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= Poesia
= Racconto
= Aforisma
= Scrittura Creativa


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Estratto del mio romanzo inedito

Paris


Non l’aveva più sentita quella ragazza. Ogni tanto si chiedeva che fine avesse fatto,se fosse riuscita mai a realizzare quel suo sogno stravagante. Era una saxofonista di indubbio talento. In quelle profonde note a ritmo blues e funky, Jammin, sentiva il sangue salirgli al cervello. Il suo corpo cominciava a ondeggiare, sembrava fuso in quella musica così come un uccello con la corrente d’aria che lo sospinge. Nella musica si perdeva..
Aveva passato ore e ore a ascoltarla suonare. Oltre a cavarsela benissimo era incredibilmente sensuale mentre si curvava con i capelli stravolti davanti e soffiava,soffiava, soffiava e suonava…
Tutto Pont des Arts fermava la sua vita in quei momenti; la voce bassa del suo sax,un fratello per lei,riscuoteva e rabbrividiva gli animi, i più rudi,era la vera “etoile” sotto il cielo Parigino, dipinto di un blu cobalto. Quanti artisti di strada erano passati per lì, per quelle strade, per i circoli, le accademie, nei vicoli di Montmartre, nel Parque di Belleville. Il blues dei marciapiedi degli Champ Elysee, l’hip hop ritmato house che attirava folle di turisti a St Michel. Ma Chantal non amava gli ammiratori,lei suonava per i non udenti, per chi non poteva ascoltarla,e vederla;o fermare le gambe e i piedi dal percuotere il ritmo.
Se la musica scorre davvero nel sangue di qualcuno,uno di questi era Chantal.
Cominciò il pezzo Fever di Ray Charles. Due suoi amici improvvisavano le voci di Romeo e Juliette. ”Everybody got the fever and this is something you should know”. E lei era davvero febbricitante quando suonava il suo pezzo preferito. Poggiò il sax fra le gambe, ponendo attenzione che non strusciasse per terra o che qualche tossico non vi inciampasse sopra.
Guardò di sotto,la Seine scorreva calma e placida,solo qualche battello silenzioso e colmo di turisti vagava per le sue acque.
Parigi è una di quelle città che con la notte si trasformano.
Le sue luci filtrano come seguendo un disegno preciso,sembra lo strano sogno di un pittore impressionista,fra l’onirico e il sensibile.
La torre Eiffel, giganteggiava immobile sui suoi quattro archi ,quando,”out of the blue”, fece impazzire le sue mille luci. Non aveva mai notato quanto fosse romantica.
Chantal, si era sempre chiesta con gran scetticismo, perché un città che è la matrice della cultura artistica europea, volesse farsi rappresentare da un’antenna, costruita in tempi moderni,senza tanta fantasia e ingegno in fondo.
Un soffio d’aria le sconvolse i capelli, si girò incrociando lo sguardo di Jammin, in piedi con la sua bottiglia di vino Carrefour.
La guardava affascinato,ipnotizzato da questo corpo di cui notava la siluette. La sua “allure”, dinamica ed elegante, si fondeva con quella del sax in un unico elemento eterogeneo.
Chantal gli si avvicinò con passo disinvolto, e Jammin avvertì il grande pendolo rosso nel suo petto scoccare le ore dodici
Chantal:”ti dispiace se ti rubo un sorso, si t’a plait?”
Jammin rimase incantato qualche attimo, prima che le rispondesse con imbarazzo evidente:”no certo fai pure”.Le allungò la bottiglia.” Les vieux deux popes”. Vino dal sapore acre,forte e di un colorito rosé, che tuttavia in bocca si trasforma in un rosso fuoco che ricopre le labbra.
Ne deglutì un lungo sorso senza neanche respirare. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì scoppiò in una risata, si girò verso Jammin, con aria stralunata, quasi per scusarsi. Jammin rimase un attimo di pietra,la faccia paralizzata in un’espressione sciocca. La dolce “fille” intervenne a rompere il ghiaccio:
« Alor ca va mon ami? tu es en forme ou quoi ?
« ca va..quel est ton nom ? »
« Chantal »
Quel nome creava un aura magica,pronunciandolo non potevi più disfartene. Forse perché nel prefisso c’è quel suono dolce e fascinoso dell’ ”enchanter”.
“ et toi, ton nom?
“Jammin, nell’arte e nella vita”
“bene. e da dove vieni Jammin?”
“Sono italiano, mio padre è Senegalese. Tu sei Parigina?”
“Si, sono nata su un marciapiede degli Champ Elysee,ma a dirla tutta mio padre viene dal sud della Francia, vicino Marseille. Da che parte dell’Italia vieni?
“Roma, nato e cresciuto in un’isola in mezzo al Tevere.
“Oh Rome, Rome, je l’adore. Ma l’Italia che bel paese,tutta quella storia,l’arte che spunta fuori ad ogni angolo..
' E vero che Roma ha solo due linee per non rovinare i siti archeologici?
“bè si,ogni volta che scavano trovano qualcosa..qua un tempio là un foro..non sai più do mette i piedi!
“hahaha”


Il rumore, come di un corpo che si precipita fra le molecole coese di ossigeno e idrogeno, improvviso, tuonante, paralizzò tutto Pont des Arts per alcuni istanti. Qualcosa era effettivamente caduto nell’acqua. La gente parve capire tutto di un colpo quello che veramente andava a passare. La celere aveva caricato dall’altra parte del ponte in seguito a degli insulti verso i poliziotti lanciati dai soliti monelli in cerca di rogna. Nell’impatto fra la testuggine dei soldati di Palais Royal, contro quella massa di drogati, immigrati, outsider, qualcuno, forse per sbaglio, magari no, era cascato dentro la Senna. Gli scontri si fermarono. Un momento il caos e quella sottile linea blu che lo divide dalla civiltà sembrarono uniti nella sorpresa e nel dolore.
Jammin e Chantal raggiunsero la ressa formatasi sull’altra punta:il corpo non emerse più a galla.
Dopo una ventina di minuti un'altra carica contro la polizia travolse il ponte.
Jammin reagì veloce, prese Chantal per la mano e cominciò a correre. D’un tratto lei si fermò e volse lo sguardo alle loro spalle.
“Putain, mon sax!!”. Jammin non ebbe il tempo di replicare che, Chantal stava già fra la folla, alla ricerca disperata del suo compagno. Una scintilla di fuoco e ricordi schioccò nei suoi occhi,in quell’attimo si sentì come un’altra onda, pronta a scagliarsi contro l’ onda anomala. L’animale è un organismo straordinario capace di aumentare la sua forza fisica e mentale attraverso un ingegnoso meccanismo di neuroni e centri nervosi
Notò il bordo scintillante del suo Sax per terra fra i piedi della gente ancora sconvolta e sparpagliata.
Si gettò per afferrarlo ma nella sua mano restò solo il bocchino.
”oH putain non è possibile!”
L’onda anomala degli animali notturni aveva distrutto il suo sax, aveva calpestato la sua musica,il suo amico,il suo cuore.
Tredici anni che girava al suo fianco. E non l’aveva mai sentito pronunciare una parola di sconforto
Non poteva perderlo così..
Ma ormai era un dato di fatto. Non c’era più .La sua dignitosa vita di strumento era giunta al capolinea come quella del ragazzo caduto nella Senna. Non le aveva mai chiesto nulla di più del suo fiato e del suo talento per regalarle ogni minuto un sogno.
Non un istante in più le fu concesso,per l’addio e il rimpianto,che una bottiglia di vetro volava verso loro,passando davanti Jammin che guardava atterrito la scena.
“Presto andiamocene”urlò Jammin l’afferrò per il braccio e cominciarono a correre,scesero per le scale verso il fiume. Chantal aveva le lacrime in procinto di solcare la guancia. Gli occhi di un grigio asfalto,si bagnarono con una goccia che non si decise tuttavia a discendere la distesa di carne e ossa.
Sentiva dentro il petto una vampata di calore che si espandeva e doveva trovare una via di fuga. Cacciò un urlo che riecheggiò, come un la bemolle.
Si sedettero entrambi prede dei loro pensieri.
Jammin finalmente si decise a infrangere il dolce silenzio di vetro.

“Ti va una crepe?”
“Volentieri”
“Dai muoviamoci ,conosco un posto”.


Risalirono per il boulevard di St Michel,le orde di turisti restavano indifferenti agli eventi del Ponte, il quartiere latino aveva tutto a disposizione per distrarre la gente e tenerla alla larga dalle sommosse. Ma quanto sarebbe resistito l’ingegnoso sistema consumistico?
In ogni caso,nulla è per sempre.
Giunsero a rue St. Jacques. Jammin riconobbe il signore che ogni mattina sedeva sui gradini della chiesa. Aveva i capelli arancioni, il naso ,schiacciato, rientrava in uno spazio concavo all’altezza dei recettori olfattivi,come l’avessero colpito con un manganello. Lanciò un’occhiata alla coppia e con un vago segno salutò Jammin.
Lo superarono per addentrarsi nei vicoli del secondo arrondissement. La terra aveva completato il suo moto rotatorio e ora era divenuto giorno. Mangiarono la crepe quasi in silenzio.
Jammin:” Bè è stato un piacere Cherie, io ti saluto, prenderò la prima metro. Mi spiace per il tuo sax.”
Chantal:” Grazie..sei molto gentile. Magari ci rivediamo un giorno di questi?”
Jammin”Certo con piacere,lasciami il numero”
Chantal:”eh veramente non ho il cellulare. Facciamo così io abito vicino Montmartre vienimi a trovare una mattina di queste,porti la tua chitarra e improvvisiamo qualcosa”
“Perfetto, a presto allora, un bacio.”
“Ciao Jammin, passa mi raccomando”
“SI certo..ohi magari lasciami pure l’indirizzo o sarò costretto a fermare ogni ragazza sensuale e che suona il sax,
“giusto che stupida che sono, al 42 Rue Dancourt ,suona sul nome Noie, Ciao italiano


“Aurevoir mademoiselle” disse Jammin allontanandosi, con un accento italiano così passionale, alle musicali orecchie francesi,che la ragazza si morse il labbro, gettando un’ultima occhiata a quel gigante dalla pelle colorata e i capelli folti come una pineta.


La mattina seguente Jammin lesse sul giornale del ragazzo. Le foto dei genitori disperati in primo piano lo colpì. I media con le loro pedine non tardarono, la mattina successiva,a presentarsi sulla soglia della casa in lutto. Il signore,sulla quarantina,pelato e impomatato,con le scarpe a punta e i denti sbiancati,come si recasse alla festa del ringraziamento,strinse la mano alla signora Gonzales,immedesimandosi così bene in un volto da tragedia,(neanche avesse studiato il metodo Stanislavskij, o forse anche questo è parte della formazione del giornalista?)che la donna, arenata nella spiaggia del pianto e della “desespoir”, non ebbe il coraggio di cacciarlo fuori a suon di calci,ma rassegnata rispose alle sue domande. Quanti anni aveva?come sbarcava il lunario?Ha mai frequentato cattive compagnie?era odioso o scomodo per qualcuno? “Ma scomodo per chi? faceva l’idraulico” pensò ironicamente il giornalista.
Che la madre rispondesse o meno faceva poca differenza. Alle sillabe che la donna rigurgitava dalla sua bocca,la penna del giornalista ribatteva scrivendo periodi lunghi ed articolati. Nell’ingegnoso piano consumistico,ogni vettore deve dirigersi nel punto prestabilito. E lì doveva andare a parare la storia di un altro caso di violenza scoppiato fra i soliti quattro nullafacenti,mostrando tuttavia un buono strato di fetida pietà. Tanto che, sul giornale, lo studente era stato aggettivato”provocatore, rognoso e senza futuro”.Già forse su quest’ultimo avevano ragione. Sarebbero stati tutti senza un futuro, se non avessero lottato contro il domani.
Leggendo l’articolo Jammin si infuocò di odio, e gettò il giornale dalla finestra.
Pensava alle parole di un testo di Calvino,che definiva la burocrazia come “anti-lingua”. Niente gli sembrava esser più appropriato.



I funerali del giovane si tennero presso Notre Dame.
Era francese, di madre portoricana. Studiava filosofia e lavorava come idraulico per mantenersi. Chissà se aveva mai pensato fra un tubo di scarico e un getto d’acqua che schizza lungo i pensieri prigionieri dell’inconscio,che in una rilassante ma rabbiosa primavera di maggio,al vespro Parigino, che regala a milioni di persone, la fugace e illusoria comprensione della vita,sarebbe trapassato al di là della grande linea immaginaria dei viventi e non viventi. Forse ora che era morto, avrebbe potuto rispondere ai massimi quesiti della filosofia: Perché io sono io, e tu sei tu? Perché io sono qua, e voi siete là?


Ricordò un suo amico morto anni prima,nella sua stanza, con un laccio emostatico legato alla caviglia, l’ arteria in superficie,che ancora pulsava vivida e inquieta,mentre la puzza accorante, dovuta all’interruzione delle funzioni intestinali e urinarie, divorava la camera, i suoi poster, le foto di amici appese ai muri,quel graffito fatto quasi con svogliatezza, i mille volantini delle serate, i libri di scuola,i ricordi personali,il suo ultimo sguardo, beato e fottuto.
Jammin scrisse una poesia nei giorni seguenti alla sua morte. Si chiamava “Poesia dell’arcobaleno che brucia”, e recitava così:


Una botta di calore
Poi scivoli giù
In quel sogno senza fine
Che chiami non più”


Come poggiò la penna,una volta finito l’ultimo verso, un senso di angoscia e colpevolezza lo colse rodendogli i tessuti organici. Aveva guardato la sua mano sudata,scossa, strusciarsi come in un rito amoroso e sessuale, con la penna, che intanto schizzava nero d’inchiostro dalla sua estremità,impregnando il foglio bianco di strane forme a linee spezzate o circolari .. Jammin pensò:”queste non sono che le forme frutto del mio cervello e della mia creazione..”ma un pensiero gli balenò nella testa come un fulmine ..NO!!
Non è il risultato della sua creatività, ma della morte di Alex..
La musa ispiratrice, che, con dita fatate, sfiorava l’arpa della fantasia e dell’ingegno,indossava una maschera..e il volto di questa maschera era la faccia di Alex con gli occhi capovolti,bianchi,quel suo solito sorriso di scherno, ora però contornato da un viso livido, da cui sprizzava il gelido odore della morte.
Il conflitto che nasce nel mondo, ma vive nell’Arte e di Arte,è la dialettica onnipresente del rimanere e dell’andare. “Mors tua, vita mea”.
Non solo,ma anche Mors tua, Ars mea .
Ora grazie alla morte del suo amico, nel suo repertorio, si annotava un nuovo testo,un nuovo incentivo alla sua arte.




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Racconto scritto il 19/02/2015 - 12:54
Da Dario Fuoco
Letta n.382 volte.
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