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I panni sporchi si lavano in famiglia...

Vi racconto una storia non del tutto educativa ed esemplare, ma si tratta di una storia vera, roba di tanti anni fa.


Dovete sapere che da ragazzino, mio cugino Valerio, aveva sempre dato l'impressione di essere una femminuccia, un po' perché portava i suoi capelli biondi molto lunghi,un po' per la sua esilità allarmante.
Non frequentava molto il gruppo dei miei amici,questo per due semplici motivi; primo perché da bambino era sempre stato molto carino, per questo veniva frequentemente apostrofato al femminile, secondo per la prestigiosa figura di stronzo integrale di suo padre, ovvero mio zio.


Il primo ricordo cosciente che Valerio ebbe di suo padre, perché poi si spezza tutto fino al suo diciottesimo anno di età, è il pergolato di Lillà di una osteria di Monte Mario, la «Trattoria Fiore», uno di quei locali con i tavoli di marmo le tovaglie con i quadratini rossi, per intenderci, la figura di suo padre che parlava con tre o quattro amici.
Non si sa bene perché avesse deciso di portarlo a spasso con se quel giorno, forse voleva far vedere la «figliola», ma non capendo assolutamente niente lo mise a sedere davanti a un boccale da mezzo litro di birra Valerio se la bevve anche molto felicemente con occhi sempre più lucidi e persi.
- A papà quant'è bona! – e si prese una sbronza colossale.
Lo riportò a casa tenendolo come un sacco su una spalla e lui vomitò per una settimana.
Così il povero Valerio diventò completamente astemio e di suo padre non ne seppe più nulla.
Dopo quella volta, sua zia Clotilde, (sorella di una madre che lui non ricordava d'aver mai visto), amante di suo padre, nella sua grande saggezza decise che suo padre non solo era inutile, ma oltremodo pericoloso.
Dovete sapere che quando misero su famiglia, abitavano in una grande ed elegante villa poco distante da S.Maria della Pietà, il celebrato manicomio di Monte Mario.
Era una casa molto grande con una decina di stanze, perfetta per due persone che non si potevano vedere.


Suo padre utilizzava l'ultima stanza a sinistra e sua madre la prima a destra. Avevano fatto un gran lavoro sugli orari per non incontrarsi mai, uno usciva e l’altra entrava.
Le stanze di centro erano proprietà esclusiva dei due vecchi, cioè i miei e i suoi nonni, che facevano da tramite
- Enzo (che era il nome di suo padre) ha detto se gli puoi stirare la camicia per domani, che ce n'ha bisogno
- Niente da fare! - Rispondeva Marzia (che sarebbe stato il nome di sua madre) Che s'arrangi da solo o se le facesse stirà da quella troja che se fotte la sera!
Poi si sa come vanno a finire certe cose, un bel giorno sua madre fece armi, bagagli e partì per l'Eritrea con un colonnello del genio.


Valerio crebbe con la zia e i nonni, poi, dopo l'incidente della birra, una sera suo padre arrivò a casa e trovò due belle valigie pronte fuori della porta
- Oh, che bello, vai a trovà quella mignotta de tu sorella? - chiese lui alla cognata
sua zia che gli rispose
- No, sei tu che te levi dai cojoni!
Notare che la casa era del padre di Valerio e anche i genitori erano di suo padre.
Allora suo padre montò su una lambretta lasciando le valigie lì dove sua zia le aveva postesi trasferì a Bologna, anche se nessuno ha mai capito bene perché proprio a Bologna.
Se ne andò fresco e giulivo con il solo impermeabile.


Così Valerio imparò a vivere con la zia e i nonni che ebbero una gran parte nella sua vita. Poi, quando iniziò a frequentare la scuola, visto che bisognava salvare la faccia, per giustificare il fatto che i suoi genitori erano latitanti e sua zia si vergognava d'incontrare le maestre, i nonni raccontavano che era figlio di un ambasciatore vedovo e sempre in giro per il mondo...


Di suo padre riceveva sempre delle notizie strane; che fosse matto pare non vi fossero più dubbi, ma le notizie che arrivavano erano che fosse morto cadendo dal balcone mentre stendeva le camicie, che qualche vicina compiacente evidentemente gli stirava, considerando che per il ferro da stiro aveva sempre avuto una mai celata avversione.
Qualcuno affermò che fosse stato arrestato per certe teste rotte, ma non se ne sapeva nulla di preciso,soprattutto non se ne poteva assolutamente parlare in casa.
Poi, un bel giorno, quando aveva diciotto anni, sua zia, sapendo che gli avrebbe fatto piacere visitare il nostro meridione, prese un treno e gli disse
- Annamo in Sicilia! -invece lo portò in Emilia.
Alle sei della sera, la zia gli fece
- Daje Valé che scennemo qui
Poi presero un taxi e andarono in una certa strada
- Aspetta qui! - Disse sua zia.
Entrò in una casa lasciandolo in balia del tassista, che nella semi oscurità della sera, non avendo lui proferito parola alcuna, lo guardava con deciso interesse muovendo le labbra come a dire
- Che bella bambina?


Per fortuna tornò sua zia, altrimenti di lì a cinque minuti avrebbe dovuto ingaggiare una violenta lotta con l’energumeno.
- A Valè, io te ciò portato, mo va su ar terzo piano, li ce sta tu padre... vai vai tranquillo!
Lui va, suona e viene ad aprire il suo papino
- Viè dentro, vie!
- Ma lei, si insomma, sei mio padre?
- Mo che fai lo stronzo? Che nu me riconosci più?


Lui se lo ricordava un essere altissimo, magrissimo, brutto come la fame, col naso a becco, ed ora invece si trovava di fronte ad un tizio che pesava centotrenta chili, pelato con un bel viso...la cosa gli confuse le idee.
Chiese di nuovo - Lei, è mio padre? -mentre lo disse scoppiò a piangere.
- Ma che te piagni a regazzì, c'hai diciott'anni porca puttana!


Era li già da un'oretta quando suonò il campanello, suo padre gli da una spinta e lo chiude fuori dal balcone, immagino quello stesso da cui lo si faceva precipitato,tira giù la tapparella.
Allora sentì dentro degli scoppi d'urla pazzesche di due uomini e pensò
- Ma cosa sta succedendo? soprattutto dove sono capitato? Questi qui si ammazzano.
Poi sentì dei lamenti e finalmente, dopo un paio d’ore che guardava i tetti di Bologna, vede suo padre riaprire il balcone.
Si fece coraggio e chiese
- Ma cos'è successo?
- Oh niente, era un collega di lavoro che s'è incazzato perché da due anni me fotto la moglie. Non la smetteva e così l'ho dovuto daje un po' de botte ar cornutaccio.


Così iniziarono a frequentarsi, ma per vederlo doveva sempre fare della fughe perché a Roma, di suo padre non si poteva parlare.
Era come se avesse l'amante, per cui coi nonni e la zia s'inventava che aveva da fare degli esami all'università, oppure diceva che doveva andare tre giorni da Teresa, una cara amica,Teresa gli teneva il gioco.


A Bologna suo padre faceva il professore, molto spesso l'invitava a pranzo in qualche ristorante, ma quando arrivava all'appuntamento c'era il cameriere, c'era il menù, il conto pagato, ma lui non c'era quasi mai.
A volte c'era anche la letterina con sopra scritto:
«Quando hai finito fatti vedere in piazza della fontana che è tanto bella in questa stagione. Ci facciamo due chiacchiere davanti a un bicchiere (magari di birra)»
C'era tutto, era tutto vero, ma non c'era lui.


Sapete quante volte gli fece quello scherzo? Gli mandava addirittura i cataloghi delle mostre
«C'è una mostra stupenda, vai ho già parlato col portiere, ma non me la sento di vederti»
Diceva che era angosciato e che non se la sentiva di vederlo; che gli ricordava i brutti tempi. Aveva delle angosce tremende, tra l'altro, cosa di cui potrete ora stupirvi, suo padre era stato un giovanissimo partigiano.
Nel '44, con i crucchi ancora in casa, girava sempre con due pistole in tasca. Si raccontava che prese anche una medaglia d'oro, quindi probabilmente qualcosa fece, ma cosa si ruppe ad un certo punto dentro la sua testa, nessuno lo sa.
Forse fu quella volta che fu messo al muro, ma non lo fucilarono perché un colonnello tedesco si commosse e disse:
- Ma questo è un bambino (aveva diciannove anni), girò il mitraglitore e gli spaccò il calcio sulla testa, poi se ne andò.
Non morì, ma rimase con uno schiacciamento del cranio vita natural durante, però, se non altro, portò a casa la pelle.


Valerio ebbe sempre l'impressione che suo padre avrebbe voluto ammazzare un sacco di gente, ma che non gli riuscì mai di farlo.


Una delle prime volte che andò a trovarlo a Bologna, suo padre lo portò in un museo di storia Romana. Ad un certo punto un omino ebbe l'infelice idea di dir loro che il museo avrebbe chiuso di lì a cinque minuti. Allora lui, con i suoi centotrenta chili lo sollevò di peso mentre questo strillava:
- Mi metta giù, mi metta giù!
Lo mise in un angolo dicendogli di non muoversi di lì o avrebbe fatto i conti con lui, mentre il povero Valerio si vergognava come un ladro implorando:
- Andiamo via, papà
Ma lui no, impunito gli fece vedere tutto il museo, poi andò all'angolo dove aveva deposto l'omino e gli disse che adesso poteva chiudere.
Ecco, questo era il padre di Valerio...disgraziatamente anche mio zio.


Non era cattivo, ma comunque un dispotico. La prima cosa che fece quando Valerio andò per la prima volta a Bologna con la zia, fece venire in casa un barbiere che lo rasò quasi a zero, poi lo rivestì come piaceva a lui dalla testa ai piedi!
Suo padre aveva dei momenti d'assoluta gigioneria in cui veramente faceva lo scemo e si divertiva a provocare le persone.
Tutta Bologna ricordava quella cena con il preside dell'istituto dove insegnava. Valerio era ospite di suo padre; arriva questo signor preside, un serissimo signore, si siede e mangia con loro.
Suo padre non si sogna di presentarlo, tranne che con un'occhiata e un cenno,questo lo guarda col sottinteso
- Vecchio porco, adesso te la fai anche con le ragazzine, eh?
Poi si misero ad inventare citazioni dotte sull'argomento. Tutta la cena andò avanti con quelle soliti allusioni Eh,eh,eh,eh! Ah,ah,ah!
Ad un certo punto, dopo due litri di minerale molto gasata, Valerio dovette andare in bagno, tornò e trovò il preside con la faccia viola perché nel frattempo suo padre gli aveva detto
- Imbecille, ma quello è mio figlio!


Un giorno suo padre gli chiese:
- Conosci i versi di Fedro? «Quando l'uomo fece la sua comparsa sulla Terra, Giove gli impose due bisacce: gli mise dietro, sulle spalle, quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i limiti degli altri... Ed è per questa ragione che le teste di cazzo, non riuscendo a vedere i loro difetti, sono sempre pronti a biasimare gli altri. Ed è più o meno il comportamento di questi tromboni che oggi vorrebbero mandare avanti l'Italia riempiendosi le tasche come faceva er "puzzone"... te lo ricordi? Solo che questi la camicia ce l'hanno de n'antro colore. A regà, tie bene a mente che ciò che le zucche vuote temono e ammirano è l'intelligenza e la capacità di farsi comprendere... Me piacerebbe sapè chi cazzo je l'ha fatto fa a quei cojoni d'americani de fasse ammazzà per liberà sti quattro zozzoni!
- Ma non sono stati i partigiani a liberare il popolo italiano?
- Come no! Certo che so stati li partigiani, però io ci ho rimediato sortanto du anni de galera e manco na lira...


Ecco, questo era il padre di Valerio, un gran burlone e un'autentica testa di cazzo.
Si, lo so, nonostante tutto era mio zio, però...




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Racconto scritto il 08/12/2015 - 03:47
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