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Un'atmosfera metafisica.

Ore 19:15 di una giornata di Maggio. Giornata dal clima fresco. Zona di mare. Locale da happy hour. Sole calante.
Diverse persone.
"... Stephan si sedette in un tavolo che dava sul mare.
Accavallò le gambe e s'accese una sigaretta. Riposò il pacchetto nella tasca della camicia azzura e si godette la sigaretta sulle labbra osservando il mare.
Chiamò la cameriera e ordinò un rum con cola. La ragazza appuntò l'ordinazione e con un sorriso si congedò.
Stephan aspirò la terza boccata, poi prese il cellulare dalla tasca dei jeans e controllò l'ora nonostante avesse un orologio al polso.
Era in ritardo.
Si massaggiò l'ispida barba incolta sul suo viso e tornò ad osservare il mare godendosi il sole debole e calante sulla pelle.
"Il suo drink." Disse la cameriera adagiando il bicchiere di vetro sul tavolino.
"Grazie." rispose Stephan.
Lasciò passare qualche secondo, poi posò la sigaretta sul posacenere e prese il bicchiere freddo in mano. Diede due sorsi lasciando scorrere l'alcool nel suo corpo.
Qualche brivido lo colpì: troppo freddo ancora.
Tornò alla sigaretta.
Assorto nei suoi pensieri vaghi non si rese conto che lei era arrivata.
"Ehi". Il loro semplice e classico saluto.
"Ehi" rispose Stephan.
S'alzò, le spostò leggermente una sedia accanto alla sua e le fece segno di accomodarsi.
Si sedettero e lei prese una sigaretta. Stephan gliela accese, le sue dita così poco distanti dalle labbra di lei da poterne sentire il leggero fiato mentre tentava di accenderla.
Ordinò un drink pure lei, un Jack Daniel's: deciso e forte, come lei.
Dopo averlo ordinato, si tolse gli occhiali da sole. Stephan continuò a tenerseli.
"Sei in ritardo" esordì Stephan.
"Lo so".
"Ancora impegni?"
"Sempre".
"Capisco".
Secondi di silenzio.
"È da molto che aspetti?" chiese lei.
"Non da darmi fastidio".
"Che hai fatto sinora?" Gli chiese guardandolo nello specchio dei suoi neri occhiali da sole.
"Pensavo. Varie cose." disse Stephan.
"Lavoro?"
"Anche"
"E cosa?"
Stephan guardò il mare, aspirò un po' della sua sigaretta e rispose:
"Riflettevo sul fatto che non dovremmo mai smettere di sognare."
"Cioè?".
"Non dovremmo mai smettere di creare idee, mete, sceneggiature. Dovremmo fermarci almeno 10 minuti al giorno, prendere un fottuto pezzo di carta e scrivere tutto ciò.
Non dovremmo mai smettere di sognare. Ma lo facciamo. Ogni fottutissimo giorno."
Da lì si sciolsero.
Avevano un modo particolare di parlare: a vederli avresti detto freddo, apatico. Ma questo era quello che appariva, o almeno quello che loro volevano far apparire. C'era una sintonia tra loro comprensibile a pochi.
Continuarono a parlare delle loro idee, dei loro sogni, mentre attorno a loro la gente, ignorante, non s'accorgeva di loro e procedevano per la loro via.
Finiti i drink ne ordinarono ancora, il locale che continuava a trasmettere musica.
Così trascorreva il loro tempo, finalmente.
Passò qualche altro minuto, poi lei si alzò, andò in uno spazio libero e cominciò a ballare.
Dolcemente, senza regole.
Stephan la raggiunse e, sorridendo, partecipò assieme a lei a questa silenziosa follia.
Lo guardava. La guardava.
Si avvicinarono e ballarono più vicini, il sole ormai calato che lasciava il loro spazio quasi del tutto all'ombra.
Con la giusta malizia, si guardarono e sorrisero di nuovo, diversamente rispetto a prima.
E così ballarono, realizzando un'atmosfera metafisica.
L'ultima nota suonò e la canzone terminò, lasciando le loro labbra a millimetri l'una dall'altra.
Stephan, come un tempo non fece, osò.
Lei, come un tempo non ebbe modo di fare, rispose.
Poggiò le sue labbra su quelle di lei.
Lei rispose, assaporando le labbra di lui, e poi la lingua.
Il mondo osservava loro. Lui, allontanandosi dal suo viso, osservava lei. Lei, lui.
Senza imbarazzo, risero..."



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Racconto scritto il 24/06/2014 - 12:28
Da Andrea Motta
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