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Benestare

Vicino alla casa di ognuno, poco distante da noi c’è un paese, Benestare, che credo pochi conoscano.
Quando l’ho scoperto sulla carta geografica ne sono rimasto molto incuriosito ed ho deciso di andare a visitarlo.
All’ingresso del paese ho chiesto ad un vigile di indicarmi dove potevo incontrare la persona più saggia del paese. Il vigile senza esitazione mi disse di andare nella piazza principale e chiedere di Decimo che era amato e stimato da tutti e sapeva tutto di quel paese.
Incontrai Decimo, stava leggendo un libro, seduto su una panca all’ombra di un grande platano e gli chiesi di raccontarmi la storia del suo paese.
Decimo mi scrutò con una certa diffidenza e mi chiese chi fossi, da dove venissi e quale fosse il mio mestiere, dopo di che, credo, rassicurato dalle mie risposte iniziò col dirmi che si chiamava Decimo perché, e gli brillarono gli occhi, prima di lui suo papà e sua mamma avevano avuto altri nove figli.
Qui, continuò, tanti anni fa, io ero ancora un bambino, si stava benissimo. Tutti avevano la propria casa, si andava tutti d’amore e d’accordo.
Un giorno venne un bel tipo, così come oggi è arrivato lei, seppi solo dopo che era un giornalista della tv con le cineprese, ma, sa, mi disse, ero ancora giovane e mi sarebbe piaciuto che tutti mi vedessero alla televisione. Volevano scoprire il segreto del perché in questo paese tutti fossimo felici.
Le conseguenze di tanta pubblicità non si fecero attendere.
Alcune persone molto ricche che non erano più felici della vita che stavano conducendo nelle loro città si vollero trasferire a Benestare. Acquistarono dei terreni sul confine del paese, in collina, e costruirono bellissime ville con piscina, campi da tennis, addirittura una villa aveva lo spazio per fare atterrare gli elicotteri.
Una sera invitarono tutte le persone più importanti del paese, il sindaco e tutti i consiglieri, il farmacista, il parroco, il direttore della banca, il veterinario ed altri ancora a partecipare ad una grande festa con cibo a volontà e fiumi di champagne, orchestra che suonava e pista da ballo.
I miei paesani che chiamerò “importanti” ne furono colpiti e rimasero entusiasti.
I “forestieri” perché così chiamavamo appunto i nuovi arrivati, finita la festa, se ne stettero in silenzio per circa dieci giorni, per lasciare che la grande impressione che avevano suscitato facesse l’effetto che loro desideravano. Trascorsi quei dieci giorni chiesero al sindaco, alla giunta e agli “importanti” di poter fare alcune proposte. Chiesero di allargare le strade e i ponti per poterli percorrere con le loro grosse e rombanti automobili; chiesero di fare una strada con negozi di grandi marche per lo shopping; di tenere aperti bar e ristoranti fino a notte fonda, di fare una discoteca e tante altre cose che avevano in città.
Come potrà immaginare fu detto subito di si che sarebbe stato fatto tutto quello che chiedevano. Gli “importanti” credevano, e noi anche, di diventare come loro, come i “forestieri”.
Così avvenne e per qualche tempo la vita in paese cambiò.


Una mattina tutti si accorsero che alle strade era stato cambiato il nome.
Sui vecchi nomi delle vie: Prima tu, Grazie, Oh scusa, Amicizia, Solidarietà; Il viale più grande, se lo percorrevi verso Sud si chiamava “Uno per tutti”; se invece lo percorrevi verso Nord era “Tutti per uno.” erano stati incollati cartelli fatti a mano e scritti con un pennarello che riportavano i nomi nuovi: Orgoglio, Gelosia, Invidia, Siamo diversi, Pensa per te, Conta solo vincere e altri che adesso non ricordo più perché come potrà vedere anche lei non ci sono più.
A questo punto della storia Decimo fece una gran risata, mi guardò e strizzò l’occhio; sta a vedere pensai, ed ero certo di non sbagliare, che l’autore di quei cartelli era proprio Decimo.
Mi chiese di offrirgli da bere, ordinò una gassosa con la cannuccia, come quando ero bambino, mi disse, ma mi piace ancora tanto.
Dopo una lunga tirata continuò. Erano proprio brutti tempi. Bastava poco a far scoppiare una lite. Per la strada un ciao frettoloso. Non vi erano più iniziative, incontri, cineforum; la biblioteca era deserta.
I bambini non giocavano più a nascondino, bandiera, palla prigioniera, mosca cieca ma se ne stavano seduti ciascuno con il suo telefonino a giocare da soli. Ogni partita di calcio o pallacanestro finiva sempre con chi era contento e chi molto triste perché ormai importante non era più giocare e divertirsi, importante era solo vincere; e poi litigavano anche i genitori tra di loro. Anche a scuola non ci si aiutava più nei compiti, ognuno per sé, per diventare il primo della classe.
Furono proprio le insegnanti della scuola le prime a rendersi conto che così non si poteva andare avanti.
Ne parlarono in tutte le classi. I bambini si ritrovarono un giorno tutti al parco giochi e decisero di fare una protesta. Per prima cosa, non avrebbero più sorriso e tantomeno riso; poi avrebbero rifiutato la focaccina della merenda; avrebbero disertato i parchi giochi e per far sapere tutto questo un sabato, in una bella e calda giornata di sole, accompagnati dalle loro maestre, si ritrovarono tutti in piazza e ad un cenno delle maestre tutti aprirono l’ombrello nero del papà e suonarono la campanella che avevano con sé. Il sindaco e tutta la giunta che erano riuniti in consiglio nel palazzo comunale, richiamati da quel suono uscirono sul balcone e rimasero a bocca spalancata; c’era un bel sole ma in piazza c’erano i bambini con gli ombrelli aperti….. Come loro tutti in paese furono sorpresi da questa manifestazione dei loro bambini.
Passò una intera settimana in cui in paese non parlava più nessuno finché un giorno il sindaco fece affiggere sui muri un manifesto in cui chiamava tutti i paesani in piazza per importanti decisioni.
Nel frattempo i “nuovi” avevano capito da sé che per essere felici abitare a Benestare non era sufficiente, sentivano la mancanza di tante comodità. Volevano ancora qualcosa di più, qualcosa di diverso.
Sa, mi disse Decimo, mi facevano anche un po’ pena. Volevano di più, volevano qualcosa di diverso volevano, volevano …. ma….. mi guardò fisso, con quei suoi occhi scavati ma penetranti, lei crede che prima o poi capiranno che non sono le cose che si possiedono che ti fanno felice ?




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Racconto scritto il 13/01/2017 - 10:41
Da Roberto Colombo
Letta n.221 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


la definirei una novella racconto anche se c'è molta verità 5*

GIANCARLO LUPO POETA DELL'AMO 13/01/2017 - 16:30

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