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Dovrò tornare da mamma

"Dovrò tornare da mamma" disse Redi con una vena di riluttanza. Era finita, ora era veramente finita, non restava che tornare alla base.
Eppure c'erano stati momenti in cui aveva amato quella casa, quelle cure premurose, l'ampolla di profumo all'entrata con i bastoncini di effusione. Ora invece si sentiva male all'idea di dover tornare là dentro. Si sentiva come uno di quei pulcini che non riescono a rompere bene l'uovo e si scagliano contro quel velo trasparente, rimbalzando indietro. Le aveva provate tutte, dando fondo alle proprie risorse, ma "il mondo" l'aveva rigettato. Stavolta era veramente finita. Non c'era la minima possibilità che Vera lo riprendesse.
Rientrò in casa, pronto ad odiare segretamente il pasto caldo che lo attendeva, i volti stanchi e comprensivi dei suoi. Le parole di ricovero di sua madre, che nascondeva la delusione. Perchè oltre tutte le sfortune e tutto il bene del mondo che si può volere ad una persona, oltre a tutto, anche all'amore materno, erano i risultati che contavano, e i suoi erano pessimi. "In fondo ogni madre vorrebbe che il proprio figlio avesse successo, fosse un uomo rispettato e potente. Al diavolo il resto", pensava. Per questo motivo, ogni parola di consolazione per lui era una frustata e Redi pregava il cielo che smettessero presto, che lo lasciassero andare solo nella sua meritata miseria.
"Mi stai ammazzando, Redi" gli aveva detto Vera. "Mi stai veramente ammazzando". E fin lì Redi aveva incassato il colpo, dispiacendosi alla grande per la sua Vera, pensando a come farla stare meglio, subito. Poi aveva continuato: "Potrai amarmi quanto ti pare, ma il risultato è che io sto male". E qui Redi aveva un po' vacillato. Soprattutto non riusciva a concepire l'insieme unitario della frase, la totalità del problema. Per lui non c'era nulla di complicato, non aveva mai pensato che potesse non funzionare. Era un ingenuo.
"Io ti ho dato tutto, lo sai. Ti ho dato veramente tutto quello che ho potuto. Ma adesso non ce la faccio più, non voglio più". A questo punto Redi ondeggiava pesantemente. Decise di sommergerla con i suoi discorsi più classici:
"Ascolta Vera. Io non sarò certo perfetto, ma posso migliorare. Posso migliorare e sai perchè? Perchè lo voglio. E lo voglio perchè ti voglio bene. Questo è il motivo più potente del mondo e non c'è nessun ostacolo abbastanza gran..."
"Senti Redi. Quante volte mi hai già fatto questi discorsi? Quante volte? L'hai già detto. Cosa è cambiato? Cosa è cambiato? Niente. E lo sai cosa c'è? Che io adesso sono mutilata. Mi hai fatto a pezzi e non so quanto ci metterò a riprendermi, non lo so."
Redi barcollava. "Ma come è possibile? Come è possibile che due come noi… Cioè che vivono l'uno grazie all'altra... Voglio dire, ci siamo incontrati per miracolo. E' stato un miracolo Vera, lo sai. Non c'è nessuna persona a cui direi queste cose. Lo sai che io se non ci sei te smetto anche di parlare? Non parlo più, non so a chi rivolgermi."
Redi era uno di quegli uomini che scalciano e strepitano, che fanno scenate terribili. Per carattere, egli si espandeva a macchia d'olio, occupando tutto lo spazio occupabile e stava agli altri indicargli quali erano i limiti, i confini. Inutile dire quanto questo non andasse d'accordo con l'animo docile e gentile di Vera, la quale si sarebbe fatta passare sopra da uno schiacciasassi senza battere ciglio, salvo poi ritrovarsi conseguentemente piena di ammaccature. Era così che a lei andava sempre.
"Non lo vedi che ci sto provando?" diceva Redi. "Con tutte le mie forze" diceva mostrandole una scritta a pennarello indelebile sul dorso della mano: non creare problemi. "Appunto" rispose Vera "lo sai cosa penso? Che tu non dovresti affatto cambiare. E' impossibile. Penso che tu sia semplicemente bastonato ora, spuntato. Non credo che ti faccia bene questa cosa. Soffri te, soffro io". "Vera, ma io non soffro, io voglio cambiare, voglio fare tutto per te" diceva Redi, sentendosi sempre più come all'interno del più povero romanzo rosa, a dire cose a caso ad una donna senza nome per amore della melensaggine. Sperava che tutto questo finisse, di colpo, che un miracolo accadesse, un dono dal cielo, una nuova chance gratuita, un bonus.
"Ora voglio andarmene, Redi". Silenzio. Il volto schiacciato contro il cuscino. "Voglio andarmene da questa casa, da questo divano, lo odio!" "Vera, se esci da quella porta mi dici addio per sempre". L'unico scopo di questa frase era quello di riacquisire un minimo di credibilità, di dare un tono virile al proprio drammatico personaggio, nella speranza di affascinarla. In realtà non le avrebbe mai detto addio, le avrebbe provato a telefonare dopo un minuto.
Ma la donna, la dolce e candida Vera, campionessa di comprensione e maestra assoluta del perdono, stavolta non voleva cedere.
E così Redi, il nostro scalmanato ragazzo, si sentì precipitare nell'abisso più lugubre dei propri ricordi, quando squali cannibali facevano di lui ciò che volevano. Solo e disarmato, non aveva ormai altro da fare che arrendersi alla ghigliottina.


Quando Vera uscì di casa e lui, con il peso di un elefante abbattuto riuscì a chiudere la porta, sapeva che lei non gli avrebbe telefonato, che sarebbe stata capace di non farsi sentire per giorni. Ebbe l'impulso di scendere, d'inseguirla, come tante altre volte aveva fatto, ma lo fermarono i due occhi severi di Vera, stampati nella sua mente. Desiderò per un istante guardarla almeno sparire in lontananza dalla finestra, ma decise che non era una buona idea. Si sedette in attesa, con la testa tra le mani, fissando il pavimento per un tempo immobile, lunghissimo. Guardò l'orologio per rendersi conto di quanto fosse passato dalla dipartita di Vera: un minuto. Si sollevò stancamente sulle gambe, come l'ultimo reduce della legione straniera. Cosa avrebbe fatto? Erano passati due minuti e non credeva che sarebbe riuscito a resistere per molto ancora.


Ogni sera tornando a casa, nei mesi successivi, malediva quel luogo oscuro, in cui il mondo sembrava risputarlo senza pietà, l'unico luogo in cui sembrava riuscire un minimo a cavarsela. E aveva soltanto diciannove anni.




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Racconto scritto il 24/04/2016 - 11:40
Da Piero Geddes
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