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Pietra Rosa - Storia vera di una piccola emigrante (seconda parte)

Ti dico che non è venuta qui. Non preoccuparti starà sicuramente giocando con le amiche in qualche vicoletto.
Sarà così. Vado a cercarla.
Domenico, non c’è, incomincio a preoccuparmi. Vieni anche tu, aiutami.
Ai miei si accodarono man mano sempre più persone. Cominciarono a cercarmi per tutto il paese senza esito. Si recarono nei posti più impervi con il timore che fossi caduta in qualche burrone. Il vociare confuso man mano che il tempo passava assumeva un tono scorato e stridente quasi un pianto gridato la cui eco rimbombava nella sottostante vallata.
Ignara di tutto io ero arrivata, intanto, a casa della nonna. Indossavo un bel vestitino che mi aveva cucito mia madre e sopra avevo un grembiule con le tasche dove mettevo il fazzoletto…. Saggezza contadina!
Appena la nonna mi vide:
- Aurora cosa fai qui da sola?
- Nonna sono venuta perché sono molti giorni che non ti vedo e desideravo abbracciarti e visto che sono qui mi dai un po’ di pesche dal tuo giardino perché a casa non c’è frutta così mamma sarà contenta.
Mia nonna capì subito che ero andata senza dire niente a nessuno. Mi riempì in fretta una borsa di frutta, mi caricò in groppa all’asino e mi riportò a casa. Trotterellare in groppa a Gelsomino era per me come andare sulle giostre. Gelsomino era vecchio ma ancora forte e agile e per la nonna era un aiuto insostituibile. Infatti era lui che trasportava la legna, la crusca per la mucca, il raccolto della terra. La nonna gli aveva messo il nome Gelsomino perché a lei piaceva molto l’odore di quei fiori.
Durante il tragitto incontrammo molte persone che mi cercavano.
L’accompagno io.
No, io
Lasciate stare Aurora è con me e con me rimane. Sarò io a riportarla a casa.
Hai sentito? Non puoi fare di testa tua e allontanarti da casa senza il permesso dei genitori.
Ma nonna sono venuta da te.
E non puoi da sola
Davvero? E perché?
Lo capirai tra poco il perché quando i tuoi genitori ti vedranno.
Allorché i miei genitori mi videro presi dall’amore e dalla rabbia, il
volto imbiancato dalla paura, mi volevano, a dir poco, picchiare.
Per fortuna la nonna si schierò in mio favore e si frappose tra me e
loro:
Non picchiarla. E’ venuta da me perché le mancavo e per prendere
un po’ di frutta da portare a casa visto che non ne avevi.
Io da dietro alla nonna ridevo con la faccia tutta sporca di pesche.
Mio padre fece il giro attorno all’asino, mi afferrò per un braccio e mi
trascinò dentro la macelleria.
Aveva ancora il volto bianco nonostante mi avesse vista viva e vegeta.
Senza dire una parola mi legò al grosso tronco d'albero che usava per
tagliare la carne.
Mi sentivo in quel momento come una prigioniera degli indiani.
- Slegala che la riporto a casa.
- No! Deve imparare. Non può fare sempre quello che vuole.
Mia madre non ce la faceva a vedermi legata a quel tronco come un
salame se ne tornò a casa con l’andatura di un cane bastonato.
Tutte le persone che entravano in macelleria dicevano a mio padre:
- Domenico togli tua figlia di là.
E lui sempre le stesse parole:
- No! deve imparare.
Così tutta la mattina. Io intanto piangevo a dirotto.
E lui continuava a dirmi:
- Stai zitta. Avresti dovuto pensarci prima ora starai lì tutta la giornata.
- Papà lasciami fare la pipì.
- Noooo!….Fattela addosso.
Per fortuna dopo mezzogiorno arrivò zia Franca. Appena mi vide mi
slegò e disse a mio padre:
- Non dire niente è meglio! Aurora la porto a casa. Questo spettacolo che offri ai clienti è semplicemente indecente. Tu non hai quattro anni te ne rendi conto? È assurdo pretendere di insegnare qualcosa a un bimbo usando simile atteggiamento e se non la smetti la porto a casa mia.
Il tono di voce della zia era duro e imperativo, non ammetteva repliche.
Infatti mio padre la guardava a bocca aperta senza dire una parola. Mentre mia zia continuava con la sua lezione di educazione infantile mio padre non resistette oltre mi venne vicino e mi abbracciò forte non so se perché era pentito o perché non sopportava più la tiritera della zia. Conoscendo mio padre era più attendibile la seconda ipotesi.
- Ho avuto tanta paura, ti amo molto, se ti fosse successo qualcosa di brutto, come faceva papà? Eh? Rispondi!
- scusa papà non lo faccio più.
L’abbracciai forte anche io, gli diedi un bacio e tornai a casa con lui.
Quel giorno imparai la lezione e credo di aver capito che non ci vuole molto a trasformare una bella giornata in una giornata di sofferenza. I bambini non pensano mai al brutto, tutto è un’avventura.
Ora lo fissavo ed era come se lo vedessi per la prima volta. Vedevo un vecchio stanco, dall’aspetto cupo, le sopracciglia aggrottate come se stesse recitando in un film con noi cinque protagonisti e non riusciva a interpretare bene la sua parte. Del resto nessuno di noi ci riusciva. Invece era un bell’uomo, capelli neri, grandi occhi, pelle scura e un sorriso birbante.
D’un tratto feci un balzo quasi che qualcuno potesse precedermi, presi la borsa accanto a mio padre con la destrezza del miglior “borseggiatore” , la poggiai sulle mie ginocchia. Ero curiosa. Come mai mio padre non l’aveva messa con le altre valigie? Perché la teneva poggiata al suo corpo per sentirne il contatto come se contenesse qualcosa di prezioso?
Di prezioso non possedevamo nulla o quasi nulla. O mi sbagliavo?
Di lì a pochi attimi ne avrei scoperto il contenuto.
Mi assicurai che i miei genitori dormissero, dissi a mia sorella di stare zitta e come una ladra aprii la borsa.
Quando ne vidi il contenuto mi commossi a tal punto che avrei voluto saltare addosso a mio padre.
Nella borsa aveva messo con cura i miei disegni, le letterine che a scuola ci facevano scrivere per le feste di Pasqua e di Natale, inoltre c’erano alcune foto di me e della mia amica Maria. Povero papà si prodigava per nasconderci la sua sofferenza e lenire per quanto possibile la nostra. Presi tra le mani la fotografia e sorrisi a Maria. Maria, la mia compagna di giochi, della mia stessa età cui volevo un gran bene come fosse una sorella. Oltre alla Pietra Rosa e alla nonna era a lei a cui ero legata maggiormente. Mi ricordai a questo punto della mia bambola di pezza la cercai nella borsa. Non c’era. Era rimasta nella panca al buio.
E la mia scuola? Mi aveva visto per la prima volta a quattro anni col mio primo grembiulino fatto artigianalmente, con il fiocco tra i capelli e per tre anni tutti i giorni.
I miei compagni sapevano che, prima o poi, sarei andata via però era meglio non pensarci perché quel giorno sarebbe arrivato lo stesso. Prima elementare, cominciavo a scrivere le prime parole, i primi numeri e a leggere tutto. Che felicità non dover chiedere più cosa ci fosse scritto sulle insegne, sui cartelli.
L’ultimo giorno di scuola a Pollina fu molto triste. Mia mamma, entrò in classe, appena la vidi il mio cuore incomincio a battere come un tamburo. Era arrivato l’ultimo giorno. I miei compagni ridevano e scherzavano intorno a me io invece ero rimasta impietrita, ghiacciata, sentivo solo i battiti accelerati del mio cuore. Qualcuno mi chiamava ma non potevo rispondere, gli occhi, piano, piano si stavano riempiendo di lacrime. Lo sbattere della porta mi fece trasalire, era mia insegnante.
bambini, bambini tutti al vostro posto, sedetevi devo darvi una notizia importante e bella.
Io l’ascoltavo e pensavo – cosa ci sarà mai di bello nel lasciare il mio paese, la mia casa, i miei amici. Avrei voluto, che mio nonno Peppe, non fosse mai andato dove il cielo si toccava con l’acqua così io non avrei vissuto questo brutto momento e poi perché non tornava lui a Pollina? Perché?
Aurora, Aurora, Auroraaaaaa
La maestra gridava il mio nome ma io non sentivo. Poi finalmente riuscii ad alzarmi e andarle vicino. Mi prese la mano e diede la “bella” notizia:
- Oggi è l’ultimo giorno di Aurora fra noi perché parte per l’Argentina. Là, incontrerà suo nonno, il papà della mamma che nemmeno lei conosce. Il nonno lasciò la famiglia quando sua madre aveva appena quattro anni. Sono trentatré anni che non lo vede quindi ci sarà grande emozione.
Non sentivo più nulla, non volevo sentire più nulla. Non volevo sentire che l’Argentina era bella, non volevo conoscere il nonno in quel momento lo odiavo.
I miei compagni a questo punto mi si asserragliarono intorno, baci abbracci, auguri di ogni felicità.
Ma quale felicità? Loro ridevano e io piangevo
Mancava ancora qualche ora all’arrivo alla stazione di Napoli. Pensavo a Maria e ai nostri giochi, alle gare coi sassi che trattenevamo sulle mani.
Si chiamava il gioco delle cinque pietre, cinque pietre più o meno uguali, se ne faceva saltare una, se ne prendeva un’altra, poi due, poi tre e così via.
Chi sbagliava doveva ricominciare da capo. Vinceva chi riusciva a trattenere sul dorso della mano e a prendere da terra i quattro sassi mentre il quinto veniva lanciato in aria.
Il gioco che facevamo più volentieri però era il nascondino. Generalmente giocavamo quando stava per calare la sera, quando i nostri amici più grandicelli avevano finito i compiti.. Era come un appuntamento con l’imbrunire.
Non era come oggi. A quei tempi si giocava all’aperto, in gruppo con i pochi giocattoli che avevamo a disposizione.
Non c’era la televisione o almeno noi non l’avevamo ancora. C’era più contatto con le persone, ci si parlava. Spesso si vedeva la gente seduta fuori di casa. Portava ognuno la propria sedia e si passava la serata così, chiacchierando.
Mio padre aveva portato con se la mia nostalgia.
Quando mi svegliai eravamo arrivati alla stazione di Napoli.
Vedevo il mare.
Il mare, come era bello il mio mare siciliano, la mia spiaggia.
Come erano luccicanti quei pezzi di vetro colorati raccolti tra la sabbia residui di birre, acque minerali, cocci di mattonelle levigate dalle onde e dalla sabbia.
Erano le pietre preziose di noi bambini, il nostro tesoro rinvenuto scavando solchi nella sabbia. Eravamo esploratori, cercatori dei forzieri abbandonati dai pirati in fuga che la furia del mare apriva, e ne trasportava il contenuto qua e là sulle spiagge della terra.
Maria guarda! Ho trovato uno smeraldo! Ecco un diamante!
Aggiungilo alla bottiglia, quando sarà piena saremo ricche come due regine e sposeremo un principe.
Arrivati a Napoli dove ci attendeva la nave per l’Argentina io e mio fratello Francesco fummo messi in quarantena, chiusi in una stanza del porto per una strana malattia di cui non ricordo il nome. Ci lasciarono lì per tre lunghi e interminabili giorni.
Ricordo che in quel posto c’erano tanti letti. Ogni tanto ci permettevano di andare fino alla piazza e giocare un po’. Dopo il terzo giorno ci fecero imbarcare .
La nave per “dove il cielo si tocca con il mare”


Gran Bretagna, il nome della nave. Quasi dimenticavo l’amarezza della partenza e inneggiavo alla felicità di salire su quell’enorme nave. Rientravo nella mia età ed ero felice di fare un’esperienza mai fatta con la curiosità dei bambini.
Doveva sentirsi leggera quella nave così pesante, perché stava sull’acqua. L’acqua rende i corpi leggeri. Questo pensiero alleviava la tristezza che a tratti faceva capolino nel mio piccolo cuore portandomi agli occhi l’immagine delle lacrime che scorrevano sul volto della nonna lì alla stazione di Palermo, impietrita come una statua.
-La nonna ora è come la nave, leggera. Lei stava nuotando nelle sue lacrime e dopo si sarebbe sentita leggera come una boa.
Era una nave da crociera con tante cose belle. Le cabine erano lussuose, c’erano dei grandi saloni, piscina, club, pista da ballo, cinema. Però c’erano anche le cabine per persone come noi, emigranti.
Alla nostra famiglia, toccò una cabina dove c’era già una signora.
- Mi scusi non sapevo fosse occupata. Ci hanno assegnato questa cabina a me e alla mia famiglia disse imbarazzato mio padre.
- Cercatevi un altro posto, ci sono cabine per soli uomini qui può rimanere sua moglie con i bambini.
E così mio padre dovette andare a dormire in una cabina per soli uomini che sembrava una camerata di ospedale.
La separazione, seppure momentanea, rattristò i miei genitori.
Mia sorella Maria e mia madre fecero un viaggio apocalittico, tutto il tempo a vomitare. Io, papà e Francesco, invece andavamo a mangiare al ristorante della nave. Su quella nave ricordo di aver mangiato per la prima volta una banana e tante ciliege.
La famiglia, si riunì nella cabina assegnateci quando la donna che dormiva con noi sbarcò non so dove.
Io dormivo nella cuccetta sopra mio fratello e ancora sento la sensazione di cadere dal letto e tante notti non si dormiva perché la nave si muoveva tantissimo. Quando arrivammo allo stretto di Gibilterra mentre eravamo nella cabina suonò l’allarme e si sentì la voce del capitano:
- Siete pregati di uscire tutti dalle cabine e salire sulla prua della nave.
Tutti correvano fuori, si accalcavano sulle scale, si spingevano era un fuggi fuggi generale. Noi emigranti eravamo più sotto degli altri per cui arrivammo ultimi alla prua della nave. Mio padre prese in braccio Francesco mentre mamma prese me e Maria per mano.
Il capitano dava istruzioni su come indossare i giubbotti di salvataggio. Tutto questo durò per un’ora.
- scusate tutti. (era di nuovo la voce del capitano). Questa è stata una simulazione in caso dovessimo fare naufragio.
Dopo qualche giorno come ricompensa alla paura vera della simulazione sulla nave organizzarono una grande festa con balli, giochi, bagno in piscina.
Arrivati in Spagna la nave sostò un giorno nel porto di………….
Ci diedero il permesso di scendere con la raccomandazione di rientrare ad una certa ora. Tutti i passeggeri furono puntuali. Purtroppo quando ormai la nave si era già allontanata un po’ dal porto l’equipaggio si accorse che una coppia era rimasta a terra. Allora allungarono il braccio dell’autogrù con una rete fino al molo e come due animali selvatici presi in trappola furono reimbarcati
Mi sono rimaste impresse le grida di disperazione della poveretta per il timore che le sue grazie fossero in balia degli occhi di tutti. Il vento impietoso e la rete che li avvolgeva, infatti, confermarono i suoi timori. Ricordo l’ilarità di tutti e il pianto della donna: spesso la gente ride delle disgrazie altrui.
La sosta successiva fu ancora più traumatizzante. Arrivammo in un porto del Brasile. Qualche miglio prima, la gente rimase entusiasta per le acque incontaminate, alla nostra destra alcune isole luccicavano di un verde che quasi feriva gli occhi il mare era così blu da far pensare che la scena fosse artificiale. Giunti nel porto l’entusiasmo si trasformò in stupore, meraviglia, compassione. Centinaia di bambini si tuffavano nelle acque non più cristalline del porto per recuperare monetine che, compiacenti passeggeri, gettavano dalle navi. Ricordo che riemergevano tenendo le monete tra i denti. Ora penso che, allora, quei bambini non raccoglievano le monete con la bocca ma con le mani e poi le mettevano tra i denti per meravigliare le persone. Comunque si guadagnavano l’elemosina con fatica. Che tristezza quello spettacolo!
Terra argentina in vista. Tutti fuori a vedere il nostro nuovo mondo …
e anche il nonno. Tutto per la prima volta. Mia mamma già piangeva prima che incominciasse lo sbarco.


Una volta scesi dalla nave cercavamo tra i volti il volto del nonno ma con nostra grande delusione lui non era là a sventolare un qualcosa per darci il benvenuto. Aveva mandato una cugina. Quel giorno passeggiammo per Buenos Aires. Nei miei ricordi riaffiora solo un giardino zoologico.
Era ormai sera quando salimmo sul treno che da Buenos Aires ci avrebbe condotti a Bahia Blanca. Il viaggio durò quattordici interminabili ore.
Alla stazione c’era il nonno ad aspettarci. Mia mamma si precipitò giù dal treno e di corsa, naturalmente tra un fiume di lacrime. Si buttò letteralmente tra le braccia di suo padre. Gli abbracci si estesero man mano a tutta la famiglia con molto calore. Quando arrivò il mio turno quel calore sembrò diventare gelo. Probabilmente il rancore che avevo dentro lo trasmisi al nonno per questo la mia relazione con lui non fu mai idilliaca. Era lui, per me, la causa della nostra emigrazione. Solo lui. In quel momento le mie azioni furono alquanto misere e non confermavano affatto le mie capacità. Ma questo l’ho appreso durante il cammino della vita.


La nuova casa
Una grande stanza, senza cucina e senza bagno fu la dimora che ci accolse per incominciare la nostra nuova vita.
-Figghiu di buttana e un gran lungo rosario di parolacce, rivolsi tra i denti, a mio nonno.
La cucina come pure il bagno erano da dividere con tanta altra gente. Di nostro, avevamo solo i letti.
Questo fu il primo dolore in terra argentina soprattutto per mamma e papà. Aver cambiato la nostra casa con quel posto orribile
Qualcuno era stato abilissimo a vendere sogni e mio padre altrettanto a comprarli. Cercammo, alla men peggio di rendere vivibile quel posto. Ormai eravamo lì e volente o nolente ci toccava arrangiarci così mamma tirò fuori dalle valigie tutto ciò che avevamo portato dall’Italia. Cercava disperatamente di adattare le cose che aveva allo scopo di abbellire in qualche modo quella grande e desolata stanza. Le pareti erano grigie e non perché fosse il loro colore. Dopo qualche giorno a forza di gomito mia madre, poverina, le rese di nuovo, bianche. Siccome aveva portato con se la macchina per cucire della nonna con della stoffa riciclata cucì delle tendine da appendere all’unica finestra. Le nostre foto vennero attaccate alle pareti come tante preziose opere d’arte. Qualche misero orpello poggiato qua e là, spostato continuamente nel tentativo estremo di far diminuire l’angoscia era diventata, quasi una missione.




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Racconto scritto il 15/04/2019 - 22:19
Da speranza iovine
Letta n.93 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Un racconto bello intenso, complimenti 5*

donato mineccia 17/04/2019 - 15:17

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Grazie Ernesto detto da te è un gran complimento.

speranza iovine 16/04/2019 - 10:41

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Aspetterò sicuramente di leggere come andrà a finire per un giudizio complessivo. Ma, intanto, dire che scrivi bene, è il minimo che possa fare.

Ernesto D'Onise 16/04/2019 - 10:31

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