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Sei tu il mio redentore, investigatore? (segue Martino diventa professo

Coi ricordi devo ritornare al giorno dopo le feste trascorse. Ero a scuola. Risposi ad una telefonata, quelli del corpo forestale erano interessati a me. Mi chiesero se mi avessero trovato in casa “nell'ora pomeridiana”, ricordo testualmente. «E sì che ci sono», risposi con assurda euforia; loro dovevano consegnarmi un avviso.
Non riflettei su cosa i forestali potessero volere da me, e non mi disturbai di farlo sapere a mia madre; e si sono presentati all'ora di pranzo. Mi consegnano l'avviso di conoscenza dei fatti, devo presentarmi lo stesso pomeriggio nella loro caserma di Calatabiano. Con un avvocato si specificava, « Altrimenti te lo daremo d'ufficio», minacciarono, e non m'informarono perché dovessi concedere la cortesia di recarmi da loro, e la qual cosa mi dava sponda per riuscire a tranquillizzare mia madre:
« Sarà qualche questione di…». Di cosa? Cosa potevo inventarmi con la forestale alle calcagna? Una multa, ché pochi giorni fa sono entrato con l'auto in area boschiva delimitata. Effettivamente avevo trasgredito ma solo per parcheggiare in uno spazio dentro il limite del bosco. Mio padre era già indaffarato nel cercare numeri di telefono, in una vecchia rubrica, tra parenti e amici, per capire, avere una mano; addirittura si ricordò di un suo lontano parente che conosceva il potentissimo provveditore di una volta alla riforestazione. «Ma questo è ancora vivo?!», io lo investii, e la risposta fu un irrilevante no, poiché, aggiungeva, il suo nome ancora risuona nei palazzi, e si potrebbe sempre contattare uno dei suoi discendenti che sicuramente là dentro è riuscito ad infilarlo.
«La riforestazione è finita prima», chiusi bruscamente; ma mio padre non desisteva e iniziò col cercare il numero di un vecchio avvocato di famiglia che tanti anni fa gli ha fatto concludere una faccenda nel modo migliore possibile. Mi decisi di rimandare ogni decisione a dopo, dovevo comprendere prima quello che volessero da me, quindi troncai la discussione. Ma seguì quella ancora più ardua per distoglierli dal dovermi accompagnare, fu dura ma riuscii a convincerli di farmi affrontare la situazione da solo.
Nel primo pomeriggio fui dinanzi ad un lastrone di ferro arrugginito che funzionava da cancello della caserma. La caserma è appartata, poco fuori la città. Per raggiungerla avevo mancato la via principale che m'avrebbe consentito, appena uscito dalla città, di tirare dritto per un viale alberato verso l'entrata principale. Invece ero andato a sbattere con gli occhi su una muraglia malridotta che mi gravò la vista. Allora immagino all'interno uffici e varie rimesse altrettanti cadenti. Percorro tutto il perimetro della caserma e sono innanzi al cancello. Suono un campanello, uno di quelli d' uso comune nei condomini; e attendo una voce guardando e leggendo i vari cartelli: stare attento al limite ovviamente invalicabile. E fa sorridere l'avvertenza della sentinella forestale armata, guardinga, penso ad assalti notturni di cinghiali inferociti. Ma una sentinella adesso non c'è, altrimenti mi vedrebbe e non sarei costretto ad aspettare tutto questo tempo fuori le mura, io senz'armi minacciato dalle belve, il guardiano della foresta imboscato.
Finalmente mi risposero, dissi dell'avviso e lo scorrere stridulo del cancello mi congelò. Mi mise fretta che non rispettai l'avvertenza di aspettare l'apertura completa del cancello, e proseguii tra le camionette antincendio e le diverse altre vetture. Fu davvero rilassante, ogni preoccupazione sparì di fronte a quell'ambiente che richiamava il vigore dei boschi estivi, certo, quei mezzi agivano quando essi erano minacciati, ma contemplai tutt'altro che le fiamme. Il cortile era desolato, forse per il gelo incipiente nessun movimento d'essere vivente s'intravvedeva. Durante il periodo estivo doveva essere tutto un subbuglio di uomini e macchine, allarmi e lampeggi, per affrontare l'emergenza incendi; ebbene, arrivando io all'ingresso dell'ufficio, fui preso da una quiete che mi fece affrontare con scioltezza l'invito di un sottufficiale ad entrare.
Si accertò chi fossi e mi chiese se il mio avvocato stesse per arrivare. Feci presente che non avevo chiamato nessun avvocato. Mi rimproverò perché nell'avviso era scritto esplicitamente di venire accompagnato da un avvocato. Ma alla obiezione che io volevo capire cosa volevano prima di interpellare un estraneo, e «Questo è solo un' invito», il sottufficiale mi rispose stizzito: «Lei non deve capire niente».«Ma perché devo parlare con voi?», io ripetei.
«Tu cosa hai combinato ultimamente?», e mi si raggelò il sangue. Andai col pensiero ai giorni indietro, le settimane, ritornai alle ultime ore, poi di nuovo a ripercorrere i mesi, poi i minuti, gli anni, arrivai fin alle marachelle che ho combinato nel periodo delle scuole elementari. Questi qua mi hanno scovato in qualcosa! E pensai a tutta la mia vita passata sotto i riflettori dei guardaparco, ogni sciocchezza che ho combinato la conoscono; come faccio adesso? Mi sentii mancare, quando mi scosse, d'autorità, la voce roboante e quasi furibonda del sottufficiale guardaparco:
«Allora lo chiami l'avvocato?».
«Non ho avvocato», risposi. Speravo che mi congedassero con le più sollecite scuse, perché pensai: Un cittadino onesto come me che non ha mai avuto bisogno di un avvocato, e crede di non doverne avere per il futuro, è degno di ricevere le massime lodi dallo stato per bocca delle autorità preposte. Ma io confondevo questo stato moderno con le piccole città stato dove bastava, nel foro, far valere l'onestà notoria dell'imputato. Io sono Martino Pepe, e tu chi sei? Il guardaparco che sta a vedere la rovina della sua terra? Entrò nel mio corpo uno spirito di disfatta, non riconoscevo l'autorità della persona che avevo davanti. Di fronte avevo quella faccia esageratamente gonfia, con le tre camere d'aria rigonfiate aderenti al collo, volevo davvero sfogarmi: chissà quanta terra abbiamo disfatto per mantenere il tuo peso! E mentre io lo disprezzavo, egli m' informò: «Abbiamo provveduto per l'avvocato, aspetta in questa sala». Mi sbatté in una stanzetta cupa e senza vedute, fredda, e il neon da poco acceso faticava ad infondere la sua completa luce, sicché nella penombra cominciai a preoccuparmi seriamente: la mia vita finita per sempre in quella caserma, e che io diventavo come figlio un ricordo lontano e sofferto, lasciavo ai miei genitori un residuo di vita nelle sofferenze... e la figura di Lucilla sfumava. L'angoscia si mescolò all'ira e lanciai tutte le maledizioni possibili contro lo stato italiano.


Dall'altra parte della parete sentii presentarsi l'avvocato Gentemano, e subito furono alla porta della stanzetta. Lo spasimo precedente m'aveva steso sulla sedia, e con il collo appoggiato sulla spalliera guardavo in aria, la schiena curvava in modo abnorme, ma ero talmente teso che non la sentivo piegare. Entrarono nella stanza, non mi ricomposi da come m'ero abbandonato, e il sottufficiale non batté ciglia: «Questo è il suo cliente», si rivolse all'avvocato, «vi aspetto tra un minuto nel mio ufficio». E io guardai negli occhi un cinquantenne prestante.
«Cosa succede qua?», colui disse, poi si presentò: «Avvocato Gentemano». Risposi:
«Aspettavo lei per capirci qualcosa».
«Va bene andiamo da quelli, non ti preoccupare».
«Ma sarà un interrogatorio?», chiesi, volendolo affrontare nel modo migliore.
«Ti faranno qualche domanda», l'avvocato mi rispose, e poi si accertò delle mie intenzioni:«Te la senti di rispondere?».
«Certamente, non ho nulla da rimproverarmi», dissi, ed entrammo nell'ufficio dell'interrogatorio.


Quando mi sedetti con a fianco l'avvocato, il sottufficiale, maneggiando una penna, si mostrò più cordiale, tanto da chiedermi se io stessi bene. Poi mi presentò l'uomo che stava al suo fianco, nel lato degli inquisitori: un ispettore di polizia; e rimarcò ch' esso apparteneva al nucleo prevenzione crimini violenti. «Costui condurrà l'interrogatorio», concluse altezzosamente e gettò la penna sul tavolo.
“Stai attento che incappi in una sonora sconfitta”, capii quali fossero gl'intenti, non troppo celati, di quelle maniere. Alla mia sconfitta sarebbe corrisposta una loro vittoria, ma riguardo a che cosa? Quale trofeo volevano conseguire? Da me non potevano conseguire nulla, ma la sfida dialettica mi eccitò: come mi sarei comportato di fronte ad un funzionario dello stato, ad un investigatore, la categoria degli uomini eccellentissimi che abbiamo in Italia, I redentori dell'umanità? Così, compiuti i primi riti burocratici, il riconoscimento della mia persona, il mio non lavoro, l'avvertenza delle responsabilità penali che conseguiranno alla falsità delle risposte, le domande per capire a quanto ammontasse il mio patrimonio (sciacalli!), l'avvocato disse:« Il cliente non intende avvalersi della facoltà di non rispondere». Gli inquisitori mostrarono la loro soddisfazione e l'ispettore iniziò con l'interrogatorio:
«Signor Pepe, cosa combinava, seduto da solo su di masso lungo l' argine del torrente Petrolo, frazione Fejo, il giorno cinque ottobre, tra le 5 e le 5,30. Conferma per intanto?».
« Sì, confermo». E sì che c’era davvero da preoccuparsi. Come sapeva costui che mi trovavo seduto sul masso quel giorno, a quella ora? Qualcuno mi ha seguito per tutta la vita con una telecamera scrutando i miei passi? Infine cominciai a credere che avessero la capacità di leggere i miei pensieri. Così, alla convinzione che ogni tentativo di negare fosse stato inutile, si unì la certezza che in fin dei conti nessuna azione avevo combinato che potesse essere cagione di condanna penale; e neanche dovetti preoccuparmi di qualche mio comportamento non etico che desse vita al disappunto collettivo. Le mie risposte cominciarono a fluire come se partecipassi ad una chiacchiera tra amici di salotto.
«Allora, che faceva?», l'ispettore, spazientito, mi sollecitò ancora. Risposi:
«Gettavo lo sguardo oltre il burrone». E l’ investigante incalzò:
«Cosa guardava?».
«Niente», risposi e sapevo che non si sarebbero accontentati; qualsiasi cosa mi si imputasse, il niente della mia risposta era una casella vuota, da riempire liberamente con qualsiasi parola decisa da loro. Ma purtroppo davvero avevo guardato il niente, e mi scervellai d' inventare qualcosa coerente col mio fare e osservare niente, tanto più che vedevo quei due di fronte a me sorridere dopo uno sbuffo simultaneo, aggiunsi:
«Oltre. Non ho detto che guardavo oltre?».
«Senza fare niente?», l'ispettore immediatamente pressò (e così sarà per tutto l’interrogatorio). Mi allineai alla sua condotta, ma oggi penso che fu una tecnica consapevole per farmi entrare nel suo campo di battaglia: all'immediatezza di come mi si ponevano le domande, di rapidità riflessa rispondevo. Non l’avessi mai fatto! e l’avvocato non pensò minimamente di allarmarmi. E dopo fu una costante. Al «senza far niente? », risposi: «Pensavo».
«A cosa? Vuole svelarmi la sua mente?».
«A cosa pensavo non potrei ricordarmelo. Ma presumo che avevo i pensieri di sempre».
«E quali sono questi pensieri di sempre? Presumo allora che li porta ancora adesso con se».
«No, sono i pensieri di sempre di quando sono là, seduto a guardare oltre. Ogni luogo ha un suo pensiero».
«Quindi se lei sa quello che le manca qua, può ricordare bene quello che portava là».
«Davvero acuto! Ho il piacere della malinconia».
«Hai spesso questa malinconia?».
«Forse ho sbagliato a definirla tale. Non forse, sicuramente. È quel posto che mi rapina verso qualcosa che non vedo ma sogno. Malinconia credo che dovreste cancellarlo dal verbale, potrebbe tipizzarmi».
«Ma è malinconia. Forse non se ne accorge, ma da quel posto le posso assicurare che se la conduce ovunque. O meglio, da ovunque la trasporta in quel luogo. Quindi cosa faceva in quel luogo? Era divenuto là malinconico, o lo era già prima di andarci?».
«Le dico che è una specie di estasi di fronte alla natura. La manipolo, uso questo sentimento per plasmare la mia...». E m' interruppi, rifiutavo di svelare che ero un poeta. E un’altra domanda incombeva:
«La mia... cosa? cosa voleva dire?».
Non seppi decidermi, alla mia esitazione l’interrogante incalzò:
«La sua vita?». No! quella persona scoprì la mia vita condotta dalla malinconia, dovevo porre rimedio e dissi:
«Plasmare la mia riflessione: sul mondo, sulla natura; un retaggio dei miei studi classici. Consideratemi solo un romantico».
«Ami quindi la natura».
«La si può anche odiare».
«Tanto da farle del male?».
«Se la si odia, certamente».
«E lei metterebbe in atto uno sfregio contro la natura, se le venisse motivo d'odiarla, vero?».
«Certamente».
«La odia e ha già compiuto un atto di disprezzo nei suoi confronti».
«Sì, nel modo adatto ai poeti».
«Spieghi».
«Coi loro carmi diffamanti la natura matrigna. Denigrarla di fronte a tutti gli esseri vivi. Il peggiore sfregio, secondo me, che le si possa fare».
«E lei è un poeta?».
«No», immediatamente risposi, imperturbabile, come s'addice a chi vuole nascondere un fatto che crea solo imbarazzo.
«E allora in che altro modo la sfregerebbe?», incalzò l'ispettore. Ma ci fu un attimo di pausa. In quel frangente il nostro silenzio si fece tattico, ormai il forestale e l’avvocato erano fuori dalla disputa, forse si erano addirittura addormentati. Non sapevo che rispondere, ma l’interrogante credeva ormai d'avermi in pugno. Il mio esitare nella risposta rivelava, secondo lui, una strada aperta, dritta, scorrevole verso il suo obiettivo, che mi era purtroppo nascosto. Ed io, come se fosse ancora una disputa dialettica tra amici, mi feci prendere dalla smania di non farmi cogliere senza parole, con le spalle al muro, risposi con quella che è una verità universale:
«Il modo più logico è stravolgerla, finirla».
«Finirebbe le creature che la popolano?».
«In che senso?».
«Sterminerebbe degli animali?».
«Non potendo altrimenti... potrebbe essere l’unica vendetta».
«Si è mai vendicato?»
«In qualche modo, forse, come tutti d’altronde».
«Così lei ha infierito su degli animali. Perché?».
«No! Escludendo quelli che talvolta mi sono apparsi insignificanti».
«Sia preciso, a quali si riferisce?».
«Agli animali infimi, piccoli, brutti, indifesi: formiche, mosche, zanzare, farfalle...».
«...Cuccioli... aggiungiamo».
«No, mai! », e a questo punto fui dubbioso, apostrofai: «Quali cuccioli?», poi mi rivolsi all’avvocato: «Avvocato, ma qui di cosa mi si accusa? qua parliamo di animali!». L’ avvocato finalmente intervenne:
«Per rimanere in tema d' animali, non state cavando un ragno dal buco. Ispettore, s’è capito di cosa viene accusato, può oramai scoprire le carte; è inutile che cerca di bluffare in modo da fare cadere il mio cliente. Le sue risposte ragionate e il comportamento limpido sono la sua garanzia».
«Il suo comportamento limpido?», apostrofò l’ispettore, e riferì l' arcano: «Testimonianze e indizi, tempi e oggetti, lo inchiodano il cinque ottobre sul ciglio dello strapiombo a compiere strage di gattini. Li ha sterminati, e le risposte danno adesso un senso. Sono un collante indistruttibile».
«Ma cosa dite?», alzai la voce, « adesso la discussione prende la piega dell’accusa?».
«Di fronte agli inquirenti cosa pretendeva?», rispose l’ispettore, e continuò: «Allora: in quello stesso giorno, quella stessa ora, da quel piano in cui si trovava, sono stati lanciati dei gattini là sotto il precipizio».
«Non ricordo, forse non ero lì quel giorno».
«C’eri, c’eri. Dimmi se hai visto l’autore o se quello ha agito con te?».
«Ero solo».
«Vede che inizia a comprendere; qui per me possiamo concludere, confessi apertamente quella che è stata una mascalzonata del momento, così la confessione e il ravvedimento la faciliteranno nell'ottenere maggiore benevolenza da parte del giudice. Alla fine vedrà che tutto si commuterà in una multa».
Mi voltai verso l’avvocato e lo vidi ammiccare. Però mi ribellai, nella mia ignoranza di situazioni giudiziarie non credevo che questa farsa potesse essere prova per farmi condannare. E dissi:
«Non avevo gattini tra le mani, e nessuno me li ha visti».
«Tu eri nel luogo nell’orario che tu stesso hai confermato, e i gattini erano già sfracellati nell'alveo mentre eri lì. Comunque l'azione non fu compiuta dopo esserti allontanato da lì, non dopo le cinque e mezzo».
«Questo è cervellotico. Come fate a sostenere con certezza l’orario di morte dei gattini, avete compiuto una autopsia?», intervenne l’avvocato. L’ispettore non si preoccupò di svelare:
«Un gruppo di corridori non li ha visti fino alle cinque e un contadino di ritorno dal lavoro li ha visti alle cinque e mezzo, ovviamente del pomeriggio». Ed io:
«Ma l’orario che confermai io è presuntivo. Forse ero là dalle quattro e, sicuramente, mi sono allontanato da là alle sei meno un quarto. No, aspetti, mi sono sbagliato dalle quattro meno un quarto alle cinque, è l’orario certo».
«Signore, le consiglio di non parlare più, abbiamo finito. Il signor avvocato le spiegherà che cosa eventualmente accadrà». Ed io raggelai e poi arrossii; tremarono le labbra, mi spuntò una lacrima e stavo dirompendo in lacrime, ma mi feci coraggio e sbottai:
«La giustizia è cosa più alta delle vostre supposizioni. Facciano quello che vogliono, non mi spieghi niente quest’avvocato! Questa ingiustizia poi, per due gattini di merda!». E annotarono sul verbale.
Dopo le ore d’interrogatorio, all'aria aperta del cortile, l'avvocato mi chiese: «Continuo a patrocinarla?».
«Perché, ha mai iniziato?», io risposi con insolenza, e da lì mi lasciai al mio destino. L'avvocato, stizzito, mi augurò sinceramente di finire in bocca al lupo, sempre in tema silvestre.
E poi dovetti riferire a mio padre, a mia madre, a Lucilla, e a tutti i parenti e relativi, amici e conoscenti e seppi che alcuni sapevano di quello che stava per capitarmi. Saetta previsa vien più lenta e sinceramente molti la ritennero una sciocchezza d’ accantonare; ma venire a conoscenza che tanti sapevano di una indagine penale nei miei confronti, che nessuno ha voluto arrestare questa macchina, avvertirmi, fece esplodere me, mio padre. Eppure mi consolai nel pensiero che, dopo un po’ di martirio, tutto sarebbe finito bene. Anche Lucilla convenne che tutto sarebbe finito bene, non poté comunque fare finta di niente e tolse la parola a Lorenza e relative compagnie sue abitudinarie. I vigili che hanno avviato l’indagine si rammaricarono un poco, ma per il lavoro, le amicizie, le parentele che avevano da entrambi i lati, si mantennero distaccati. Ma quella che sembrava una sciocchezza, con la lingua di Lorenza, la sua capacità di attirare e raccontare, si trasformò in una tragedia. Io divenni il protagonista: il cattivo da disprezzare o il debole da confortare. Il solo fatto d'essere il protagonista dei discorsi di tutti i paesani, per me che ho cercato sempre l’anonimato, che m'intimidisco anche di fronte agli elogi, è stato uno strazio tremendo. E purtroppo, comunque di me si fosse pensato, sia che mi si odiasse sia che mi si volesse bene, finii con l’essere il più minchione di tutto il circondario.
Franco




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Racconto scritto il 20/02/2020 - 19:58
Da Franco Tommaso
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