Nascosto, ma vigile,
Tendendo corpo e mente ad
Ogni suo possibile richiamo.
Niente e nessuno a separare
Incautamente quel dedito e atteso
Affetto...
Pazienza nell'attendere il suo
Orizzonte,
Zelo nel custodire il fuoco che brama,
Zittendo così ogni inutile timore dell'anima,
Ispirati solo alla sua luce.
Acrostico (componimento mnemonico).
Omaggio ad Antonia Pozzi.
Non conoscevo Antonia Pozzi. L'ho scoperta un giorno, casualmente, tra i versi della sua poesia "Confidare", ed è stata una vera e propria folgorazione. Lei che compare con parte dei versi dell'ultima strofa di "Confidare", nella mia poesia "Il mare a settembre".
Antonia Pozzi (1912-1938) è stata una delle voci più intense, pure e sensibili del Novecento italiano. La sua poesia è stata lo specchio fedele di una tormentata esistenza, fino al tragico epilogo: a soli 26 anni decise, nel prato adiacente all'Abbazia di Chiaravalle, di porre drammaticamente fine alla sua giovane vita.
Convivevano in lei due anime: l'una desiderosa d'immenso, di libertà, d'amore e fusione con il mondo; l'altra schiacciata dal peso delle convenzioni sociali, un senso di oppressione acuito dall'avvento delle leggi razziali e dall'approssimarsi della guerra. Questo dolore storico divenne dramma intimo quando le discriminazioni del regime colpirono i suoi affetti, costringendo all'esilio i fratelli Treves, suoi stimati amici ebrei e antifascisti e lacerando quella straordinaria cerchia culturale milanese condivisa con i compagni di studio Vittorio Sereni e Remo Cantoni. Una fragilità esistenziale, la sua, già esasperata dalla tormentata e ostacolata relazione con il suo ex professore di liceo. Il suo puntare sull'amore come realizzazione unica e intensa si scontrò con la ferrea avversità del padre; quella mancanza d'amore e la nostalgia del suo non concretizzarsi segnarono definitivamente il dolore dell'anima.
Solo la verticalità delle montagne - le Dolomiti di Brenta e di Sesto con le tre Cime di Lavaredo - riuscì temporaneamente a placare le sue tensioni, regalandole un abbandono totale dopo la fatica dell'ascesa. La sua fu una poesia intesa come catarsi, liberazione dall'ostile ipocrisia borghese; una poesia come preghiera, che proprio a un passo dal silenzio dell'Abbazia trovò il suo ultimo, tragico compimento.
Racconto scritto il 27/09/2026 - 06:45Voto: | su 4 votanti |

Milena Bortoluzzi
27/09/2026 - 15:50 Complimenti anche da parte mia.

Maria Luisa Bandiera
27/09/2026 - 15:42 
Milena Bortoluzzi
27/09/2026 - 14:59 Buona domenica

Alex Pramix
27/09/2026 - 14:28 
Milena Bortoluzzi
27/09/2026 - 11:46 
Francesco Scolaro
27/09/2026 - 10:08



