sparisse a gran velocità dalla visuale.
Clara sentì l'urlo disumano di Tania, corse fuori con il terrore negli occhi, riuscì solo a vedere il figlio a terra, in una pozza di sangue, prima di cadere svenuta sull'asfalto, mentre gli altri bambini urlavano.
Non seppe quanto tempo rimase in quello stato, ma al momento che riaprì gli occhi, si trovò accerchiata da un gruppo di persone e disse solo, con un filo di voce: ” Paolo, dov'è Paolo?” Quando vide, che nessuno le rispose, dai loro sguardi attoniti, capì subito e cominciò a dimenarsi, urlando a squarciagola il nome del figlio.
Poi cadde in una specie di torpore, i medici che erano accorsi per l'incidente, le avevano prontamente somministrato dei tranquillanti.
Fabio fu avvisato per telefono e corse immediatamente in ospedale, dove gli dissero che avevano fatto tutto il possibile, ma che purtroppo, non c’ era stato nulla da fare.
Lui scoppiò in lacrime, disperato abbracciò la figlia, la quale sussurrava: ” E’ tutta colpa mia, che non gli ho dato la mano mentre stava attraversando la strada.”
Intanto, Clara era in una stanzetta attigua, dove i medici la tenevano in osservazione per 24 ore, visto che si trovava in stato di shock e necessitava di cure.
Nel frattempo, giunsero le forze dell’ ordine, per acquisire tutte le informazioni possibili sull'incidente e quindi, chiesero anche, se avevano riconosciuto l’ auto, che aveva investito il bambino. Presero degli appunti e dalle poche testimonianze emerse, seppero che era stata una Ford Focus, dal colore grigio metallizzato, ed il conducente, molto probabilmente, era una donna.
I giorni che seguirono lo straziante funerale, furono terribili ed angoscianti, si viveva e ci si muoveva come automi, il sentimento del dolore era indescrivibile.
Da quel tragico giorno, Clara si sentiva morta, morta come il figlio; si era spento il suo sorriso, la luce negli occhi, il colorito smunto ed il vuoto nell'anima. Stava per ore, nella cameretta di Paolo, chiusa al buio e respirava il profumo delle sue magliette.
Quando la figlia la chiamava per mangiare qualcosa, lei usciva forzatamente dalla stanza, ma era come se non ci fosse. Tania soffriva in silenzio e si sentiva sempre più sola, per quanto riguarda Fabio, egli non restava neanche più in casa e spesso dormiva in ufficio.
La moglie li avevi esclusi dal suo dolore, a loro non restava altro, che mettersi da parte.
Intanto, le ricerche continuavano e non si riusciva a trovare il colpevole; i telegiornali continuavano a parlarne, ma fino a quel momento, le ricerche non avevo dato alcun esito.
A Clara poco importava, ormai, nessuno le avrebbe ridato più il figlio, ma Fabio, voleva a tutti i costi trovare la persona che gli aveva distrutto la propria famiglia.
Già… chi era il pirata della strada?
Marisa guidava distratta e turbata, ripensava all'ultima litigata con Luca, il suo compagno, il quale, gli aveva vomitato addosso tutto il suo disprezzo, definendola in tutti i modi e poi, rinfacciandole che lei era una poco di buono, la sua gelosia rasentava la malattia.
Lui, era ossessionato che lo tradisse ed ogni suo gesto o parola, nascondeva chissà quale inganno.
Stava tornando a casa, dopo aver trascorso la notte insieme a lui e vide da lontano, lungo il viale, lo scuolabus, ma non si accorse del bimbo che stava attraversando la strada.
Il botto tuonò nelle sue orecchie come un boato e poi vide quel corpicino, che volava sul cofano della macchina e quegli occhioni spalancati dallo stupore.
Il suo istinto, fu quello di scappare più lontano possibile, presa dal panico, fuggì verso casa. Arrivata nel cortile, scese trafilata e guardò l’ auto accorgendosi che c’ era rimasto del sangue.
Prese la pompa da giardino e lavò la macchina per togliere qualsiasi traccia e mentre faceva questo, l’ immagine del terribile incidente e soprattutto il viso di quel dolce bambino era impresso nei suoi occhi.
Non riusciva a piangere, anzi, è come se tutte le sue emozioni, si fossero dissolte in quel tragico momento. Entrò in casa, si tolse gli abiti per fare una doccia, aveva bisogno di lavarsi, non solo il corpo ma anche la coscienza e adesso che il primo momento era passato, si domandava: “ Come ho potuto fuggire senza nemmeno fermarmi per soccorrere quell'angelo?”
E più si chiedeva il perché e più non riusciva a trovare una risposta. Nella vita, a volte, non si sa perché si fanno delle cose inspiegabili, che sfuggono al nostro modo di essere e di relazionarsi con il mondo esterno.
Dopo aver fatto la doccia, si accucciò nel letto con l’ accappatoio, ripiegandosi su se stessa e chiuse gli occhi, nella speranza che tutto sparisse e che ciò fosse stato solo un brutto sogno.
Fu tutto inutile, l’ urto terribile e quel corpicino che volava continuava a tormentarla. Doveva sapere se si era salvato, forse non era morto.
Si vestì velocemente, indossò un paio di jeans ed un maglioncino blu dolce vita e uscì di corsa, per recarsi all'ospedale più vicino all'incidente, sicuramente lo avevano portato lì.
Quando arrivò al pronto soccorso, domandò ad un infermiere se sapesse di un bambino investito da un’ auto, lui rispose: “ Lei chi è, una parente?” Marisa, un po’ imbarazzata, mentì assentendo. Lui continuò: “ Mi dispiace, ma quel bambino non c’è l’ ha fatta, se vuole, al primo piano, ci sono ancora i suoi genitori.”
Lei, pallida in volto e con gli occhi sgomenti, salì le scale, non si rendeva conto perché aveva il desiderio di vederli. Quando sentì i pianti e le grida, capì subito che erano loro. Vedeva il papà distrutto che abbracciava molto probabilmente l’ altra figlia, mentre la mamma, era coricata a letto con lo sguardo assente.
Non riuscì a dire nulla e fuggì via un’ altra volta, correndo per le scale, salì in auto e ritornò a casa.
Si informò quando si sarebbe celebrato il funerale e come una ladra, si nascose in chiesa, assistette alla messa ed al dolore immenso di quella povera famiglia. Da quel giorno, ogni mattina si recava al cimitero e porgeva sulla tomba di Paolo, un fiore bianco.
Intanto, la sua vita procedeva come sempre, almeno in apparenza, perché in cuor suo, l’ ombra di ciò che era successo, era sempre presente; inoltre, il suo rapporto con Luca era naufragato, e lei era sempre più sola.
Mentre nella villetta di Fabio e Clara, era per sempre calata la notte. Tania, vedendo che la mamma non reagiva al dolore e non si interessava più a lei, cominciò a frequentare brutte amicizie.
Un giorno, davanti al liceo dove frequentava il quarto anno, conobbe una ragazza, la quale le chiese: “ Ciao, vuoi venire questa sera ad una festa fra amici, in una casa al mare?” Tania accettò dicendo:“ Ok, però passa tu a prendermi perché io non ho la macchina.”
Così, verso le ventuno, Giuditta, questo era il nome della ragazza, passò a prendere Tania, con la sua polo bianca. La mamma, nemmeno si accorse che la figlia stava uscendo, ne tanto meno, lei aveva chiesto il permesso ai suoi genitori, per poter andare alla festa.
Quella sera, per la prima volta, le fu offerto uno spinello: “ Dai su Tania, prova, vedrai come ti sentirai bene, ti sembrerà di avere le ali sotto i piedi!”
Lei dapprima rifiutò, ma alla fine cedette.
Da quel giorno, puntualmente, fumava e si stava lentamente perdendo. Una notte, mentre erano a fare il solito giro con dei ragazzi, si imbatterono con un gruppo di teppisti, i quali, l’ aggredirono e cercarono di violentarla. Lei cominciò ad urlare a squarciagola e quando pensava di essere ormai sopraffatta, ecco che da una casa lì vicino, una donna gridò da una finestra: “ Lasciatela stare, chiamo la polizia, fermatevi!”
I teppisti, spaventati, lasciarono la presa e fuggirono a gran velocità. Tania, con le calze rotte, il trucco disfatto ed il mascara che le colava dagli occhi, aveva l’ aspetto di un clown; piangeva disperata, quando ad un tratto, la donna che l’ aveva salvata, scese in strada e le disse: “ Ciao, stai bene? Vieni a casa mia, così telefoniamo ai tuoi.”
La donna che era scesa per aiutare Tania, era proprio Marisa; appena vide la ragazzina la riconobbe subito, era la sorella di Paolo, il piccolo investito dalla sua auto. Il sangue le si gelò, ma cercava di mantenere la calma.
Tania riuscì a malapena a dirle grazie e le sussurrò: ” La prego, non chiami nessuno, ne tanto meno i miei genitori; a loro non importa che fine faccio!”
Marisa la guardò con tenerezza e le domandò: “ Perché dici questo?” E la ragazza le raccontò tutto quello che era successo.
Continuando, la donna le chiese: “ Ma dimmi, secondo te, la colpa dell’ incidente è stata del conducente dell’ auto?”
Tania rispose: “ No, la colpa è stata solo mia che non ho dato la mano a Paolo e lui, per correre dai suoi amichetti, non si è accorto del sopraggiungere della macchina ed è stato investito in pieno, la responsabilità del conducente, è stata sola quella, di non essersi fermato a dare soccorso.
Marisa si sentì leggermente risollevata, anche se questo, non cambiava certamente le cose. Quella notte, riaccompagnò la ragazza a casa e si scambiarono i numeri di telefono, nel caso in cui, Tania avesse avuto bisogno di lei.
Entrò in casa e senza che i suoi se ne accorgessero salì le scale per andarsene nella sua camera ed una volta dentro, si buttò sul letto piangendo.
La mattina dopo, non se la sentiva di andare a scuola e restò ancora a letto, improvvisamente, sentì la voce del padre che urlava in cucina: “ Non c’è la faccio più, ti rendi conto che hai distrutto, non solo te stessa, ma anche noi, noi siamo vivi vedi?
Io sono vivo, io voglio una moglie che mi ama e Tania una mamma; noi soffriamo come te e tu cosa fai per aiutarci? Niente! Vuoi che me ne vada? Lo farò, se è questo che desideri, ma pensa che hai ancora una figlia, che ha bisogno di te.”
Il padre, stava gridando con la mamma e sentì lei, che rispose soltanto: “ Fai come vuoi, te ne puoi a andare anche adesso.”
Tania si mise a piangere abbracciando un orsacchiotto di peluche, avuto in dono proprio dalla mamma.
Il padre, quella sera, prima di andarsene da casa, chiamò Tania, l’ abbraccio forte dicendole: “ Tesoro, io ci sarò sempre per te, se hai bisogno di vedermi basta che mi fai un colpo di telefono!”
Tania non riusciva a smettere di piangere, rispose solo: “ Papà, mi dispiace, verrei con te, ma non posso lasciare la mamma da sola.”
Clara nemmeno si accorse che il marito non c’ era più, lei continuava a non vivere e si lasciava lentamente morire. D’ altra parte, Tania si incontrava spesso con Marisa, con lei stava bene, andavano a passeggio, al cinema, in montagna e finalmente, entrambe riuscirono a sorridere di nuovo.
Poi una sera, scoppiò un forte temporale, l’ acqua veniva giù a dirotto, e le raffiche di vento smuovevano anche gli alberi del giardino, inspiegabilmente, Clara, si sorprese a pensare a Tania e credendo che la figlia fosse nella sua stanza, la chiamò; non ottenendo risposta, salì in camera e trovò la stanza vuota.
Fu presa dal panico e cominciò a telefonarle, ma il cellulare risultava spento, provò e riprovò, poi cercò di telefonare anche alle amiche, se non ricordava male, aveva i loro numeri sul suo cellulare, ma nessuno l’ aveva vista.
L’ ansia la stava divorando, non sapeva più cosa pensare, allora telefonò al marito, il quale si precipitò da lei. Intanto le ore passavano, si fecero le due di notte. Fabio e Clara, cercarono ovunque, nei posti dove pensavano potesse essere la sua bambina, adesso così la chiamava Clara; ma niente, era come se si fosse dissolta nel nulla; nessuno l’ aveva vista e nessuno sapeva dove poteva essere andata.
Sconvolti, mentre la pioggia cadeva ininterrottamente e non si riusciva nemmeno a vedere la strada, continuarono inutilmente le ricerche.
Clara aveva trovato l’ agenda della figlia, con scritti alcuni numeri di telefono e ne notò uno in particolare, perché era scritto in rosso con dei cuoricini sopra. Era il numero di Marisa.
Allora provò a rintracciare questa persona e dopo qualche squillo rispose la voce di una donna: ” Si pronto chi è?” Dall'altra parte Clara disse: ” Mi scusi se la disturbo, ma sto cercando mia figlia Tania, per caso l’ ha vista?” Lei ebbe un sussulto ed a fatica rispose:
” No signora non l’ ho vista, ma sono un’ amica, mi può dire cosa la preoccupa?”
Clara rispose: ” Non so più dove sia. Con questo tempaccio, la prego, mi aiuti a trovarla.”
Marisa rispose; ” Stia tranquilla, vedrò cosa posso fare.”
Riattaccò con il cuore in gola, quella benedetta ragazza! Dov'era finita, dove si era cacciata, in una notte buia e così minacciosa?
Prese la macchina e si ricordò di un posto, dove Tania andava di solito, quando era triste, era una piccola baita in collina, nascosta fra alberi di betulla e roveri. Con la grandine, che picchiava rumorosamente sui vetri dell’ auto, quasi a spaccarli, arrivò sul posto e vide che la porta era aperta, entrò ed ai suoi occhi apparve una scena che non avrebbe mai voluto vedere,
Tania era riversa per terra, con la bava alla bocca ed in uno stato di incoscienza, subito attivò il soccorso, chiamò il 118 e poi anche i genitori.
Arrivarono appena in tempo, la ragazza aveva fatto uso di eroina ed era in uno stato di coma. Riuscirono a salvarla appena in tempo, un minuto in più e sarebbe stata la fine.
Clara, non finiva di ringraziare Marisa, ma lei la interruppe dicendo: ” Non mi ringrazi, le ho tolto la vita.”
E cominciò a raccontarle dell’ incidente di Paolo.
Clara andò in confusione, non riusciva a capacitarsi ed a credere alle sue orecchie, poi vide Marisa così fragile e indifesa, ma soprattutto, risaltò la sua sincerità e nel suo cuore si aprì una breccia.
Le venne davanti, il volto dolce di Paolo, il quale le sorrideva come per dire: ” Mamma sto bene!”
Clara riuscì solo a dire: ” La vita ci ha messo davanti a delle prove durissime, e solo con la forza dell’ amore le possiamo superare; tu mi hai rubato un angelo ma me ne hai salvato un altro, non finirò mai di dirti grazie.
C’è voluta un’ altra tragedia, per farmi capire che stavo perdendo, le persone che amavo di più al mondo, il dolore, si supera meglio insieme, tenendosi per mano.
La vita va avanti, nonostante tutto e le persone che non ci sono più, in realtà sono gli angeli, che ci accarezzano la notte prima di dormire e la mattina, ci svegliano con un sorriso e ci accompagnano tutto il giorno, con le dolci parole di una preghiera.”



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Racconto scritto il 15/07/2021 - 04:27
Da Anna Rossi
Letta n.161 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Racconto triste ma ben scritto e con un finale dolce. Complimenti Anna

Patrizia Lo Bue 01/09/2021 - 12:16

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Grazie di cuore a tutti voi…un bacione

Anna Rossi 16/07/2021 - 05:48

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La vita mette sempre alla prova e si diventa più forti e sensibili!
Il dolore lacera e fa crescere!

genoveffa genè frau 15/07/2021 - 22:33

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A volte la vita si intreccia e s'aggroviglia nei modi più strani facendo incontrare anime nel dolore.

Maria Luisa Bandiera 15/07/2021 - 16:27

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Hai descritto bene una tragedia terribile, ma hai voluto chiuderla nella speranza e nella dolcezza.

Anna Maria Foglia 15/07/2021 - 14:50

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"Perché mai è così tragica la vita... così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso (Virginia Woolf)

Nella cittadina alle porte di Monza dove sono cresciuto, oramai tanti anni fa, il padre di un amico attraversando sulle strisce fu travolto da un auto che non si fermò. Lui in quel momento era fermo in motorino a quelle strisce.
Da allora per lui ci furono alcol, droga, comunità ecc.
Forse il dolore, o forse solo per lui non ci furono angeli...


Mirko D. Mastro(Poeta) 15/07/2021 - 07:05

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