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Passò la lunga notte

Dimmi, giullare,
se tra i fidi consiglieri del re,
se tra i valvassini della corte
o le ruffiane delle alcove
s’alzò un mormorio sommesso
a ricordare quella lunga notte
quando, prima dell’alba,
le porte Scee furono aperte
dai tuoi petenti di te ammirati
e delle tue fortune.
Dimmi, giullare, se qualche aio inascoltato
tentò di rammentarti la storia trafelata
di questo nostro Feudo;
se, mentre tu cullavi il tuo narciso,
ti disse mai che un popolo
spregiato e ardimentoso
garantiva a te la libertà;
a te, pasciuto e liscio come villan rifatto,
arrogante come ogni parvenu, sensibile al potere
come un bastardo alle puttane.
Scendeste armi e carriaggi: Attila e Brenno insieme
affamati da lungo digiuno
assetati di lunga vendetta impaludaste la città.
Qualcuno ti osannò, cesarperon, e tu, magnanimo,
prendesti le chiavi dell’arengo, le scorte alimentari,
i giureconsulti al tuo servizio.
Poi, passò la lunga notte, il sole
s’alzò sul mare di carogne
e di sporcizia lasciato dalle truppe.
Nuovi semi furon piantati
ma molto, molto tardi
a riempire i granai
fiorirono le messi.
26 luglio 2003/82


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Poesia scritta il 31/10/2012 - 23:51
Da Giancarlo Rocchetta
Letta n.354 volte.
Voto:
su 1 votanti


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