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L'ultima lettera

Ciao Franco,ti stupirai davanti ai tuoi occhi di quanto segue, queste "misere" quattro righe giunte dal profondo di un oblio, che ora, solo ora Franco prende coraggio, e viene a bussare delicatamente alla tua porta, anzi al tuo portone, anzi alla fortezza del tuo castello, ormai assonnato di tramonti passati, lontano dagli audaci orizzonti, miraggi di un'essenza che solo essa, e ti dico solo essa, oggi mi da la vivida speranza di reagire a tanto tempo di tacita insofferenza. Di impeti, si, burrascosi anche e spesso e volentieri appena all'indecenza violenta, e solo loro portavoce di quel fermento, per noi devi ammettere "vocazione", una vocazione, la nostra vocazione, tutto ne comprendeva della nostra vita, le lotte intimamente sanguinarie che sognavamo, sogni nelle nostre mani, le stesse mani che hanno saputo privarsene. Come te Franco, hai saputo regalare il testimone, autore di uno dei più grandi ideali ai quali solo il cielo può esserne testimone, a chi sbaragliamente, spudoratamente, e forse anche con lealtà ha inviolabilmente cercato di seppellirlo nel più lontano abbandonato cimitero dimenticato del mondo. Solo tu hai potuto commettere un atto così denigratorio, hai corollato gli ultimi anni della tua vita nel triste magico cerchio dell'ipocrita vendetta della stessa vita, non onorando la scia di un futuro che potrebbe essere luminoso per posteri che tuo malgrado si sono indeboliti, confusi, emarginati, lasciandoli nel baratro di un oblio che non ha senso che esista, e se lo avesse il senso di esistere, trova il suo responsabile nella figura orribile che porta il lascivo senso della tue infime decisioni, che forse un tempo mai avresti voluto nemmeno dubitare che potessero prendere il sopravvento. La tua è la più grande scusa che un uomo potesse celarvisi dietro degradando il più triste severo ammonimento che uno, e non solo, dei tuoi più grandi compagni potesse farti. Se è questo l'uomo che uccide l'ultima fiammella di un ideologismo, di un idealismo, manna di giorni e giorni dove sai benissimo toccammo le redini di delicati tumulti di poteri, allora io per anni ho parlato da solo, ho guidato da solo, sono l'ultimo pazzo che ritiene la giustizia un capriccio divino, il tornaconto dell'utopia di libertà. E' l'ultima lettera che ti scrivo, non ti invito a rispondermi, e so che sogghignerai, al solo pensiero di farlo, perchè chissà forse l'età ti ha giocato un brutto scherzo, l'idea attanagliante megalomane di essere l'unico mortale e onnipotente di portare con se nella tomba, anche l'ultima briciola di bene che ha compiuto in questa triste confusa ma pur sempre lodevole società. Hai dimenticato l'alba del tuo cammino, e non verrò più a ricordartelo.



in fede



Fiorello De mei



(Luca diPaolo)




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Opera scritta il 06/05/2019 - 18:50
Da Luca Di Paolo
Letta n.1253 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Che fatica arrivare fino alla fine! Periodi lunghissimi dove si spera di trovare un punto come un'oasi in un deserto per fermarsi e riprendere respiro. Sarò onesto, c'ho capito ben poco.

Seby Flavio Gulisano 06/05/2019 - 22:47

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L'ho letto e mi è piaciuto. Ma diciamo che mi sono un po' persa nei periodi troppo lunghi.

laisa azzurra 06/05/2019 - 22:35

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Scritta con passione, per un ideale abbandonato, tradito...
Molto bella la frase finale.

Grazia Giuliani 06/05/2019 - 21:49

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