e il corpo va persuaso con lentezza,
quando il dolore germina da legami distorti
che stringono soltanto per lacerare.
Rimuovere il ricordo,
talvolta, è continuare la condizione:
nulla potrà gravarci sopra
nulla potrà davvero ferirci
se impariamo a restare integri.
Assimilare è un azzardo,
perché chi ci vive accanto
sente sulle spalle il peso
dei nostri vuoti,
dei segnali che affiorano
da una mente incrinata,
dalle perdite inghiottite
da un ventre che non cede.
Quando ci si ammala,
davanti emergono ordigni silenziosi,
eppure continuiamo a procedere,
a compiere gesti, a resistere.
Le riserve si dissolvono d’un tratto,
e ricordiamo che non siamo automi.
Si spezzano anche loro,
ma la forza no:
quella si ricompone,
si riallinea,
frammento dopo frammento.
E i frammenti, per fortuna,
non vengono mai meno.
Intanto, in un angolo quieto,
c’è chi accarezza l’idea di svanire,
come se altrove l’aria fosse più docile.
Eppure resta,
resta come un’ombra che teme la luce,
resta per timore di sguardi appuntiti,
resta perché ogni passo potrebbe sembrare un’offesa.
Resta, non per volontà,
ma per il timore di essere frainteso,
giudicato persino nel gesto
di allontanarsi.
E allora si immobilizza,
figura sospesa che vorrebbe dissolversi
ma teme il frastuono
che farebbe sparendo.
Poesia scritta il 12/01/2026 - 18:53Voto: | su 0 votanti |
MARIA ANGELA CAROSIA
12/01/2026 - 21:29



