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RICORDI ELEMENTARI

La mia maestra si chiamava Grazia Canu. Anzi, il suo nome era Grazia Dessanay, sposata Canu. Era di Nuoro ed il suo cognome mi piaceva tanto, con quella lettera dell’alfabeto a me sconosciuta che lo rendeva così importante ed aristocratico.
Non so perché, ma a pensarci bene le maestre di quell’epoca avevano tutte il cognome dei mariti, eppure le donne della mia famiglia avevano conservato il loro. Forse perdere il proprio cognome era prerogativa delle classi agiate.
Io, quando mi si chiedeva figlia di chi fossi dicevo il nome di mio padre, poi di mia madre ed infine, se ancora non capivano, il nome di mia nonna. Allora capivano, e così presi l’abitudine di dire subito il suo nome. Ecco perché, così piccola, non mi tornava il ragionamento che le donne potessero in qualche modo perdere parte della loro identità.
La mia maestra era una donna dal sorriso molto dolce, ma era allo stesso tempo abbastanza severa da farsi ascoltare e seguire senza problemi. La nostra era la sua prima classe mista, femmine e maschi, e lei già dalla prima elementare aveva adottato l’ordinato assortimento anche nei banchi: un maschio ed una femmina, un grembiule nero ed uno bianco in ogni banco.
In quell’anno il mio compagno di banco era solito prendere brutti voti ed una volta che la maestra, forse per pietà, gli diede un dieci lui cancellò l’uno con la gomma fino a bucare il foglio. Già dall’inizio, vista la compagnia avevo capito che dovevo cavarmela da sola, che non avrei avuto alcun aiuto ed il mio compagno restò in prima, dentro il cerchio che tanto amava.
Ho tanti ricordi di quei cinque anni, ed in tutti vedo il viso dolce e sereno della mia maestra. Ricordo le passeggiate che facevamo: il tre novembre, dopo ognissanti ed il giorno del peti cocone, ci portava al cimitero a rendere omaggio alla tomba di Carmelo Cottone, il primo direttore didattico del nostro paese. Noi quel signore non lo conoscevamo ed assolvevamo al compito tra risolini e leggere gomitate. Poi ci lasciava liberi di andare a visitare i nostri cari, che per fortuna erano quasi tutti vivi, cosicché potevamo giocare a nascondino tra le tombe; l’altra passeggiata avveniva il ventuno di marzo, alla Madonnina, che con l’arrivo della primavera era circondata da mandorli carichi di frutti acerbi, sa cucuta, che spaccavamo con i denti per mangiarne i gusci dolcemente insapore e ripulirci le dita sui grembiuli. Dalla Madonnina si vedeva, e fortunatamente si vede ancora il mare e tutto il nostro paese: partendo dal campanile della parrocchia ognuno di noi riusciva ad individuare la propria casa. Io dovevo cercare le palme dell’asilo e volgere leggermente lo sguardo a destra dove scorgevo le lenzuola stese sul terrazzo. Finché il vicino di casa non costruì un altro piano.
Inutile dire che poi queste giornate rappresentavano la traccia del tema da svolgere a casa e che, scremati da eventuali litigi, raccontavano di giornate idilliache che la nostra maestra ci aveva regalato. Ho ricordo di un suo consiglio riguardo i temi, che negli anni a venire si è rivelato prezioso. Diceva che quando dovevamo spiegare qualcosa dovevamo iniziare dal principio, come se il nostro lettore o interlocutore non conoscesse affatto l’argomento. E’ seguendo questo consiglio che negli anni delle medie e delle superiori i miei temi riempivano due fogli protocollo interi, facendomi ottenere ottimi voti, almeno in italiano scritto.
Capitava spesso che leggesse in classe qualche tema, anche se i più simpatici, e forse i più veri, erano quelli di Domenico, Cilleddu. Il suo italiano non era perfetto, piuttosto era tanto colorato da espressioni in lingua sarda e ciò scatenava l’ilarità della classe intera. Cilleddu era il primo a riderne, con quel suo sorriso placido che ha conservato fino a quel giorno di qualche anno fa, quando all’improvviso il destino lo ha violentemente portato dall’altra parte. Rideva di ciò che aveva scritto e lo faceva anche con orgoglio: in fondo la maestra lo stava premiando per il suo impegno.
Sì, perché Cilleddu non aveva tempo libero, faceva il pastore con il padre nelle campagne fuori paese, però i compiti li eseguiva e nei suoi temi parlava di quella vita solitaria e selvaggia e lo faceva in maniera davvero simpatica. Era anche molto agile, molto minuto a quell’età, ma riusciva a saltare anche due banchi insieme, come se stesse saltando da una roccia all’altra tra ginestre spinose a salvare qualche agnellino disorientato.
A pensarci oggi credo che con la lettura di quei temi la maestra volesse insegnarci che l’importante era l’impegno profuso nel fare le cose, anche se non venivano perfette.
Durante la prima e la seconda dal mio banco riuscivo a vedere quel glicine che sull’altro lato della via Gramsci adornava l’ingresso di una casa: mi piaceva, era una pianta quasi insolita da noi, ma la guardavo e pensavo a quei mondi descritti nel libro di lettura, dove si parlava di treni, di nebbia, di grattacieli, di pupazzi di neve, di mondi spesso troppo lontani dal nostro. Non capisco perché, ma quel rampicante sembrava un ponte tra il mio mondo e quello che scorreva sotto il mio piccolo indice mentre lo leggevo.


Quando la mia maestra non stava bene veniva Francesca, la figlia, a sostituirla e noi perdevamo l’occasione, come avveniva nelle altre classi, di scambiarci di posto e chiacchierare con la compagna del cuore. Erano suoi i disegni delle quattro stagioni appesi alle pareti: le rondini della primavera, disegnate benissimo, e le castagne sulle calde foglie dell’autunno, la casa innevata e la barca sul mare.


Ricordo in quinta elementare, il 16 marzo del 1978, nella tarda mattinata bussò zio Piero, il bidello, dicendo alla maestra che era attesa in direzione. Era un fatto insolito ma noi approfittammo immediatamente della libertà per rincorrerci e picchiarci tra i banchi. Quando la maestra rientrò in aula era sconvolta, con le mani in testa e tra un “Mio Dio” e l’altro ci disse che era successa una cosa terribile, era stato rapito Aldo Moro. “Preparate le cartelle e andate a casa.” Tutto ci appariva strano ma vivemmo quell’uscita anticipata come una grande occasione: non sapevamo chi fosse Aldo Moro e ci affrettammo a raggiungere il piccolo emporio di tziu Mertzioro per comprarci le mentine sulla strada del rientro a casa. La mia maestra era appassionata al suo lavoro e si vedeva che amava i suoi alunni, tanto che stava anche ai nostri stupidi giochi, come quella volta che Graziano, il più minuto, si chiuse nell’armadio per farle il pesce d’aprile nel momento che l’avesse aperto. Lei finse un grande spavento e, sorridendo, ci disse che eravamo proprio dei birichini e che eravamo riusciti a farle un grande scherzo. Noi restammo molto compiaciuti delle sue parole a cui rispondemmo con dei sorrisi con pochi denti.
Una mattina, tutti avevamo saputo la notizia e appena lei entrò in classe in coro la informammo, come se quello scoop ci desse diritto ad un bel voto “Maè, è morta la mamma di Graziano!” Non eravamo pronti alla sua reazione. Non finì di abbottonarsi il grembiule nero, si diresse subito alla cattedra, si sedette quasi tremante, si sfilò gli occhiali e con le mani sul viso pianse. Pianse tanto, era un pianto dirotto e senza alcun freno, dove il suo dolore traspariva in tutta la sua autenticità e le sue lacrime erano segno dell’implacabilità e del taglio netto che assesta la morte. Restammo immobili come statue ad osservarla, attoniti per il suo gesto così intenso ed intimo che suo malgrado si era trovata a condividere con dei bambini. Non potrò scordare quella mattina e quel pianto che continua a commuovermi nel ricordo e che dopo anni considero prezioso come più di mille lezioni.
La mamma di Graziano era andata a Roma a farsi ricucire il cuore, lacerato dalla morte della figlia, bambina, investita e uccisa mentre attraversava la strada. Era una mia compagna di giochi, abitando a venti metri da casa, e così vidi quella casa svuotarsi ulteriormente e divenire sempre più triste. Nessun medico riuscì, neanche in continente, a guarire quel dolore troppo grande e così venne riportata a casa dentro un carro funebre nero che aveva attraversato il mare, nero e lucido come un corvo che io guardavo dall’uscio di casa mentre tutti gli adulti del vicinato si avvicinavano alla casa asciugandosi le lacrime e dicendo “Como est sanata” ora è guarita. Osservando quel corvo a motore capii che a Roma non c’erano solo il Papa ed il Colosseo, i bei palazzi e la gente ben vestita, no, a Roma potevano anche finire le speranze e questa constatazione la vissi come una triste scoperta, direi un tradimento.
Al mio paese non c’era ancora neanche un carro funebre e le bare venivano portate in spalla da parenti e amici fino alla chiesa e poi al cimitero, all’uscita del paese, il cui ultimo tratto era una mulattiera stretta tra due muretti a secco e fichi d’india che recintavano mandorleti fino ad arrivare all’ingresso, ombreggiato da alti e verdi pini poi implacabilmente sostituiti da catrame rovente. Oggi, quando purtroppo capita, la bara viaggia nella stiva di un aereo, stretta tra valigie colorate e spesso piene di vesti leggere e variopinte, di costumi da bagno, di infradito e di tanta gioia. E questa è la vita, fatta di tanti sapori, di tanti colori e di tanti umori che a loro insaputa si incrociano, costruendo una fitta rete di invisibili emozioni.


Perché questi ricordi, così semplici ed elementari che riaffiorano dal cuore di una bambina? Perché ho veramente un bellissimo ricordo della mia maestra che anche dopo anni chiedeva di me a mia madre quando si incontravano; perché è naturale trascinarsi dietro vicende e persone che in qualche modo, nei dialoghi o nei temi, sono entrate dentro quell’aula e forse perché la mia maestra, con il suo giudizio nella scheda di quinta, che aveva in quell’anno soppiantato le classiche pagelle, mi esortava a fare meglio e di più: ”…In genere è emotiva e si interessa di troppe cose contemporaneamente. Quando riesce a concentrarsi è brillante perciò penso che potrebbe fare cose straordinarie se si applicasse con maggiore cura e volontà.”
Queste parole sono preziose ed insieme alle lezioni, di studio e di vita, rappresentano un lascito da custodire e coltivare per non tradire quella sorta di aspettativa che la mia maestra aveva nei confronti di quella bambina con le trecce, che si distraeva a guardare fuori della finestra, perché possa impegnarsi ogni giorno per diventare una persona migliore. Nonostante i fallimenti.


Millina Spina, 24 novembre 2017




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Racconto scritto il 25/11/2017 - 08:46
Da Millina Spina
Letta n.106 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Bel racconto per una piacevole lettura. Ciao Millina, bentrovata.

Loris Marcato 25/11/2017 - 17:13

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