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Homo sacer

Trigitto, lo so che ha un nome strambo, ma guai a farglielo notare!, ha una sessantina di anni, portati talmente male che Tituzza, mia nonna materna, pare la sorella giovane.  È un mio vicino di casa che sa, di tutto, un po', e di un po', tutto. È curioso più di un corvo imperiale. Perché corvo imperiale? Perché ho letto che è un animale curioso.  Stavo dicendo che io Trigitto non l'ho mai visto uscire per qualche lavoro; con lui scambio quattro parole, a volte venti, altre di più. Credo, però, di essergli  simpatico; anzi,  gli sono simpatico, veramente; punto. Tempo addietro me lo disse: «Mi sei simpatico, perché non sei uno spara pose. Sta' tranquillo» aggiunse, facendomi il segno dell'ok. Mi chiedete che avrà voluto significare? Sarà casuale ma le case dei vicini che non  sono simpatici a Trigitto, hanno ricevuto visite di ladri; e non una volta sola, ma anche due, senza che sia mancata la terza! Forse, perché non c'è due, senza il...o sarà perché sono sfortunati? Boh!
Ma non  fatemi ancora altre domande e fatemi andare avanti con il racconto, altrimenti perdo il senso delle cose che vi devo dire.
Giorni fa, seduto su una panca del giardino pubblico, sto leggendo un articolo di giornale, sulla pagina dedicata alla cultura, quando passa da quelle parti Trigitto.
«Cosa leggi, ma cosa leggi con tanto interesse che interessa anche a me?» mi chiede, frapponendo,   il suo naso pinocchiesco tra il mio viso  e la pagina del giornale. Per farlo spostare da quella posizione,  chiudo il giornale e gli comunico che l'articolo parla dell'homo sacer, cioè dell'uomo sacro.
«Ah!, e di quale santo?» mi fa, grattandosi la testa pelata.
Gli spiego che non si tratta di un  santo.
« Non capisco; fammi capire!» ribatte, spalancandomi in faccia la sua perplessa curiosità. Gli spiego, in breve e anche superficialmente, che nell'antichità,  già prima del 2500 a.C., essere homo sacer era un'onta grave, in quanto significava persona che aveva agito contro gli uomini e contro gli dèi, compromettendo, avanti a tutto, i buoni rapporti tra i cittadini, la civitas, e le divinità che erano garanzie di pace e di prosperità; la pax deorum, insomma. 
Per esempio, maltrattavi un genitore? Male! Perché commettevi un duplice illecito, ovvero  contravvenivi le leggi sociali e, fatto più grave, offendevi  la divinità preposta al rispetto dei genitori.
L'homo sacer, perdeva ogni diritto civile ed ogni protezione. La sua condizione di vita era quella della "sacertà", cioè consacrato agli dei, con la conseguenza, tra l'altro per niente trascurabile, che chi lo avesse ucciso non avrebbe subito nessun tipo di pena.
«Niente di meno? Ma va!» mi dice sfilandomi il giornale dalle mani, per mettersi a leggere l'articolo. «Ma guarda qui, ma guarda là» commenta, sopra e sotto.
«Interessante, interessante assai» conferma a se stesso, e poi a me. Terminata la lettura, mi guarda, come se fossi un suo caro parente, mi mette una mano sulla spalla, dondola il capo in su e giù, butta gli occhi in tutte le direzioni e, finalmente:
«Caro mio, hai capito, anche tu?»
«Io, ho capito, ma non so a cosa tu ti riferisca» gli confesso, per sapere cosa avrei dovuto capire.
Non controbatte.
««Interessante, poi ti dirò» conclude, allontanandosi, mentre io rimango simile ad uno stoccafisso, appeso per la stagionatura.
Dovete sapere che Trigitto, soffrendo d'insonnia, secondo me, perché dorme di giorno, vaga di notte con la sua macchina del tempo. Eh, sì! Avete letto bene.  Egli è anche un inventore, almeno così dice!
Con quattro lamiere ed un motore di un motocarro vecchio, con mezzo chilo di lava vulcanica e un segreto, che solo lui conosce e sa, si vanta di aver costruito una prodigiosa macchina del tempo che, a ritroso, dappertutto va.
E dove è andato l'ultima volta che l'ha usata? Proprio là, a migliaia e più di anni addietro, a girare, per le strade antiche di un mondo antico. Per quale motivo?
Ve l'ho detto, per curiosità, per saperne di più, per parlare, a faccia a faccia, con qualche homo sacer, da non confondere con la sacher, il famoso dolce viennese.
Due giorni appresso, me lo ritrovo sulla porta di casa: «Ci sono stato e, se mi fai entrare, ti dico» esordisce, varcando l'uscio e, senza attendere né risposta, né permesso,
incomincia a raccontarmi di aver avvistato l'homo sacer, mentre questi si riposava sotto una quercia.
Da cosa lo aveva riconosciuto? Per la mazza di salicone, leggera ma robusta, tenuta in una mano, a mo' di arma, pronta all'uso.
Si era fatto avanti, Trigitto, con circospezione, vestito come si usava in quel tempo, per non dare nell'occhio.
L'homo sacer, che d'ora innanzi chiamerò con lo pseudonimo di Romolo, per la legge sulla privacy,
a veder  Trigitto andargli incontro, era scattato in piedi, come una fionda caricata, brandendo la sua mazza di legno. «Calmino, calmino uomo, che male non ti voglio né che tu me ne voglia!» Sentendosi chiamare uomo, Romolo aveva abbassato il bastone, incredulo e commosso: «Uomo, tu mi hai chiamato uomo!» , aveva mormorato, quasi piangendo.
«Perché, non sei uomo?
Sei mica una donna?»
«Ma cosa dici? Ci mancherebbe anche questa!»
«Anche questa? Ma quale sventura ti è accaduta che mi sembri in una pena senza fine?» aveva chiesto Trigitto, avvicinandosi. L'altro, scattando di nuovo in piedi: «Preferisco che non ti avvicini, per non doverti spaccare questa specie di clava in testa!»
«Calmino, che me ne sto lontano. Guarda, mi metto qui, seduto su questo masso».
«Se ti va, ti racconto la mia disgrazia, così mi sfogo un po', se non altro» aveva, infine, proposto Romolo.
«Prego prego, sono curioso di ascoltarla».  
«E io te la dico». 
«Bene». 
Così, dopo aver deglutito aria, per due o tre sorsate:
«Tutto ebbe inizio in un mattino di metà settembre, mentre cavavo le patate dalla terra. Tira su di qua, tira su di là, alla fine, stanco e sudato, mi sedetti su una pietra di confine,  tra il mio campo e quello di un altro contadino,  mordendo un pezzo di finocchio, tirato via dalla bisaccia. Nemmeno il tempo di masticare quel boccone, che arrivarono due vigilanti a tirarmi su, e un altro, che si qualificò ispettore del catasto. Questi, conclusa la misurazione del il mio campo, scosse  la testa in segno di qualcosa che non gli tornava dritto.
"Non va, così non si fa!" borbottò, prima di andarsene. Io rimasi con la paura di aver compiuto qualcosa di molto, ma di molto grave. Intanto, scorsi, in piedi, sotto il noce, il mio confinante di terreno che sfoggiava un sorriso di soddisfazione piena. Capii che mi aveva teso una trappola micidiale, allargando i confini del mio campo nel suo, in modo che io risultassi colpevole di avergli rubato un pezzo del suo terreno. Mi affrettai, a spiegare alla autorità che non ero stato io a spostare le pietre di confine! Niente! Di conseguenza, eccomi qua, condannato alla sacertà! Capisci, la mia disavventura?» aveva terminato il suo dire, schiaffeggiandosi dalla disperazione.
«Ma non fare così, che ti fai male!» gli aveva consigliato Trigitto. « Non si poteva aggiustare il tutto, rimettendo la pietre al loro posto?» aveva, poi, aggiunto, con candore.
«Ma dove vivi, su un'altra terra?» 
Già, aveva ragione, anche se non di altra terra si trattava, ma di altra  epoca.
«Si vede che ti sei mai trovato impigliato in queste faccende!» aveva continuato, storcendo la bocca in un tic nervoso. «In queste faccende, all'offesa non c'è rimedio, perché sopravvengono fattori incontrollabili e superiori ad ogni essere umano!» aveva, poi, sentenziato, sottolineandolo con un'altra serie di tic nervosi.
«Una divinità?» aveva suggerito Trigitto per farsi vedere attento ed informato.
«Certamente! Nel caso specifico il dio Termine, protettore dei confini!»
«A maggior ragione, questa divinità, in quanto tale, avrà visto lo svolgimento reale della questione; quindi avrà constatato che a spostare le pietre non sei stato tu, ma il tuo vicino di campo, per metterti in cattiva luce. O no?»
«A dirti il vero, lo pensavo anch'io. Ma mi sono ricreduto. 
«Ah, sì!?»
«Purtroppo, sì».
«Perché?»
«Mi aspettavo che il dio Termine intervenisse a sistemare il tutto, ma così non è stato. Mi sono detto: ma secondo te, le divinità perdono tempo a guardare quello che fai e a sentire quello che dici, con tutto quello che hanno da fare?»
«No?»
«Mi sono detto, e lo dico ancora, tanto più scomunicato di così non posso essere!, che gli dei, nell'Olimpo, passano il tempo a banchettare, a farsi bevute di nettare, ma del vino buono eh!, a copulare a più non posso, a rincorrersi per ogni dove, a farsi ripicche, capricci, tranelli, battaglie, vendette  e quanto altro ancora che non hanno tempo e voglia di pensare a noialtri. Figurati!»
«Mi stai dicendo che Termine non è intervenuto, perché occupato diversamente?»
«Sull'argomento ho avuto modo di riflettere e sono arrivato ad una mia conclusione».
«Cioè?
«Due sono le cose: o le divinità sono occupate a fare altro, che quando  ne hai bisogno, non le trovi mai, oppure... »
«Oppure?»
«Oppure...preferisco non dirlo, perché non si sa mai!»
«Vuoi dire che non ci sono?»
«Voglio dire che, spesso, è l'uomo a metterli in mezzo, per uno scopo suo, anche quando in mezzo non ci sono».
«Per esempio?»
«Per esempio, per spiegare fenomeni che non si capiscono, o per dare un senso alla morte, o per non  farti pensare con la tua testa.
E anche per giustificare una condanna, come nel caso mio!»
«Nel caso tuo...»
«Già, il caso della mia  condanna alla sacertà, per la quale, in quanto homo sacer, non valgo come  bestia,  né come animale, nemmeno come vegetale; insomma, talmente inutile che mi si può togliere di mezzo senza pagare pena alcuna!...Per tutti i fulmini!..» aveva imprecato Romolo, a quel punto del discorso, prendendo a correre come un fulmine, inseguito da due uomini armati di pugnali.


A questo punto del racconto, anche Trigitto si ferma e con gli occhi spalancati: «Hai capito?» mi chiede.
Ci risiamo, mi chiede di nuovo se ho capito, ma io non so a cosa si riferisca. Stavolta, sbotto:
«Capito non so se ho, per cui dimmi tu cosa dovrei aver capito!»
«Calmino calmino, adesso, ti spiego.»
E mi fa uno spiegone, di quelli che se non viene male alla testa, significa che non hai la testa, concludendolo così: «Non è un paradosso che la legge consideri uccidere un uomo un delitto grave, ma che in talune situazioni, invece, lo permetta, senza punirlo, ancora oggi?»
«Ancora oggi? gli faccio eco.
«Vado, a farmi un giro, sperando che l'aria buona mi distolga da questi brutti pensieri» risponde e si congeda, uscendo di casa. Lo vedo avviarsi nella parte solitaria e tranquilla della collina, come fa, quando i conti del dare e dell'avere non gli vanno a genio.
Io rimango con la parte finale della sua domanda appesa alle orecchie, cioè con quel "ancora oggi?" che mi fa pensare e ripensare. Penso a cosa, nel terzo millennio, possa riferirsi ancora alla condizione di homo sacer e... mi viene in mente il condannato alla pena di..
Eh, sì. Eh, già. Però!




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Racconto scritto il 28/09/2021 - 12:34
Da Ardoval Arduino
Letta n.139 volte.
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